TALENTO E SOCIETÀ CLASSISTA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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TALENTO E SOCIETÀ CLASSISTA da IL MANIFESTO

Non c’è talento che tenga in una società classista

SCAFFALE. Intorno al libro «La meritocrazia» di Salvatore Cingari, edito da Ediesse

Piero Bevilacqua  09.04.2021

Chi non concorda sul principio che per accedere a un impiego pubblico tramite un concorso – cioè la valutazione di una commissione competente – non debba valere il criterio del merito nella scelta dei vincitori? Che si tratti dell’accesso alla carica di direttore generale di un ministero o di semplice impiegato comunale, nessuno troverebbe giusto e accettabile che a essere premiati fossero i meglio raccomandati (da un ministro o dal parroco) o i più simpatici e fisicamente avvenenti.

L’OVVIO CRITERIO di giustizia, alla base dell’efficienza ordinaria di ogni amministrazione di uno stato di diritto, nasconde la più potente macchina di esclusione sociale su cui si regge la società capitalistica. I candidati che arrivano a sostenere i concorsi costituiscono la punta di un iceberg la cui base sommersa è affollata da una vasta platea di individui che per nascita, ambiente familiare, percorso scolastico, destino sociale non possono neppure aspirare a presentarsi a un concorso. Il classismo delle società contemporanee opera ab ovo feroci selezioni nelle possibilità di successo dei cittadini, che vengono a posteriori nascoste dalla relativa neutralità meritocratica del concorso pubblico.

QUEST’ULTIMO – passaggio finale di un lungo percorso – non fa che sancire l’ingiustizia sociale originaria con cui la società classista ha già escluso la massa degli immeritevoli, cioè dei subalterni, degli emarginati, dei più poveri, di chi non ha potuto studiare. Solo considerando le disparità enormi dei «punti di partenza» che dividono ab inizio i singoli individui, il concetto di meritocrazia appare per quello che è: uno dei più potenti dispositivi di inganno ideologico con cui il potere capitalistico nasconde i fondamenti di emarginazione e ingiustizia su cui si regge. Interviene sul problema (ampiamente discusso in altri paesi) Salvatore Cingari, con La meritocrazia (Ediesse, pp. 221, euro 15), un agile saggio che non solo ricostruisce le origini storiche del termine e il dibattito internazionale anche recente, ma soprattutto illustra con brillante acribia il ruolo di concetto egemonico giocato da questo termine nel processo di devastazione culturale operato dell’ideologia neoliberista negli ultimi vent’anni.
EGLI NON SOLO RICORDA, sulla scorta di qualche grande pensatore americano, come John Rawls o ricorrendo agli studi sulla meritocrazia di Michael Young come le «uguaglianze delle opportunità», tanto vantate dalla sociologia americana e dai suoi superficiali cantori europei, siano in realtà opportunità offerte ad alcuni pochi di sopravanzare i molti meno dotati in quanto meno fortunati. Le stesse componenti fondamentali del merito, vale a dire lo sforzo e il talento, sono frutto dell’ambiente familiare e sociale o sono doni della natura e come tali immeritati.
MA LA PARTE PIÙ ORIGINALE del contributo di Cingari si condensa nella disamina di come il criterio di meritocrazia sia diventato, soprattutto in Italia, uno strumento di surrogazione dell’analisi sociale e una forma ingannevole di camuffamento delle gerarchie di classe.
L’esaltazione dell’individuo più dotato, più capace, dunque il più utile all’impresa capitalistica e il più efficiente nel far funzionare la macchina pubblica, crea un immaginario valoriale che fa apparire i meno dotati come colpevoli della loro minorità, responsabili delle loro sconfitte, della loro emarginazione.

AL TEMPO STESSO questa vera e propria concezione del mondo fa si che tutti i deficit della società, il mal funzionamento dei servizi, il disagio dei ceti poveri, gli scacchi delle imprese o i fallimenti dell’operato pubblico, siano spiegati con criteri moralistici: la mancanza di competenza, di merito, da parte dei gestori della cosa pubblica. Il fallimento del mercato, quindi la perdita di competitività del sistema, nella gara intercapitalistica, va cercata nella insufficiente applicazione della meritocrazia. E qui l’autore coglie un nesso che val la pena illustrare con le sue parole.
Secondo Cingari la meritocrazia diventa l’anello di congiunzione fra ideologia neoliberista e retorica populistica: «l’idea, cioè, che il crescente malessere sociale sia frutto di un mancato rispetto delle regole in una visione della società come gioco competitivo.

LA QUESTIONE MORALE tende cosi – in una prospettiva che diventa interclassista – a sovrapporsi a quella sociale, imputando alla corruzione, al favoritismo, al privilegio neofeudale di imprese e istituzioni pubbliche o partitico-sindacali, la responsabilità dell’accrescersi delle disuguaglianze, dell’impoverimento del ceto medio, della diminuzione delle opportunità di lavoro».
Il discorso sul merito occulta così presso i ceti popolari ogni spiegazione storica e di classe delle disuguaglianze, dell’emarginazione e dello sfruttamento subito, sublimandola sul piano del costume, affondandola nel sopramondo dei sempiterni e immodificabili egoismi umani e così disinnescando ogni volontà di rivolta e conflitto.

«Riformare» per «semplificare» la vita ai ricchi

P.A./Nuovi concorsi. L’igiene della lingua e quella del diritto esigono un repentino passo indietroFederico Martelloni  09.04.2021

Il linguaggio politico e anche quello istituzionale sono stati lungamente inquinati. Lo attestano una serie di trappole della lingua disseminate nello spazio pubblico dove, da tempo, la licenza di licenziare può essere tranquillamente presentata come sommo strumento di lotta alla disoccupazione, dove i corpi intermedi possono costituire un inutile intralcio alla volontà popolare e i diritti civili rappresentare un attacco alla famiglia tradizionale e ai suoi consolidati valori.

Questa mafia della lingua raggiunge il proprio apice quando si sente parlare di “riforme” e di “semplificazione”, posto che dietro tali nozioni, anche in concorso tra loro, sovente si legittima l’abuso e il sopruso dei più forti sui più deboli.

È ciò che sta avvenendo, oggi, nella pretesa semplificazione dei concorsi pubblici messa a punto dal neo-ministro Brunetta, il quale, poco dopo il proprio insediamento alla guida della Pubblica Amministrazione, ha sottolineato la necessità di riformare e semplificare le procedure concorsuali per garantire il merito.

In particolare, in base al nuovo Protocollo della Funzione pubblica (che modifica e aggiorna quello del 3 febbraio 2021 emanato in attuazione del Dpcm 14 gennaio 2021) nei concorsi è da valutare, in via preliminare, “il possesso di titoli specifici e di competenze sul servizio, tecniche e attitudinali, coerenti con il profilo professionale da reclutare concorsi pubblici”, sicché le nuove misure per lo svolgimento delle procedure prevedono “una fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”, con la precisazione che “ i titoli e l’eventuale esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, possono concorrere alla formazione del punteggio finale” (art. 10, comma 1, lett. c), d.l. n. 44/2021).

Tale previsione, apparentemente neutra, valorizza oltremodo la formazione a pagamento e il business dei master di primo e secondo livello mentre penalizza fortissimamente neo-diplomati e neo-laureati, i quali pure rappresentano, secondo tutte le statistiche, il segmento più fragile del mercato del lavoro, specie nelle aree del Paese economicamente meno sviluppate.

Questi ultimi, impossibilitati per ragioni economiche o semplicemente anagrafiche ad esibire “titoli” e non meglio precisate “esperienze professionali”, rischiano di essere indebitamente estromessi dai concorsi della PA cui avrebbero tutto il diritto di accedere e pertanto, nei fatti, gravemente discriminati.

La pretesa “semplificazione”, oltre a costituire una surrettizia abolizione del valore legale del titolo di studio, calpesta ogni principio di imparzialità, oggettività e trasparenza delle procedure di accesso al pubblico impiego, rappresentando un’intollerabile ingiustizia.  L’igiene della lingua e quella del diritto esigono un repentino passo indietro. Perché all’oggi il governo dei migliori sta compiendo un altro passo falso.

L’autore è responsabile nazionale lavoro – Sinistra Italiana