TRUMPTRUPPEN da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TRUMPTRUPPEN da IL MANIFESTO

Cas Mudde: «L’eredità di Capitol Hill? Il fatto che la base della destra giustifichi la violenza»

L’anniversario dell’attacco al Parlamento di Washington. Parla il politologo olandese, tra i maggiori studiosi delle nuove destre internazionali, autore di «Ultradestra», pubblicato dalla Luiss University Press. «Un anno dopo quei fatti, il cocktail tossico tra l’estrema mobilitazione dei repubblicani e la demotivazione di una parte dei democratici, rischia di offrire a Trump un’ottima occasione per le elezioni del 2024»

Guido Caldiron  05.01.2022

Tra i maggiori studiosi delle nuove destre a livello internazionale, il politologo olandese Cas Mudde insegna all’Università della Georgia negli Stati Uniti e al Centro di ricerca sull’estremismo dell’ateneo di Oslo. Tra le sue numerose pubblicazioni, nel nostro Paese sono stati tradotti lo scorso anno, Populismo (Mimesis) e Ultradestra (Luiss University Press).

Un anno fa l’assalto a Capitol Hill ha rappresentato uno dei momenti più alti di attacco alla democrazia americana, che eco hanno lasciato dietro di sé quei fatti negli Usa e sul piano internazionale?
Ad essere onesti, mentre penso che inizialmente abbia rappresentato un enorme shock constatare quanto siano fragili anche le democrazie più antiche e forti del mondo di fronte alla minaccia degli estremisti locali, la vicenda è stata in larga parte dimenticata sia all’estero che negli stessi Stati Uniti. In America, in particolare, i conservatori minimizzano quanto è accaduto parlando di una semplice «protesta», mentre i liberal la considerano una lezione sui rischi che continua a correre il Paese. La maggior parte degli americani però, quelli meno attivi politicamente, ha girato da tempo pagina.Malgrado ciò che è avvenuto un anno fa, e l’inchiesta sul suo coinvolgimento che va avanti, Donald Trump resta una figura dominante tra i repubblicani e proprio domani, nell’anniversario dell’assalto, pronuncerà un discorso nel quale potrebbe annunciare di candidarsi alla Casa Bianca. Le sue idee hanno fatto presa?
La leadership del Partito repubblicano ha avuto l’opportunità di sbarazzarsi di Trump proprio in seguito ai fatti del 6 gennaio del 2021, ma ha deciso di restare al suo fianco ed ora è diventata completamente dipendente da lui. In realtà, le idee di Trump non sono diventate più popolari e lui gode ancora soltanto del sostegno di una minoranza della popolazione, ma quella minoranza è diventata più forte, più capace di mobilitarsi e si è via via unificata e rafforzata al proprio interno. Nel frattempo, i repubblicani, hanno contribuito a minare il diritto di voto nei molti Stati che controllano, mentre in parecchi tra i liberal si mostrano insoddisfatti della presidenza di Joe Biden. Questo cocktail tossico, tra l’estrema mobilitazione della destra, aiutata da un sistema sempre più antidemocratico, e la demotivazione di una parte del campo democratico, rischia perciò di offrire a Trump un’ottima occasione per le presidenziali del 2024.

Nel dibattito alimentato dai repubblicani contro la cosiddetta «cancel culture» o le race theories, si colgono rimandi alle tesi della destra radicale, se non proprio al suprematismo bianco. E in Europa, Orbán, fino a pochi mesi fa membro del Ppe, teorizza la «democrazia illiberale». Il confine tra il mondo conservatore e gli estremisti è crollato o è sul punto di crollare?
Senza alcun dubbio. Si tratta di un processo che è in atto da diversi anni e in molti Paesi e che ho esaminato con attenzione nel mio Ultradestra. Quanto al caso americano, durante la presidenza Trump, questa deriva non ha fatto che intensificarsi, al punto che oggi è spesso difficile cogliere delle differenze fondamentali tra i partiti e i media conservatori e l’estrema destra. Del resto, solo per fare un altro esempio che ho analizzato a lungo, in Gran Bretagna il partito di Boris Johnson e The Spectator, il maggior settimanale conservatore del Paese, negli ultimi anni si sono spesso ritrovati sulle medesime posizioni del radicalismo di destra, che si trattasse di analizzare la «crisi dei rifugiati» del 2015-16, di riflettere sull’immigrazione o sulla cosiddetta «politica dell’identità», per non parlare della loro aperta, e comune, islamofobia. Una situazione che in molte parti d’Europa come negli Stati Uniti indica prima di tutto il totale fallimento ideologico del conservatorismo tradizionale.

In che modo l’assalto a Capitol Hill, le cui immagini non hanno più smesso di fare il giro del mondo, ha nutrito l’immaginario dell’estrema destra globale?
Non sono certo che quei fatti siano stati fonte di ispirazione per gli estremisti. Alla fine, l’«insurrezione» del 6 gennaio è stata un fallimento: Biden è rimasto al suo posto e Trump ha esitato ma alla fine non si è messo alla testa dei manifestanti. Piuttosto, quella vicenda ha dimostrato che la base sociale della destra era d’accordo con quanto è avvenuto. Perciò, anche se non si è trattato di un esempio da riprendere in futuro, i fatti di Capitol Hill hanno messo in evidenza come la violenza sia una tattica considerata accettabile nel perseguimento della causa della destra da parte di chi ne sostiene le idee. Mi sembra già un’eredità molto grave.

Nell’ultimo anno l’orizzonte è stato dominato dalla pandemia del Covid-19. Anche se è difficile definire un’unica strategia, l’estrema destra sembra essersi data molto da fare per trarre vantaggio da questa situazione.
Certamente, anche se le posizioni cambiano a seconda del fatto che questi partiti siano al governo o meno. Detto questo, in generale l’estrema destra si oppone ai blocchi e alle chiusure e sostiene che la cura sia peggiore della malattia. Non negano necessariamente l’impatto del Covid ma spesso lo minimizzano o semplicemente affermano che dobbiamo accettarlo e continuare a vivere. Ancora una volta cercano di sfruttare politicamente la situazione per far passare un messaggio populista in cui descrivono le «élite» come lontane e avulse dal contatto con la gente. Se fino ad ora puntavano soprattutto sul «nativismo» contro i migranti, ora, con i confini praticamente chiusi quasi dappertutto, si fanno nuovamente «populisti» per criticare il modo in cui i governi usano la repressione per combattere la pandemia.

Facebook Papers: l’esercito online di «Stop the Steal»

Stati uniti. Un’indagine dei post pubblicati sulla piattaforma fra le elezioni e il giorno dei riotsGiovanna Branca  05.01.2022

Appelli alla guerra civile, all’istituzione della legge marziale, immagini di cappi in attesa di essere usati per i deputati – sia democratici che repubblicani – che avevano tradito riconoscendo la validità della vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020. In un nuovo capitolo dell’inchiesta diventata nota come Facebook Papers, Washington Post e ProPublica hanno condotto un’analisi di circa un milione di post pubblicati sulla piattaforma fra il giorno delle elezioni e il 6 gennaio, gettando una luce ulteriore su quanto era già stato rivelato dai documenti consegnati al Congresso e alla Securities and Exchange Commission dalla whistleblower Frances Haugen.

IN PARTICOLARE, l’indagine si è concentrata sulle attività dei gruppi di Facebook, i «luoghi di socializzazione» su cui le più recenti politiche dell’azienda puntavano maggiormente per incrementare lo scambio fra utenti della piattaforma. L’analisi è così stata condotta, servendosi del machine learning, sui dati di 100.000 gruppi, cercando parole chiave riconducibili alla disinformazione e le fake news sui risultati elettorali – fra cui la parola d’ordine di chi ne contestava la validità: Stop the Steal – e ha trovato che ben 650.000 post rientravano in questa categoria, una media di 10.000 al giorno che però – osserva il Washington Post – è senza dubbio «una stima al ribasso» dato che non sono compresi i commenti, i post sui profili individuali dei membri dei gruppi, o sui gruppi privati.

Come raccontato da Haugen al Congresso e al parlamento britannico, nei mesi fra le elezioni e l’attacco a Capitol Hill, Facebook aveva ormai smantellato le misure di controllo eccezionali – definite «break glass measure» – implementate per fare in modo che il processo elettorale non venisse messo in pericolo dalla disinformazione sulla piattaforma: il fatto che le elezioni si fossero svolte senza incidenti aveva portato i manager della compagnia a ritenere che ormai si poteva allentare il controllo. Già il 2 dicembre veniva così smantellato il Civic Integrity Team, creato ad hoc proprio a questo scopo e di cui faceva parte la stessa Haugen. L’indagine ha rivelato poi l’esistenza di un’ altra task force di analisti – sciolta anch’essa all’indomani delle elezioni – dedicata proprio alla sorveglianza dei gruppi, che ne ha rimossi a centinaia prima del voto, tra i quali la quasi totalità di quelli collegabili a QAnon, bandito totalmente dalla piattaforma in quanto organizzazione terroristica dal 6 ottobre 2020. Secondo un dipendente dell’azienda sentito dal Post, l’esistenza stessa di una simile task force denunciava la tossicità inerente ai gruppi di Facebook, e il loro pericolo potenziale.

COSÌ COME LA CORSA ai ripari della compagnia mentre la violenza dilagava a Capitol Hill – quel giorno Facebook ha anche sospeso in via definitiva Donald Trump dalla piattaforma – mette in evidenza la tendenza a intervenire solo ex post, quando ormai la mancata sorveglianza ha già contribuito a fare danni irreparabili – come nel caso della persecuzione dei rohingya in Myanmar spesso denunciata da Haugen.
Facebook – che non ha ancora mai fornito alla Commissione d’indagine del Congresso sull’attacco al Campidoglio tutti i documenti richiesti- si difende dando la colpa dell’accaduto a Trump e alla sua narrativa sul furto elettorale. Ma come ha detto al Post un ex membro dell’Integrity Team l’azienda «si è disinteressata alla situazione nell’interregno fra le elezioni e il 6 gennaio. C’erano una valanga di contenuti in violazione delle politiche della piattaforma che altrimenti non sarebbero diventati pubblici».

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