SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI da IL MANIFESTO

Milite ignoto, l’insegnamento è il «rifiuto della guerra»

Davide Conti  05.11.2021

La retorica celebrativa, ovvero il linguaggio pubblico utilizzato dagli Stati come espressione politica delle proprie liturgie civili, genera inevitabilmente una contraddizione esplicita tra il racconto epico ed il principio di realtà della storia.

Così il centenario del Milite Ignoto, la traslazione dei resti di un soldato caduto al Vittoriano, si trasforma da occasione di rielaborazione collettiva attorno ai significati epocali della devastazione della guerra mondiale (drammaticamente al centro del nostro presente nell’era del conflitto globale) a strumento declamatorio di processi unificanti che, giocoforza, si presentano come più immaginari che reali di fronte ai fatti della storia: dai massacri dei campi di battaglia alla distruzione dell’Europa; dalle fucilazioni degli stessi soldati italiani (ancora oggi non riabilitati ed espulsi dal racconto nazionale) ordinate dai Tribunali militari speciali sulla base delle circolari del generale Cadorna, alla successiva brutalizzazione della vita civile restituita dal ritorno dalle trincee dei reduci travolti da quell’esperienza totale.

Questo centenario si sarebbe potuto configurare come un’opportunità per guardare da un lato alla traiettoria storica percorsa dalle masse contadine, operaie, proletarie e sottoproletarie (che pagarono il prezzo più alto alla guerra in termini sociali e di vite umane) al tempo della loro irruzione nella sfera pubblica; dall’altro alla condotta della monarchia sabauda e delle classi proprietarie e militari italiane che a quell’«inutile strage», come la definì Benedetto XV, condussero l’intera società.

In realtà l’eterna narrazione, promossa oggi dalle stesse classi dirigenti e politiche del Paese, di una presunta debolezza dell’identità nazionale finisce per riproporre, nel discorso pubblico, temi e caratteri propri del nazionalismo volti a rappresentare un vincolo astratto tanto tra i caduti in battaglia ed uno Stato incarnato dal re come padre della patria, quanto dalla nazione come corpo unico-organico e madre dei figli-soldato.

Il Risorgimento aveva disegnato un perimetro valoriale che muovendo dal principio dell’emancipazione guardava ad una patria libera e indipendente in mezzo ad altre patrie, altrettanto libere e indipendenti. Il nazionalismo bellico e post-bellico operò la torsione di questo lascito storico fino all’approdo estremo ed apicale che si ebbe con il fascismo.

In quella concezione militarista la patria libera si tramutò in «nazione forte» come premessa alla politica imperiale e di potenza, ovvero l’anticamera della Seconda guerra mondiale e la strozzatura di ogni istanza di autodeterminazione dei popoli. D’altro canto come già ammoniva il patriota Cesare Battisti, dalle pagine de «Il Popolo» e de «L’Avvenire del Lavoratore», le guerre combattute per «gli interessi della borghesia» e per «odi nazionali» hanno sempre costituito «il bastone nella ruota del socialismo».

Il Paese reale di allora venne attraversato da complessità, fratture, conflitti e divisioni (interventisti e oppositori della guerra; nazionalisti e internazionalisti; ceti proprietari e classi popolari) che restituiscono molto della storia italiana del Novecento e ne fanno specchio per quella di oggi, attraversata dalle tante crisi del nostro tempo che muovono da quella pandemica per trasferirsi a quella sociale, ambientale e culturale. Un tempo presente in cui la guerra è prepotentemente all’ordine del giorno su scala globale e modella a sua immagine il profilo ideologico delle propagande nazionali.

La crisi sistemica accesa dalla miccia degli spari di Sarajevo nel 1914 trovò la sua conclusione con il secondo conflitto mondiale e l’ingresso definitivo della «guerra totale» nella vita delle società contemporanee.

Un esito caratterizzato da un nuovo modo ideale di combattere e da una «misura altra» dell’impegno volontario data allo stesso concetto di patriottismo, incarnato stavolta dalla Guerra di Liberazione Nazionale. Da qui mossero le donne e gli uomini della Resistenza ovvero, come ha scritto nel suo libro di memorie il partigiano dei GAP di Roma Rosario Bentivegna, dalla concezione di Giuseppe Mazzini secondo cui «la Patria non è un territorio: il territorio non è che la “base” su cui una società di uomini liberi conquista, accresce e difende le proprie libertà».

L’approdo della Resistenza fu quella Costituzione repubblicana che, ponendo uno iato irriducibile con lo Statuto albertino del Regno, dichiarò per sempre nel suo articolo 11 il proprio rifiuto della guerra.

Da quel punto è necessario partire per restituire la dignità alle moltitudini ignote morte in trincea e per educare alla lotta per la Pace ed alla democrazia conflittuale e partecipata i cittadini della Repubblica non più sudditi della monarchia.

4 novembre, le celebrazioni che «sotterrano» tutto

Franco Corleone  05.11.2021

Il 20 e 27 novembre del 2020 vi fu sul manifesto uno scambio di lettere tra chi scrive (qui) e la Presidente della Commissione Difesa del Senato Roberta Pinotti (qui) sulla vicenda della legge per la restituzione dell’onore alle 750 vittime del militarismo e della giustizia militare dei Tribunali di guerra.

Le promesse di impegno per la risoluzione di una pagina tragica della follia della guerra si risolsero in un ennesimo insulto con l’insabbiamento della proposta di legge e l’approvazione di una risoluzione generica e senza atti di riparazione anche simbolici per ricostruire una memoria collettiva.

Nelle proposte di legge (Rojc e De Petris al Senato e Tondo alla Camera dei deputati), oltre al richiamo ai principi della Costituzione che non ammette la pena di morte e a precisi impegni per la ricostruzione delle drammatiche vicende denunciate nel 1968 da Forcella e Monticone nel volume “Plotone d’esecuzione”, si prevedeva che nel complesso del Vittoriano fosse affissa questa iscrizione: «Nella ricorrenza del centenario della Grande guerra e nel ricordo perenne del sacrificio di un intero popolo, l’Italia onora la memoria dei propri figli in armi, vittime della crudele giustizia sommaria. Offre la testimonianza di solidarietà ai soldati caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate, come atto di riparazione civile e umana».

Cosa è accaduto invece?

Approfittando delle celebrazioni del Milite ignote è stata affissa al Vittoriano una targa che recita così: «Nella ricorrenza del centenario della traslazione della salma del milite ignoto all’altare della patria, la Repubblica italiana onora la memoria dei propri figli in armi fucilati durante la Prima guerra mondiale per reati contro la disciplina, anche in assenza di un oggettivo accertamento della loro responsabilità, a testimonianza di solidarietà ai militari caduti, ai loro familiari e alle popolazioni».

Colpisce il riduzionismo storico, il linguaggio burocratico e leguleio e l’italiano zoppicante di una targa misera se non miserabile.

Per fortuna il Friuli Venezia Giulia con una decisione all’unanimità del Consiglio regionale ha approvato il 28 maggio 2021 una legge, non impugnata dal Governo, per la riabilitazione storica attraverso la restituzione dell’onore dei soldati nati o caduti nel territorio dell’attuale Regione Friuli Venezia Giulia condannati alla fucilazione per l’esempio.

Una bella prova di autonomia davvero speciale.

Il Presidente Mattarella per fortuna nel suo discorso per il 4 Novembre ha stigmatizzato «le colpe scaricate in modo scellerato sulle truppe, sino all’orrore del sorteggio per decidere, con la decimazione, i soldati da destinare alla fucilazione». Una frase non banale che condanna la pusillanimità della politica e del parlamento nei confronti del potere militare.