*”ROMANELLA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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*”ROMANELLA” da IL MANIFESTO

La verniciata di verde che nasconde il nero dei combustibili fossili

Cambiamento climatico. Le due o tre cose che non tornano nell’annunciata superproduzione (e riconversione) di Co2 da parte delle compagnie petrolifere. La via maestra resta l’economia circolareFederico M. Butera  04.03.2021

Dopo 50 anni a negare e a seminare dubbi sulla CO2 come causa del cambiamento climatico, elargendo cospicui fondi per pseudo scienziati compiacenti e politici senza scrupoli, le grandi compagnie del petrolio e del gas finalmente non negano più, anzi hanno cominciato massicce campagne pubblicitarie per mostrare come anche loro sono diventate verdi. Ce ne siamo accorti anche noi, in Italia, con la campagna dell’Eni. Nello stesso tempo, però, contraddittoriamente, investono in progetti di espansione dell’estrazione di idrocarburi. Non fa eccezione l’Eni, che nel piano strategico 2021-2024 sostiene che “le attività di esplorazione rappresenteranno un fattore distintivo, l’elemento principale nella diversificazione di Eni verso un maggior contributo del gas, che a lungo termine rappresenterà oltre il 90% della produzione di Eni”. Naturalmente spruzzando anche un po’ di fotovoltaico, eolico, bioraffinerie e nuove foreste per dare la verniciatura verde. Tutto questo in un mondo impegnato ad azzerare le emissioni entro il 2050.

Ma come è possibile azzerare le emissioni di CO2 e contemporaneamente aumentare la produzione, e quindi il consumo, di fonti fossili? Semplice, ci dicono le compagnie del petrolio e del gas, con il Ccs (Cattura e Stoccaggio del Carbonio). Funziona così. Si prendono i fumi che escono dalle ciminiere delle centrali elettriche e delle fabbriche, se ne estrae la CO2 pura, che viene iniettata in profondità sottoterra, dove esiste uno strato roccioso di copertura impermeabile. E si può pure produrre quanto idrogeno si vuole dal metano, tanto la CO2 che deriva dal processo si sotterra. L’Eni, per esempio, prevede di sotterrare 7 milioni di tonnellate di CO2 all’anno al 2030 e 50 milioni al 2050. L’operazione è molto costosa, richiede grandi quantità di energia e prodotti chimici. Ma, ci dicono le compagnie, è solo questione di tempo e di scala, e i costi diminuiranno. E poi, aggiungono, si tratta di una azione così meritoria ai fini del controllo delle emissioni, che è giusto un forte sostegno finanziario pubblico.

Resta però da risolvere un problema per completare l’opera. Come si fa a prendere la CO2 da ciascun tubo di scappamento di veicolo o da ciascun camino di impianto di riscaldamento? Impensabile, ovviamente. Allora si estrae la CO2 direttamente dall’aria e la si inietta sottoterra. Si chiama Dac (Cattura Diretta dall’Aria) questa tecnica, ed è già in fase avanzata di sperimentazione in molti luoghi nel mondo, Italia inclusa. In questo modo si sotterrano tutte le emissioni dei trasporti e del settore edilizio, e il gioco è fatto. Non occorre più ridurre l’uso di combustibili fossili, perché non fanno più danno; anzi, aumentiamo pure i consumi di energia, perché tanto poi sotterriamo la CO2. C’è di più, si può addirittura, con il Dac, estrarre dall’aria più CO2 di quanta se ne immette, e così diminuire la concentrazione di CO2 in aria. Favoloso, no? E tutto questo grazie alle benemerite compagnie petrolifere e del gas che hanno i loro bravissimi geologi e tecnici che permettono di sotterrare tutta la CO2 che vogliamo.

Certo, alcuni uccellacci del malaugurio dicono che prima o poi (fra 100 e i 300 anni, secondo le stime) i luoghi in cui si potrà sotterrare in sicurezza saranno saturati e non avremo più dove mettere la CO2, ma che importa? Fra cento o trecento anni la genialità umana risolverà il problema, e poi, non ricordo chi lo ha detto, sarà stato sicuramente un azionista: perché mai dovrei fare qualcosa per i posteri? Cosa hanno fatto loro per me?
Insomma, ci dicono le compagnie petrolifere e del gas, non dovete preoccuparvi di niente, noi riusciremo a lasciare che le vostre vite scorrano come sempre, senza nessun fastidioso cambiamento. E vi facciamo pure sparire il riscaldamento globale. Dobbiamo essere contenti, e riconoscenti, noi abitanti di questa Terra.

Ecco come si spiegano gli investimenti in nuove prospezioni: si prevede un aumento dei consumi di combustibili fossili, non una diminuzione, con un doppio vantaggio per le compagnie: guadagnano vendendo il combustibile e guadagnano sotterrando la CO2, killer e becchino. Gli azionisti non possono non essere soddisfatti. Va tutto bene allora? Non esattamente, e ci sono almeno due ragioni per cui non va affatto bene.

La prima ragione sta nei rischi che si corrono con lo stoccaggio sottoterra della CO2. Non è sicuro che resti lì. Può percolare attraverso lo strato roccioso di copertura, può migrare lungo una frattura o una zona permeabile, può passare attraverso o lungo il pozzo di iniezione, o altri preesistenti.

C’è quindi il rischio che questa CO2, nel tempo, torni in atmosfera, se il fenomeno è lento. Se poi il fenomeno è rapido, come nel caso di una crepa che si apre, spontaneamente o a causa di un terremoto o di una azione terroristica, ci sono anche rischi diretti, per la nostra salute. Il motivo è che l’anidride carbonica si accumula a livello del suolo perché è più pesante dell’aria. Ebbene, concentrazioni di CO2 superiori al 7%-10% rappresentano una minaccia immediata per la vita umana: causano narcosi con delirio, sonnolenza e coma. Concentrazioni superiori portano all’asfissia, basta il 15%. È già successo, nel 1986, a causa del rilascio improvviso di CO2 dal fondo di un lago vulcanico in Camerun: più di 1700 persone sono morte.

Da notare, inoltre, che l’iniezione di CO2 sottoterra potrebbe innescare piccole attività sismiche, e non irrilevanti sono poi gli impatti sugli ecosistemi. Non sarà facile convincere la gente a farsi mettere la CO2 sotto i piedi.
Naturalmente, perdite catastrofiche sono improbabili se i siti sono ben selezionati, gli operatori sono competenti e i pozzi sono adeguatamente sigillati, ci assicurano i geologi. Ma improbabile non significa impossibile, vedi Three Miles Island e Fukushima.

La seconda ragione, la più importante, non è una ragione tecnica o tecnologica, e si può sintetizzare nella contraddizione intrinseca fra il sotterramento della CO2 e i principi dell’economia circolare. Bruciare combustibile, usare l’energia prodotta e poi sotterrare la CO2 che deriva dalla combustione è in linea col principio estrai-costruisci-usa-getta che ha portato l’umanità alla situazione in cui oggi si trova. Per essere invece in linea con i principi dell’economia circolare, che è uno dei pilastri del Green Deal Europeo, la CO2 dovrebbe tornare ad essere utilizzata. Quindi accettabile è solo il cosiddetto Ccu (Cattura e Utilizzazione del Carbonio). Se la CO2 viene dalla combustione di combustibile fossile, la sola utilizzazione che non contraddice i principi dell’economia circolare è la sua trasformazione in un qualche prodotto utile, così il carbonio, congelato in un materiale (per esempio cemento), viene ri-immesso in un ciclo di materiali e non in aria. Se invece la CO2 proviene da un sistema Dac, miscelandola con l’idrogeno verde si possono fare combustibili sintetici a emissioni zero. O se la CO2 si trasforma in un prodotto utile, si ha una riduzione della sua concentrazione in aria.

La strada maestra, ce lo dice la scienza e l’Europa ne ha preso atto, è quella dell’economia circolare, e nell’economia circolare il Ccs non dovrebbe avere diritto di cittadinanza.
Per questo l’Europa, non essendo riuscita a resistere pienamente alle pressioni delle lobby delle compagnie del petrolio e del gas, limita lo stoccaggio e l’utilizzazione della CO2 come azione transitoria “laddove non siano disponibili possibilità di riduzione diretta delle emissioni”, e nella risoluzione del Parlamento europeo del 10 febbraio 2021 sul nuovo piano d’azione per l’economia circolare “ribadisce tuttavia che la strategia Ue di azzeramento delle emissioni nette dovrebbe privilegiare la riduzione diretta delle emissioni”.

Bene farebbero, nel nuovo ministero della Transizione Ecologica, a tenerne conto e a resistere alle pressioni dei sotterratori, costringendoli invece a investire nella ricerca e sviluppo di soluzioni volte a una vera transizione ecologica.

Quale finanza per una vera transizione ecologica

Ambiente . Non è più tempo dell’ambientalismo consolatorio, di ciò che Tonino Perna a fini anni ‘90 definiva come «deriva new age» del consumo responsabile, o del greenwashing di grandi o piccole corporation. Non è più tempo, perché non c’è più tempoAlessandra Messina  04.03.2021

Già oltre 50 anni fa, guidato da sensibilità artistica e fine intelletto, Pier Paolo Pasolini proponeva la necessità di distinguere tra progresso e sviluppo. Lo seguirono poco dopo gli scienziati del Club di Roma, mostrando per la prima volta al mondo i limiti del dogma della crescita economica.

Passato un quarto di secolo, Wolfgang Sachs e il Wuppertal Institute rappresentarono al meglio tutte le interazioni tra mercati, scelte degli stati, stili di vita individuali e i loro effetti in termini di carico sulle risorse naturali, di impronta ecologica, di conseguenze sociali ed economiche. In tanti poi, studiosi, attivisti, divulgatori, di diverse discipline, hanno fornito il loro contributo: da Herman Daily a Lester Brown, da Vandana Shiva a Saskia Sassen, per citarne alcuni.

Cinque decenni di un messaggio chiaro: occorre ridefinire il modello estrattivo di produzione e scambio per impostarne uno rigenerativo, equilibrato, giusto nel presente e nel futuro, verso le prossime generazioni.

Ed eccoci nel 2021 a commentare la nascita del ministero alla transizione ecologica. Una buona notizia, giunta con grave ritardo. Molto è compromesso, certamente ancora tanto si può fare. Nel mondo, in Europa e in Italia. Occorre un cambio di passo, nella visione e nelle azioni. La questione ambientale non esiste – e non è risolvibile – se non associata a quella della giustizia economica tra e dentro le società e i sistemi produttivi.

Ha detto Mario Draghi nel suo discorso programmatico al Senato: «La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create».

Vago. Non è più tempo dell’ambientalismo consolatorio, di ciò che Tonino Perna a fini anni ‘90 definiva come «deriva new age» del consumo responsabile, o del greenwashing di grandi o piccole corporation. Non è più tempo, perché non c’è più tempo. Non ci si può accontentare di programmi che non affrontino in modo esplicito alcune questioni centrali, con gli strumenti più efficaci a disposizione, come ad esempio l’introduzione di una vera carbon tax, finalizzata a scoraggiare le emissioni di Co2 e il consumo di quei prodotti che ne abusano.

E sì perché alla base di tutto c’è una semplice e cruda questione, la corretta prezzatura di merci e servizi: finché le imprese potranno scaricare su collettività e capitale naturale i costi occulti di produzione e distribuzione, dall’inquinamento al lavoro nero, il sistema economico sarà in disequilibrio, cioè ingiusto, predatorio. Chi ha studiato con Federico Caffè, come Draghi, queste cose le sa bene. Il tema è come usare il potere regolatorio degli stati, e le loro risorse, per fare quelle azioni di riequilibrio che il mercato capitalista non sa e non può fare in autonomia.

Oggi le principali risorse finanziarie sono sui governi, con un livello record del debito pubblico mondiale, mentre il credito alle imprese e all’economia reale è in calo da almeno dieci anni. Ne consegue che solo i governi possono spostare gli equilibri: disincentivando ciò che non va e promuovendo le alternative, attraverso l’immissione di grandi risorse finanziarie e la programmazione di attività pluriennali. Serve una decisa azione pubblica di indirizzo dell’economia, un inedito per gli ultimi trent’anni.

Non ci si può infatti illudere col recente maquillage della finanza privata che auto-celebra la propria sostenibilità: cinica sintesi di tutte le contraddizioni del mercato capitalista, non è da essa che potrà giungere un reale cambiamento.

Nel 2011, chi ascoltò con speranza Mario Monti annunciare una tobin tax per riequilibrare le storture della finanza, dovette poi gestire la delusione di un intervento solo di facciata, privo di visione e determinazione.

Ora, Mario Draghi ha l’occasione di sorprenderci in positivo. Non l’ha annunciata, sarebbe bello trovarci presto a commentare la sua carbon tax. Allora sì, sarebbero da prendere sul serio le parole con cui ha chiesto la fiducia al Parlamento: «Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta».

 * Direttore Generale di Banca Etica

  * Fare qualcosa in maniera superficiale, un lavoro non a regola d’arte.