SERVONO I FATTI O LE PAROLE PER SCEGLIERE? da 18BRUMAIO e CORSERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SERVONO I FATTI O LE PAROLE PER SCEGLIERE? da 18BRUMAIO e CORSERA

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·         I nuovi sonnambuli

·         venerdì 14 gennaio 2022

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  • In questi giorni s’è sentito parlare del vertice del Consiglio NATO-Russia. Nessun discorso è più lontano da noi che siamo alle prese da anni con la pandemia e tra dieci giorni con l’elezione di Berlusconi o Draghi al Quirinale. La cosa qualche anno fa avrebbe fatto sorridere, ora non più, come spesso accade in questo Paese abitato da molta gente maldestra e di labile memoria.
  • Il dottor Silvio Berlusconi sostiene di essere stato il fautore della fine della cosiddetta Guerra fredda quando era presidente del consiglio dei ministri. A che cosa si riferisce esattamente? Al vertice di Nato-Russia di Pratica di Mare del 2002.
  • Le relazioni tra l’alleanza militare della NATO e la Federazione Russa sono state stabilite nel 1991 nell’ambito del Consiglio di cooperazione del Nord Atlantico. Nel 1994, la Russia ha aderito al programma Partnership for Peace e da allora la NATO e la Russia hanno firmato diversi importanti accordi di cooperazione.
  • Il 27 maggio 1997, al vertice della NATO a Parigi, Francia, NATO e Russia hanno firmato l’Atto istitutivo sulle relazioni reciproche, la cooperazione e la sicurezza, una tabella di marcia per la futura cooperazione NATO-Russia.
  • A coronamento di ciò, nel 2002 è stato creato il Consiglio NATO e Federazione Russa (NRC). Ciò è avvenuto al vertice di Pratica di Mare, con l’Italia paese ospitante del vertice, ma la cui agenda era stata decisa da ben altri attori.
  • L’NRC si è riunito mensilmente a livello di ambasciatori, due volte l’anno i ministri degli esteri e della difesa e i capi di stato maggiore generale si sono incontrati per discutere il controllo degli armamenti, la cooperazione industriale, la cooperazione in Afghanistan (compreso il trasporto da parte della Russia di merci non militari della Forza internazionale di assistenza alla sicurezza), il contrasto al terrorismo, al traffico di droga e per scambiare informazioni sulle esercitazioni militari previste.
  • Gli Stati Uniti e la NATO hanno aggredito l’Iraq, la Libia e la Siria, storici alleati della Russia, creandone ad arte i presupposti per destabilizzare e ridurre in macerie questi paesi. Ciò fa parte della strategia d’isolamento, indebolimento e accerchiamento della Federazione Russa. In tale contesto strategico, i paesi baltici e l’Ucraina giocano un ruolo fondamentale.
  • Quando gli Stati Uniti e la Germania hanno sostenuto il colpo di stato filo-occidentale in Ucraina nel 2014, la Russia ha risposto annettendo la Crimea, popolata dai russi e dopo un referendum. La NATO ha affermato di sostenere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina. Il 1° aprile 2014 la NATO ha deciso di sospendere ogni pratica di cooperazione con la Federazione Russa, in risposta alla crisi ucraina.
  • Dopo l’avvelenamento del doppiogiochista Sergei Skripal, avvenuto nel 2018 a Londra (nel 2006 era stato condannato dalla Russia per alto tradimento a seguito di attività di spionaggio a favore dei servizi segreti britannici), per il quale il governo britannico ha accusato i servizi segreti russi, la NATO ha espulso diversi diplomatici russi.
  • Ultimo fatto in ordine cronologico, nell’ottobre 2021, a seguito di un incidente in cui la NATO ha espulso otto funzionari russi dal quartier generale di Bruxelles, la Russia ha sospeso la sua missione presso la NATO e ha ordinato la chiusura dell’ufficio della NATO a Mosca.
  • Gli Stati Uniti e altri membri della NATO hanno armato sistematicamente l’esercito ucraino e le milizie ultranazionaliste che stanno combattendo contro i separatisti filorussi nell’est del Paese. L’aiuto militare ufficiale degli Stati Uniti all’Ucraina nel 2021 è stato di 250 milioni di dollari, con una spesa militare prevista per quest’anno pari a 300 milioni di dollari. Lunedì, la CNN e altre fonti hanno riferito che il presidente Joe Biden ha approvato ulteriori spedizioni di armi da fuoco, munizioni, radio e altre attrezzature militari.
  • L’instabile regime ucraino, minato dalle lotte oligarchiche e dalla corruzione, e le milizie ultranazionaliste possono essere utilizzate in qualsiasi momento per una provocazione che costringa Mosca a reagire. In ciò gli Usa sono storicamente dei maestri insuperabili.
  • Pur se la NATO è tornata al tavolo dei negoziati con la Russia dopo due anni e mezzo, tuttavia Washington non ha intenzione di cambiare strategia geopolitica, che mira a fermare l’ascesa economica e militare della Cina, e perciò occorre ostacolare una stretta alleanza tra Russia e Cina, mantenere la Russia occupata in una continua tensione sui propri confini, tenere sotto controllo, quando non impedire, accordi di cooperazione tra la Russia e gli altri paesi europei. In tale quadro è necessario orientare l’opinione pubblica negli Stati Uniti e in Europa contro la Russia, diffondono costantemente la narrativa: “Siamo pacifici e vogliamo negoziare, ma Putin vuole invadere l’Ucraina e fa richieste che non possono essere soddisfatte”.
  • I membri europei della NATO sostengono la linea aggressiva contro la Russia, ma perseguono i propri interessi di partner commerciali. L’imperialismo tedesco, in particolare, considera l’Europa orientale e l’ex Unione Sovietica come tradizionali aree di espansione, come già nel recente passato e da sempre. Una parte della leadership tedesca teme che gli Stati Uniti danneggino la Germania se si sottometterà alla sua linea, nondimeno gli Usa sanno curare molto bene le loro relazioni all’interno dell’establishment politico, diplomatico ed economico tedesco. Divide et impera, una tattica che funziona sempre.
  • Ciò è particolarmente evidente nel conflitto sul Nord Stream2. Washington vuole utilizzare il gasdotto completato ma non ancora approvato come leva contro la Russia, mentre Berlino vuole mettere in funzione il gasdotto, da cui dipende l’approvvigionamento energetico della Germania. Il conflitto passa direttamente attraverso il governo tedesco. Mentre i Verdi e i Liberali sostengono il fermo del gasdotto, l’SPD lo sostiene.
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Il dovere di essere realisti

Ernesto Galli della Loggia  16/010/2022

Essere democratici ha sempre significato inevitabilmente essere dalla parte del futuro e del progresso, legati in un legame di coppia indissolubile. Ma rompere con il valore del passato non è rimasto senza conseguenzellustrazione di Doriano Solinas Perché l’Europa è precipitata nella drammatica caduta di potenza cui assistiamo ormai da anni? E perché la stessa cosa è accaduta agli Stati Uniti? Perché si profila da tempo e in misura ognora crescente quella che potremmo definire una vera e propria crisi del potere democratico mondiale, un potere che — con l’importante eccezione di qualche dominion britannico e del Giappone — è stato e nella sostanza resta tuttora un potere euro-americano?

Le risposte in chiave economica, militare, geopolitica, si sprecano. Forse, però, dovremmo spingere lo sguardo più in profondità, oltre la dimensione della pura potenza e delle sue dinamiche. Forse dovremmo pensare che all’origine di tutto c’è qualcosa di più basilare che riguarda il modo di pensare, le idee, la mentalità. Dovremmo forse chiederci, ad esempio, se la crisi mondiale del potere democratico stia addirittura nell’idea stessa di democrazia.

«La democrazia, ha scritto Tocqueville, dà agli uomini una specie di istintivo disgusto per ciò che è antico». Sono parole che danno l’idea dell’enorme frattura che l’avvento di questo nuovo regime ha significato nelle società occidentali, innanzitutto rispetto al passato: il principio della libertà e della sovranità individuali, il potere che ne è risultato per ognuno di affermare la visione del mondo, i desideri, le opinioni, le regole sociali, che più gli andassero a genio.

È tutto questo che ha prodotto — anche a non contare le conquiste della scienza e della tecnica — un formidabile rifiuto della continuità storica, un radicale distacco dalla grigia dimensione del passato, della tradizione, e la sostituzione di tutto ciò con l’esaltante dimensione della novità, del futuro. Al prestigio del passato la democrazia ha sostituito l’attesa e il fascino del futuro, considerato in quanto tale necessariamente migliore dell’oggi e ancor più dello ieri. Ha sostituito l’idea del progresso. Fin dall’inizio essere democratici ha significato inevitabilmente essere dalla parte del futuro e del progresso, legati in un legame di coppia indissolubile.

Ma rompere con il valore — e dunque inevitabilmente anche con la conoscenza — del passato, raffigurandosi di essere all’inizio di un mondo ormai nuovo votato a un futuro sostanzialmente di progresso, non è rimasto senza conseguenze. Ha voluto dire alla lunga un effetto di enorme portata sulla mentalità delle società democratiche, sulla loro cultura politica nonché sulle élite al potere e le loro scelte, perché ha voluto dire rompere con la dimensione del realismo.

Infatti, avere confidenza con il passato e conoscerne le vicende, conoscere i multiformi casi occorsi ai popoli e agli Stati, sapere della varietà infinita delle loro sorti, del ruolo dell’imprevisto, del crollo talora repentino di idee e poteri che apparivano solidissimi, e infine della misteriosa e mutevole complessità di quanto si agita nella mente degli esseri umani (da soli o in gruppo) spingendoli all’azione, tutto ciò costituisce di per sé una straordinaria lezione di realtà. Che induce a farsi poche illusioni, a essere cauti, a stare in guardia contro la moltitudine dei pericoli sempre in agguato, a ritenere indispensabile poter contare sempre sulle proprie forze: e dunque anche ad avere una propria forza. E questo è per l’appunto il realismo, che sempre si accompagna a una vena più o meno esplicita di pessimismo.

Ma è una dimensione che alla mentalità democratica è estranea se non addirittura ripugna. Alla mentalità democratica essere realisti appare invariabilmente solo la prova di un animo malvagio.Tutte orientate al futuro e al progresso le folle e le classi dirigenti democratiche si lasciano assai difficilmente convincere a non avere uno sguardo ottimistico sul mondo. Aiutate per giunta da una cieca fiducia nella scienza, esse sono troppo compenetrate dell’idea che così come ogni desiderio o inclinazione o scelta personale sia legittima se non reca danni ad altri, che così come non esistono regole o istituzioni sociali che non possano essere mutate o cancellate dal voto di un Parlamento, allo stesso modo ad ogni problema corrisponda sempre una soluzione positiva che si tratta solo di trovare; che non ci siano conflitti incomponibili; che in qualche modo tutto possa andare per il meglio, tutto finirà per sistemarsi. È il medesimo atteggiamento psicologico all’origine della secolarizzazione di massa o del tentativo di cancellare/esorcizzare la morte dalla nostra vita individuale e sociale.

Decenni e decenni di diffusione capillare di ideologia democratica di questa fatta hanno prodotto nelle società occidentali e in particolare nelle sue élite politiche una decisa messa in mora di ogni istanza realistica, di ogni sobrio ma salutare pessimismo nella valutazione delle cose del mondo e dei suoi attori, una sorta di fiduciosa leggerezza nel trattare anche gli affari più delicati. Come è stato possibile, ad esempio, accettare a cuor leggero che la Cina entrasse nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) senza avere la garanzia che non ci mangiasse vivi o, per dirne un’altra, assistere tranquillamente alla sua occupazione di enormi parti dell’Africa? Come è stato possibile fidarsi della parola dei talebani nelle trattative di Doha consegnandogli l’Afghanistan senza colpo ferire? Come è stato possibile credere alle «primavere arabe»? Come è stato possibile credere che un giorno Al Sisi ci avrebbe fornito gentilmente l’indirizzo dei carnefici al suo servizio? O credere oggi che Putin si spaventi delle sanzioni, o che qualsiasi cosa dica l’Unione europea conti qualcosa?

Sì, è vero, negli ultimi tempi l’atmosfera ha forse cominciato a cambiare. Forse: Dio non voglia che sia quando le onde già lambiscono la tolda del Titanic.

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