SULL’USO STRUMENTALE DI CERTE PAROLE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SULL’USO STRUMENTALE DI CERTE PAROLE da IL MANIFESTO

Sull’uso strumentale del successo di certe parole

Resilienza. L’introduzione del concetto di resilienza in realtà sta a significare che non si vuole intervenire sulle cause della “perturbazione” quanto piuttosto sugli effetti di tali cambiamenti, ovvero all’interno dello stesso processo di ristrutturazione capitalistica

Enzo Scandurra  27.04.2021

Ogni volta che la specie umana (ovvero i suoi rappresentanti eletti) si trova ad affrontare problemi o minacce inedite (quasi sempre prodotte dalla sua ingordigia) che ostacolano o mettono a rischio la crescita economica, inventa nuovi concetti o parole che dovrebbero esorcizzarne gli esiti negativi. Così è stato per lo “sviluppo sostenibile”, concetto che ognuno interpreta a suo modo (già al suo esordio, nel 1987, si contavano ben 25 sue definizioni); grimaldello semantico che si presta a più scopi (dalla pasta alle auto alle grandi opere), ma la cui sola sua evocazione basterebbe ad allontanare gli effetti di una crescita illimitata.

Ora la nuova parola magica è “resilienza”, termine pressoché sconosciuto ai più prima che esso comparisse, a livello nazionale ed europeo, nell’ormai famoso Pnrr, ovvero Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Che significa questa parola e da dove salta fuori? Essa assume significati diversi in ognuna delle discipline dove compare: informatica, metallurgia, ecologia, psicologia, eccetera. In generale possiamo definirla come la capacità di un sistema di adattarsi a un cambiamento (nella fattispecie al cambiamento indotto dalla pandemia). Wikipedia definisce, la resilienza, in ecologia e biologia, come quella capacità della materia vivente di autoripararsi a seguito di un danno, o quella caratteristica di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo che questi è stato sottoposto ad una perturbazione che lo ha allontanato da quello stato (omeostasi).

Gli ecosistemi sono regolati da meccanismi di retroazione detti feedback: quello positivo assicura la crescita di un ecosistema, il feedback negativo neutralizza l’effetto della perturbazione impedendo, ad esempio, la crescita sproporzionata di una data variabile (come nel caso del famoso modello di Volterra: preda-predatore). Una proprietà degli ecosistemi è quella di possedere più di un grado di equilibrio, ovvero se perturbati possono oscillare intorno alla posizione di equilibrio per un certo tempo, per poi ritornare in quella stessa posizione. Come pure, purtroppo, possono allontanarsi dalla loro posizione di equilibrio (se la perturbazione è molto forte) per poi posizionarsi su una diversa posizione di equilibrio. In questo secondo caso non è detto che le specie viventi , o almeno molte di esse, sopravvivano (vedi l’esempio dei dinosauri che hanno abitato la terra per ben 160 milioni di anni).

Nel nostro caso la “perturbazione” è costituita dalla pandemia e la resilienza è la capacità di adattamento a questo evento straordinario e la sua capacità di contrastarlo. In termini più semplici, la resilienza è l’atto di risalire su un imbarcazione dopo che questa si è capovolta (secondo Trabucchi l’etimo di resilienza deriva dal latino resalio). Così definita questa parola induce all’ottimismo, ovvero i governanti tenderebbe a vedere il cambiamento (l’effetto della pandemia) come una sfida da affrontare. E infatti sono stati in poco tempo prodotti vaccini basati su un metodo innovativo (rna-messaggero) che forse potrà essere utile in futuro ad affrontare malattie che affliggono da sempre l’umanità.

Ma che succede per esempio nel caso dei cambiamenti climatici? L’ecosistema planetario una volta perturbato si adatterà su nuove posizioni di equilibrio in corrispondenza del quale non è detto che la specie umana possa sopravvivere. Il concetto di resilienza appare piuttosto inutile. Perché seppure quella umana è una specie flessibile e assai adattabile, non potrebbe resistere a un innalzamento degli oceani o alla desertificazione di vaste aree del pianeta dovute a un aumento della temperatura media (causata dall’eccesso di CO2). L’ecosistema (la biosfera) perturbato non ritornerebbe nella sua condizione originaria. E se la specie umana possiede le ben note capacità di flessibilità ed adattamento, i sistemi economici e sociali sono invece caratterizzati da estrema rigidità e vulnerabilità. Si innescherebbe un feedback tale da far crollare l’intero sistema economico sociale.

L’introduzione (da altre discipline) del concetto di resilienza in realtà sta a significare che non si vuole intervenire sulle cause della “perturbazione” (sia essa pandemica che climatica) quanto piuttosto sugli effetti di tali cambiamenti (da noi stessi provocati), ovvero all’interno dello stesso processo di ristrutturazione capitalistica. E’ come quel caso disperato di un malato di diabete che continua a mangiare gelati convinto che qualche nuovo farmaco annullerà gli effetti della sua golosità mortale. Forse perché siamo in clima di Liberazione nazionale, ma io preferisco il termine di Resistenza a quello di resilienza che ci vede rassegnati a subire la catastrofe col solo scopo di minimizzarne i danni.

Cambiare il mondo per salvare il pianeta

Scaffale. «Ecologia e psicogeografia» di Guy Debord, per Elèuthera. Una critica dell’ambientalismo riformista sulla scorta delle analisi di Bookchin, Fallot e PaccinoMarc Tibaldi  27.04.2021

Le edizioni Elèuthera mandano in libreria Ecologia e psicogeografia di Guy Debord (pp. 184 pagine, euro 17 euro), una significativa raccolta di scritti del teorico del Situazionismo. L’approfondita postfazione di Gianfranco Marelli, necessaria e stimolante, riassume il percorso di Debord e colloca questi scritti nell’opera complessiva del pensatore francese. I testi propongono una critica serrata all’illusione capitalista della green-economy e nello stesso tempo una riflessione sulla necessità di una visione complessa della cosiddetta questione ambientale.

LA CELEBRE E GENIALE critica alla società dello spettacolo (testo forse più citato che letto) non è scollata da queste riflessioni, ma serve da sfondo e contestualizzazione. Nell’arco di oltre trent’anni, a iniziare dal 1955, Debord si cimenta intorno a queste tematiche passando dall’individuazione della psicogeografia (lo studio degli effetti dell’ambiente, dell’urbanistica, dell’architettura sul comportamento affettivo degli individui e il loro «addomesticamento»), alle «nuisances», ovvero gli effetti nocivi del sistema industriale. Non a caso, a partire dal 1984, partecipa al progetto della Encyclopédie des Nuisances, che si prefiggeva di denunciare i diversi veleni e surrogati – non solo materiali – del capitalismo.

Ci sono almeno altri tre pensatori rivoluzionari che a cavallo degli anni ’60 e ’70 affrontano con preveggenza la questione ecologica inserendo nella stessa critica l’ambientalismo riformista (in quegli anni rappresentato soprattutto dal Club di Roma), il capitalismo e il dominio dell’uomo sull’uomo.

SI TRATTA di Murray Bookchin, che arriva al pensiero libertario dopo la militanza marxista (che non rinnega ma amplia con un pensiero complesso: si legga in proposito il suo Ascolta marxista! In Post-scarcity anarchism, ripubblicato da Bepress) e che mette a fuoco la teoria dell’ecologia sociale, che ha proprio nella critica del dominio il suo nocciolo duro. Interessante notare l’analogia tra le tesi di uno dei primi libri di Bookchin – I limiti della città (Feltrinelli) – e la psicogeografia dei situazionisti; Jean Fallot, filosofo francese, che nel 1975 pubblica Sfruttamento inquinamento guerra. Scienza di classe (Bertani editore) in cui analizza il dominio capitalista nelle sue articolazioni: «L’inquinamento è la conseguenza storicamente determinata più rilevante del sistema di dominio e dello sfruttamento»; e infine Dario Paccino, altro pensatore marxista eccentrico e irregolare da rileggere, che ne L’imbroglio ecologico (Einaudi, 1972) sosteneva che la rivoluzione è condizione necessaria ma non sufficiente per salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica, aggiungendo «certo comunque che se sussiste una possibilità di sopravvivenza, di integrazione della società con la natura, di solidarietà umana, essa è legata alla rivoluzione». In mancanza della quale dobbiamo aspettarci la morte del pianeta.

Debord ha più accordi con il pensiero di Bookchin, anche se la sua intransigenza rivoluzionaria non gli avrebbe mai permesso di condividere il «municipalismo» che successivamente l’autore americano ha proposto, e si sarebbe trovato più in sintonia con il marxismo epicureo di Fallot e la sollecitazione di Paccino alla rivolta dei «liberi-schiavi».

Il testo forse più provocatorio della raccolta è «Note sulla questione degli immigrati», del 1985. A differenza di molti ambientalisti che idealizzano la natura e, di conseguenza, cadono nella trappola identitaria e del localismo (e passo dopo passo arrivano anche alla legittimazione di gerarchie e di ruoli che vorrebbero definiti per natura), la tematica della migrazione viene sviluppata da Debord in maniera disincantata e cinica, senza nessuna idealizzazione della condizione migrante, ma sostenendo che i migranti possono vivere dove vogliono perché sono i rappresentanti della spoliazione che hanno subito.

DEBORD SI CHIEDE se i popoli che verranno, frutto del miscuglio etnico, domineranno «attraverso una pratica emancipata, la tecnica attuale, che è globalmente quella del simulacro e della spoliazione? O al contrario ne saranno dominati in modo ancora più gerarchico e schiavile di oggi?». E conclude: «Bisogna considerare il peggio e combattere per il meglio. I rimpianti sono vani».