TERRORISTI INVENTATI e TERRORISTI VERI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TERRORISTI INVENTATI e TERRORISTI VERI da IL MANIFESTO

Oggi a processo il nemico pubblico numero uno

Julian Assange. Il via al processo. Gli Stati Uniti non demordono, ancorché la stessa giudice inglese avesse tenuto in conto le perizie mediche piuttosto pessimiste sullo stato di salute del nuovo Dreyfus

Vincenzo Vita  27.10.2021

Oggi, a Londra, prende il via il processo di appello presso l’High Court di Londra nei confronti del giornalista fondatore di WikiLeaks Julian Assange. Gli Stati Uniti non demordono, ancorché la stessa giudice inglese avesse tenuto in conto le perizie mediche piuttosto pessimiste sullo stato di salute del nuovo Dreyfus.

Assange, infatti, sembra la vittima designata di un sistema di potere che attraversa stati e servizi segreti del vecchio occidente imperialista, quello delle guerre atroci in Iraq e in Afghanistan. Conflitti particolarmente orribili, condotti con armamentari sofisticati, cinica voluttà di distruzione senza pietà neppure per i civili.

Torture e ammazzamenti, conversazioni tra capi di governo coinvolti direttamente o alleati dovevano rimanere nell’oscurità. Il prezioso e tenacissimo lavoro di documentazione della prestigiosa testata online, del resto condotto in collaborazione con famose testate internazionali ora timide e omissive, ha svelato la verità. L’informazione embedded ha nascosto gli accadimenti reali e l’opinione pubblica – senza altre fonti- si sarebbe accontentata della vulgate dominante.

I grandi colpevoli sono andati in giro per il mondo a tenere conferenze ben remunerate e l’eroe civile che ha strappato i veli omertosi rischia – se gli Usa riusciranno ad ottenere l’estradizione- una pena di 175 anni di carcere.

Di tutto questo si è parlato in una iniziativa tenutasi qualche giorno fa nella Church House nel cuore di Westminster dove si riuniva il parlamento durante la seconda guerra mondiale. Il confronto (una sorta di contro processo) ha messo sotto accusa gli stati interessati (Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia, Australia, Ecuador dell’attuale presidente) e le rispettive strutture investigative, a partire dalla National Security Agency (NSA).

Coordinati dal filosofo croato Srecko Horvat, sono intervenuti Tarik Ali (presente al primo tribunale Russel), Jeremy Corbyn, Ejal Weizman di Forensic Architecture. Parlamentari e giornalisti. Inoltre, hanno portato le loro testimonianze Yanis Varoufakis, Deepa Govin, Darajan Driveer, Daniel Ellsberg (Pentagon Papers), la compagna di Assange Stella Morris che ha raccontato i piani della Central Intelligence Agency (CIA) per assassinare il marito, Edward Snowdon con un intervento dall’esilio cui è costretto, nonché Stefania Maurizi autrice del recente volume Il potere segreto fondamentale per ricostruire l’intera vicenda.

E ieri, presso la camera dei deputati, si è svolta una conferenza stampa promossa dal parlamentare Pino Cabras in collaborazione con Italiani per Assange, DiEM25, Pacelink e US Citizens for Peace and Justice. L’iniziativa aveva l’obiettivo di risollevare una questione dimenticata o scarsamente trattata dalle forze politiche italiane. Con l’eccezione della federazione della stampa, di Roberto Saviano, de Il Fatto e de il manifesto o della efficacissima recente puntata del programma della terza rete televisiva Presa diretta, lo stesso universo mediatico ha rimosso un tema considerato contraddittorio rispetto alla geopolitica prevalente.

Proprio il conduttore della bella trasmissione del servizio pubblico ha coordinato la discussione, arricchita da preziosi collegamenti: da Noam Chomsky a Rebecca Vincent, direttrice di Reporters Without Borders UK, a Paul Jay, a Deepa Driver, ad Antonio Ingroia,a Davide Dormino, a Stefania Maurizi, a Varoufakis.

Amnesty International, con la sua acquisita autorevolezza, ha lanciato un urlo secco: no all’estradizione, scarcerazione subito. Così ha dichiarato la segretaria generale dell’associazione umanitaria Agnés Callamard, con toni e accenti condivisibili.

Se non vi è un ripensamento da parte egli accusatori, con il riconoscimento dell’applicazione del primo emendamento della Costituzione statunitense che tutela con nettezza la libertà di informazione e il diritto di cronaca, si condanna un innocente e si introduce un precedente giurisprudenziale gravissimo.

Per questo, oltre che per la solidarietà verso una persona che versa in preoccupanti condizioni di salute, è decisivo fermare la barbarie del procedimento. Dove, tra l’altro, diversi giornalisti non sanno ancora se potranno entrare nell’aula per sentire e vedere.
Il governo italiano non può e non deve rimanere inerte. Si terrà il celebrato G20 a Roma nel prossimo fine settimana. Che il caso Assange trovi cittadinanza almeno in una delle varie ed eventuali della riunione.

Qualcosa comincia a muoversi, ancora troppo timidamente, e il tempo è poco.

La resistenza della società civile non è terrorismo

Palestina/Israele. Con l’inserimento in black list di sei ong palestinesei, il rischio concreto di è la chiusura degli uffici e gli arresti di dirigenti e militanti delle associazioni, rendendoci impossibile relazionarci con loro. E si crea un precedente inaccettabile: attivisti di sinistra o chiunque sia legato a una di queste organizzazioni potrà essere assimilato a un terrorista

Gianluca Mengozzi  27.10.2021

L’ordine firmato dal ministro della Difesa israeliano Benny Gantz che definisce “terroriste” sei organizzazioni palestinesi è un atto grave che suscita legittima indignazione in chi conosce e stima l’azione di queste persone per la difesa dei diritti umani. Questo atto costituisce l’apice di un crescendo di azioni di delegittimazione e intimidazione ed ha l’effetto di limitare o sospendere la loro operatività nei rispettivi campi di azione sociale.

Come sempre ne faranno le spese le fasce della popolazione palestinese più vulnerabili, con un danno immediato per l’operatività delle azioni rivolte alla tutela dei contadini privati delle terre, alla quella dei minori in area di crisi, delle persone private della libertà e delle politiche di inclusione e di genere a cui queste organizzazioni si rivolgono.

Il rischio concreto di queste ore è quello della chiusura degli uffici e degli arresti di dirigenti e militanti delle associazioni. Sarà poi impossibile relazionarsi con i partner esteri, compresi quelli italiani, e ricevere fondi internazionali per svolgere la propria opera sul campo.

Si crea poi un precedente inaccettabile: con questo atto gli attivisti di sinistra o chiunque sia affiliato a una di queste organizzazioni potrà essere assimilato a un terrorista, come se qualsiasi forma di lotta e di resistenza all’occupazione, anche quelle non violente e che si basano sulle raccolte di dati e di testimonianze, siano “terrorismo” per Israele.

Con questa decisione, che si colloca all’interno di un processo che ha esteso, nella compagine governativa, politica e sociale israeliana, l’applicazione della legge antiterrorismo vigente in Israele alle organizzazioni della società civile palestinese, il governo israeliano conferma ancora una volta lo stato di discriminazione nei confronti delle associazioni con ricadute pesanti sulla popolazione.

Già le limitazioni date dal sistema di occupazione e apartheid rendevano la vita dei difensori dei diritti umani in Palestina difficile, ma tale posizione mette a rischio un intero sistema che coinvolge in primis le organizzazioni palestinesi ma anche le numerose associazioni che con loro condividono prese di posizione, lavoro sul campo e impegno per la tutela dei diritti umani.

Le organizzazioni designate sono i nostri partner, sono gli stessi che accolgono le nostre delegazioni durante i viaggi di conoscenza e i campi di volontariato, raccontandoci il proprio impegno e la lotta per i diritti umani a fronte dell’occupazione. Nel report di NGO Monitor, pubblicato a giustificazione delle accuse, ci sono i nomi e le foto di amiche, amici e colleghi di lavoro, compagne e compagni di lotta e militanza, di persone che hanno dedicato tutta la loro vita alla ricerca della giustizia e alla difesa delle fasce sociali più vulnerabili.

ARCI e ARCS, a nome del tessuto associativo legato storicamente alla causa del popolo palestinese, continueranno a dare voce alle organizzazioni della società civile con cui collaborano da anni in Palestina, rafforzando il proprio impegno per denunciare le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità occupanti.

Sosterremo le colleghe e i colleghi delle Ong italiane operanti in Palestina che stanno attivando le interlocuzioni con l’Agenzia per la Cooperazione allo Sviluppo in loco e le sedi diplomatiche italiane in Israele per rispondere a questo attacco. Le reti delle ong italiane, di cui ARCS fa parte, da venerdì scorso sono in contatto con parlamentari del nostro Paese per predisporre un’interrogazione urgente al governo affinché l’Italia assuma in fretta una posizione e chieda la sospensione di questi provvedimenti.

Non ci fermeremo finché l’intera comunità internazionale riconoscerà il sopruso, la limitazione della libertà di associazione e le violazioni dei diritti a cui il popolo palestinese è sottoposto.

*presidente di Arcs

Tutti gli uomini di Trump. Le menti del tentato golpe

Stati uniti. Bannon, avvocati, deputati del Gop sono dietro il piano per sabotare l’elezione di Biden

Fabrizio Tonello  27.10.2021

Seduti davanti ai nostri schermi televisivi, o ipnotizzati dalle notizie flash sul telefonino, ci siamo abituati a pensare che i colpi di stato siano qualcosa che accade in Africa (vedi Sudan in queste ore) o in America Latina, non da noi. Ma se il “noi” comprende anche gli Stati Uniti, con i loro grattacieli, film di Hollywood e vivaci piattaforme su cui scambiarsi foto e video, allora ci sbagliamo: i colpi di stato arrivano anche qui, nel cuore dell’Impero. Magari falliscono, ma per un pelo, com’è accaduto il 6 gennaio scorso.
Nelle ultime 72 ore sono arrivate le prove che l’assalto al Congresso non era una manifestazione pro-Trump di qualche centinaio di estremisti che erano riusciti a rompere i cordoni della polizia per poi farsi i selfie in mezzo ai quadri e alle statue. E, benché fosse ovvio fin dal primo momento che l’istigatore dell’assalto era lo stesso presidente, le dimensioni della cospirazione antidemocratica non erano chiare: in questi mesi l’Fbi ha arrestato soltanto la manovalanza e nessuno degli organizzatori.
Grazie alle indagini della Camera e a un approfondito articolo della rivista Rolling Stone ora ne sappiamo di più: il tentativo di impedire a Biden di entrare in carica era il frutto di una lunga pianificazione, iniziata mesi prima, che aveva il suo quartier generale presso lo Willard hotel di Washington, a due isolati dalla Casa Bianca.

IL GRUPPO che si riuniva lì includeva vari avvocati di Trump, tra cui Rudy Giuliani e John Eastman, diversi importanti collaboratori del presidente, tra cui il suo capo di gabinetto Mark Meadows e naturalmente Roger Stone, che aveva iniziato la sua carriera di manipolatore delle elezioni addirittura con Nixon, quasi 50 anni fa. La mattina del 6 gennaio Stone lasciò l’hotel con le sue guardie del corpo, che appartenevano al gruppo di estrema destra Oath Keepers, poi coinvolti nell’assalto a Capitol Hill. C’erano inoltre numerosi repubblicani membri della Camera che avevano attivamente partecipato: Majorie Taylor-Green (Georgia), Andy Biggs e Paul Gosar (Arizona), Lauren Boebert (Colorado), Mo Brooks (Alabama), Madison Cawthorn (Nord Carolina) e Louie Gohmert (Texas).
La mente del progetto di golpe sembra essere stata Stephen Bannon che già prima delle votazioni del 3 novembre, il primo ottobre, aveva accusato i democratici di voler «rubare le elezioni», un’affermazione più volte ripetuta dallo stesso Trump. Bannon aveva lanciato l’idea di «concentrarsi sul 6 gennaio» ovvero sul giorno in cui il Congresso doveva ratificare i voti dei delegati degli stati nel collegio elettorale (il presidente americano viene eletto da questi delegati, non direttamente dai cittadini).

SECONDO il Select Committee della Camera «Bannon aveva sollecitato l’allora presidente Trump a fare pressione sull’allora vicepresidente Mike Pence per aiutarlo a rovesciare i risultati delle elezioni del 2020». Il giorno prima dell’attacco al Campidoglio del 6 gennaio, Bannon aveva predetto «Domani si scatenerà l’inferno». Il piano era di convincere, o costringere, Pence in quanto presidente del Senato a rifiutare la ratifica dei voti elettorali di alcuni stati, in modo da impedire a Biden di raggiungere la maggioranza di 270 delegati su 538 nel collegio elettorale. Questo avrebbe permesso ai repubblicani di invocare una clausola dell’articolo 2 della Costituzione secondo cui in caso nessun candidato ottenga la maggioranza il compito di eleggere il presidente passa alla Camera dei rappresentanti.
Una clausola che avrebbe permesso la rielezione di Trump perché essa prevede che alla Camera non votino i singoli deputati bensì le delegazioni dei 50 stati, ciascuno dei quali disporrebbe di un solo voto. Poiché i repubblicani in effetti controllano una maggioranza delle delegazioni (27 su 50) benché i democratici abbiano un maggior numero di deputati il piano poteva riuscire. E questo nonostante i democratici nel 2020 avessero ottenuto più voti a tutti i livelli: nel voto popolare, nel voto del collegio elettorale e nel voto per i deputati.
Un colpo di stato fallito per un soffio: Pence avrebbe potuto farsi convincere dalle telefonate di Trump o dalla minaccia fisica costituita dagli scherani del presidente, entrati in Congresso per interrompere la seduta congiunta delle due camere dedicata alla ratifica dei risultati elettorali.

UN GOLPE, d’altronde, che si avvaleva di metodi già sperimentati altrove, come in Bolivia nel 2019, quando Evo Morales fu obbligato a fuggire con una combinazione di manifestazioni e di minacce alla sua vita. Un metodo simile a quello usato in Brasile, prima con l’impeachment della presidente Dilma Roussef nel 2016 e poi con la scandalosa procedura giudiziaria che aveva impedito a Lula di presentarsi alle elezioni contro Bolsonaro nel 2018. Non servono i carri armati quando si possono comprare, o intimidire, parlamentari e giudici.