“TRAME”: ECOLOGIA POLITICA DEL PRESENTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“TRAME”: ECOLOGIA POLITICA DEL PRESENTE da IL MANIFESTO

Mescolanze di generi e variegati compostaggi per leggere il presente

Narrazioni. «Trame. Pratiche per un’ecologia politica situata» (Tamu). Un volume che è al contempo descrizione del sistema tentacolare capitalista e accorata solidarietà verso i tentacoli resistenti e ribelli di quelle soggettività nonconformi che, ai margini e negli interstizi, non smettono di aprire vie di fuga dal sistema-mondo del Capitale

Massimo Filippi  05.01.2022

Trame. Pratiche per un’ecologia politica situata (Tamu, pp. 224, euro 15) non è un libro che parla di ecologia ma un libro che (si) fa ecologia. È un libro ecologico poiché non riflette sull’ecologia ma la rifrange, ritessendola nei suoi interminabili assemblaggi.

Trame, a partire dalla sua architettura, non si stanca di ribadire che l’ecologia non è un’essenza che sta là fuori, un’essenza che un’altra essenza, l’umano, può decidere se conservare o distruggere. Trame, al contrario, performa l’ecologia per quello che è: un incessante con/divenire aggrovigliato di relazioni in cui si materializzano soggettività metastabili, un divenire-con in cui (anche) l’umano, che piaccia o meno, è immerso e da cui non può distaccarsi per osservarlo innocentemente da fuori (e da sopra!). Prima ancora del riscaldamento globale, è l’ecologia a essere un iperoggetto.

E così Trame. Non a caso, allora, Trame è il risultato di un lavoro collettivo senza curatore – la singolarità attorno a cui si agglutina, Ecologie politiche del presente, è a sua volta un collettivo. Trame è un compost variegato, molteplice e situato – eh sì, perché groviglio di relazioni non è sinonimo di spazio liscio del capitalismo –, fatto di scritti appartenenti a varie specie (dal racconto al saggio, dal reportage al documento di denuncia, a loro volta prodotti da precedenti ibridazioni e contagi), che si incontrano/scontrano per cartografare il mondo e per provare a cambiarlo.

«TRAME» è al contempo descrizione del sistema tentacolare capitalista e accorata solidarietà verso i tentacoli resistenti e ribelli di quelle soggettività nonconformi che, ai margini e negli interstizi, non smettono di aprire vie di fuga dal sistema-mondo del Capitale.

«TRAME», infatti, evidenzia come l’emergenza climatica rimarrebbe incomprensibile se non venisse pensata assieme alla «violenza razziale, di genere, sessuale e di specie», alla precarizzazione del lavoro e delle vite, alla gentrificazione e alla turistificazione. In breve, alla natura proteiforme e pervasiva dell’estrattivismo capitalista.

E, con la stessa mossa, Trame esprime, con grande chiarezza, che non sarebbe altrettanto pensabile un’opposizione efficace all’esistente senza l’ostinata caparbietà di continuare a intrecciare, in nuove derive psicogeografiche e in sorprendenti cosmotecniche, le resistenze molecolari che ogni giorno r(i)esistono.

Trame è riconoscere le trame del Capitale – il fatto che non cessa di mettere in stato di arresto il tessuto delle relazioni e di irretire i nostri desideri – e tramare contro quelle stesse trame, tessendone altre per materializzare un’ontologia (degli orditi), un’epistemologia (degli affetti), una politica (dei corpi) e un’etica (della coesistenza): un abitare in/comune, un abitare della cura e della responsabilità. Trame, in fondo, è un libro spinoziano: ci mette in guardia contro le trame tristi – quelle che ammalano i nostri corpi – e indica verso le trame gioiose – quelle che esaltano ciò che i corpi possono.

«IL CAPITALISMO ci vuole tutti individui, isolati e docili, soli e leali al sistema: è tempo di riprendere le trame, di connettere i fili e le lotte, di congiurare – che poi significa scegliersi le alleanze – e far emergere nuovi intrecci».
Trame è «rimestare l’Umano» per trasformare la trascendenza del sopra/vivere nell’immanenza del desiderare/con. Trame è infine questo volume e chi, s/legandosi, lo ha letto, lo sta leggendo o lo leggerà.

L’Europa prepara il funerale del New Green Deal

Transizione ecologica. Il nuovi reattori di IV generazione non sono ancora commercialmente sostenibili; lo sono quelli che si fanno oggi e quelli vecchi, con qualche ritocco per allungargli la vita

Federico Maria Butera  05.01.2022

“Missione compiuta”, seguito dall’emoji dei bicchierini che brindano. È questo, si può immaginare, il messaggio WhatsApp che si sono scambiati i vertici della Shell, Total ed Eni, nonché i capi delle aziende della filiera nucleare, dopo la pubblicazione del documento della Commissione europea che include nella tassonomia i settori del nucleare e del gas fossile. Brindano perché la tassonomia dell’Ue individua le attività necessarie per raggiungere la neutralità climatica nei prossimi 30 anni, guidando e mobilitando gli investimenti, privati e pubblici. Ora loro ci sono dentro e li aspetta un fiume di soldi. E non è neanche difficile prenderli. Infatti, fino al 2030 per continuare a produrre energia elettrica col gas basta che il nuovo impianto emetta non più di 270 g CO2e/kWh in media per 20 anni, cioè che sia ad alta efficienza (il minimo che si possa chiedere), e che possa essere alimentato da una miscela di gas fossile e gas rinnovabile (gas da biomassa o idrogeno); la miscela nel 2026 dovrà contenere almeno il 30% di gas rinnovabile e nel 2030 il 55%. E poi? Mah. Non c’è una data per l’eliminazione completa del gas fossile.

Il documento dice anche che, in alternativa, un nuovo impianto a gas costruito prima del 2030 è verde se soddisfa il limite di emissione annuale di 550kg CO2e per kW di potenza installata, nell’arco di 20 anni. Traduzione per i non addetti: se si costruisce una centrale col solo scopo di produrre energia elettrica quando occorre compensare la mancata produzione da rinnovabili se c’è poco sole o poco vento, allora si può usare un impianto meno efficiente, e quindi meno costoso. Cioè, si facilita la costruzione di centrali a gas destinate solo alla stabilizzazione della rete, inducendo a investire su questa tecnologia invece che sui sistemi di accumulo, che possono svolgere la stessa funzione senza produrre CO2. Emblematico, in Italia, è il caso della centrale di Civitavecchia, attualmente a carbone, che l’Enel prevede di trasformare in una centrale a gas con la funzione di stabilizzazione della rete, invece di sfruttare la potenzialità di accumulo idraulico di cui dispone.

Dopo il 2030, dice ancora il documento, il gas è verde se si sotterra la CO2 che si produce bruciandolo; cioè se si ricorre alla Ccs, una tecnologia molto discussa, che presenta pericoli ed è costosa – non a caso è spostata a dopo il 2030 – ma sta molto a cuore alle compagnie Oil&Gas perché permette loro di mantenere il metano alla base del sistema energetico.
Senza limite alla Ccs e all’uso del gas, a un certo punto i luoghi in cui è possibile iniettare la CO2 sottoterra in Europa finiranno, e allora navi cariche di CO2 liquefatto partiranno dai nostri porti verso paesi in via di sviluppo, dove il gas sarà sotterrato, con scarsi o nulli controlli, in altri siti adatti. Bombe ambientali, sparse per la Terra, pronte a rilasciare il gas che contengono. Generoso regalo a chi verrà dopo di noi.

Anche il nucleare è stato dipinto di verde. Fa parte della tassonomia la ricerca e lo sviluppo dei reattori di IV generazione (che però, recita il testo, “non sono ancora commercialmente sostenibili”); lo sono pure i reattori nuovi di terza generazione (cioè quelli che si fanno oggi) e – perché no? – anche quelli vecchi, di cui si allunga la vita con qualche intervento. L’unica condizione posta è che i nuovi e i rinnovati rispettino le prescrizioni dell’Euratom sulla sicurezza (e ci mancherebbe altro) e che gli stati membri dicano come intendono trattare le scorie radioattive (il che non significa niente, come ben sappiamo, perché ai piani poi non corrisponde l’esecuzione; l’obiettivo finale dichiarato, comunque, è sotterrarle in profondità). Cioè niente di nuovo, tranne la promozione del nucleare a fonte energetica sicura e sostenibile, come se Fukushima (per dire l’ultimo) non avesse insegnato niente e l’uranio non fosse una risorsa fossile non rinnovabile.

Ma l’aspetto più paradossale, quasi surreale, è la esplicita pretesa di porre il nucleare come tecnologia di transizione verso l’economia circolare, semplicemente grazie a una gestione dei rifiuti, radioattivi e non, che ne garantisca “il massimo riutilizzo o riciclaggio alla fine del ciclo di vita”. È paradossale perché non c’è nessun processo meno circolare di quello che vede l’estrazione da una miniera di una risorsa finita, l’uranio, la sua lavorazione, il suo uso, e infine il seppellimento nelle viscere della terra dei rifiuti radioattivi, come regalo a chi verrà dopo di noi. Dov’è il ciclo che si chiude? Certo, alcuni dei rifiuti radioattivi si possono riusare, come ad esempio il plutonio, per fare le bombe.

Con l’inserimento del gas, della Ccs e del nucleare nella tassonomia verde è stato scritto l’epitaffio del Green Deal europeo, con grande gioia dello 0,1% più ricco della popolazione, che contiene gli azionisti dell’Oil&Gas, del nucleare, delle banche, delle multinazionali di ogni tipo. Continuando con gas e Ccs, e dando sempre più spazio al nucleare, gli investimenti sulle fonti rinnovabili, sull’accumulo e sull’efficienza energetica si ridurranno al lumicino, distorcendo il concetto di economia circolare (i primi segni già col nucleare).

E così, seppure dovessero ridursi un po’ le emissioni di CO2, non si ridurrà l’estrazione di risorse minerarie e rinnovabili dall’ambiente e non si ridurrà la domanda di energia, riduzione che si può ottenere solo con una corretta applicazione dei principi dell’economia circolare. Insomma, non si rimuoveranno le cause della crisi ambientale che stiamo vivendo, e non rimuovendole non si possono rimuovere gli effetti, il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, rischiando di trascinarci verso la sesta estinzione. E non si dica che la comunità scientifica non ci avesse avvertiti.

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