RIUNIFICAZIONE CON TAIWAN: SE PACIFICA CONVIENE A TUTTI da MICROMEGA e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RIUNIFICAZIONE CON TAIWAN: SE PACIFICA CONVIENE A TUTTI da MICROMEGA e IL MANIFESTO

La sfida tra Usa e Cina: è il momento della diplomazia del G20 e della Ue

 

Dall’Afghanistan al quadrante indo-pacifico, l’escalation della sfida tra Washington e Pechino impone una riflessione immediata da parte della comunità internazionale.

Maurizio Delli Santi 6 Ottobre 2021

Le ultime notizie sugli scenari della sicurezza globale non sono affatto rassicuranti. Sul quadrante dell’Afghanistan si stanno acquisendo riscontri su alcune immagini che ritraggono aerei cinesi atterrati nella base aerea di Bagram, circostanza che rileverebbe un’intesa più solida tra il nuovo governo talebano e Pechino, a prescindere da ciò che sarà deciso nell’atteso vertice del G20. Si potrebbe trattare dunque di una mossa strategica della potenza cinese che ha interesse ad affermare un suo posizionamento nell’area, non curandosi di ciò che la comunità internazionale potrebbe invece richiedere nel prossimo G20 al governo talebano, specie per maggiori garanzie sul sistema dei diritti. C’è anche da dire che il regime degli studenti coranici – che tra l’altro sta subendo nuovi attentati mortali dell’Isis-K – richiede ormai da tempo sostegno e riconoscibilità, ed effettivamente sinora ha ricevuto esplicite aperture solo dai sostenitori storici come Pakistan e Qatar, ma anche dalla Cina. È noto peraltro che Pechino ha sottoscritto le prime intese formali proprio con i nuovi talebani per assicurarsi il sostegno nella lotta al separatismo degli uiguri, e che – indipendentemente dalle potenzialità espansive di un corridoio afghano della Via della Seta – già da tempo intrattiene con l’Afghanistan fitte intese economiche specie nel settore delle infrastrutture e delle estrazioni minerarie, di cui detiene le principali licenze.

Sull’altro emergente quadrante indo-pacifico, non meno preoccupante, è arrivata la prima risposta a quelle che i cinesi hanno ritenuto rappresentare esplicite minacce e provocazioni alla loro sovranità, vale a dire le intese promosse principalmente da Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, India e Australia con gli ormai famigerati accordi dell’Aukus (che prevedono tra l’altro la fornitura di 12 sottomarini a propulsione nucleare americani all’Australia, originariamente negoziata dai francesi) e del Quad, il Quadrilateral Security Dialogue, che di fatto mirano a costituire una Nato dell’indo-pacifico per contrastare le mire egemoniche cinesi nell’area.

La risposta di Pechino è ora giunta con l’ennesima intrusione dei suoi caccia e bombardieri nello spazio aereo di Taiwan, paese che detiene il 60% della produzione mondiale dei semiconduttori e di cui la Cina da sempre rivendica una sovranità storica cui non intende rinunciare. Ma stavolta la concomitanza degli accordi anti-cinesi unita alla ricorrenza della nascita della Repubblica Popolare induce a valutare che questa minacciata proiezione strategica della aeronautica cinese è un chiaro avvertimento agli Stati Uniti e a quanti intendono opporsi ad un destino già tracciato, che nelle narrazioni ufficiali di Pechino delinea, senza mezzi termini, il futuro di Taiwan come provincia pienamente inclusa nella Cina del 2040.

In definitiva, non si fa allarmismo se si parla di scenari ormai sulla soglia di una escalation che necessita di una riflessione immediata della comunità internazionale. Ormai il quadro geopolitico è ben delineato e sarebbe indice di miopia e irresponsabilità celare o anche solo sfumare i contorni di una sfida non solo annunciata, ma ormai esplicitamente declamata tra Stati Uniti e Cina. Sarebbe dunque il caso che il resto della comunità internazionale non rimanga spettatore estraneo e disinteressato, e si pronunci invece con chiarezza. Ci si attende dunque che al vertice del G20, previsto a fine ottobre a livello di Capi di Stato e di Governo, le altre 18 grandi potenze economiche, e tra queste in particolare l’Unione Europea, siano più dirette ed esplicite nel dichiarare cosa interessa realmente alle popolazioni del mondo che sono afflitte da ben altri problemi, fra cui figura non ultimo quello della stessa sopravvivenza: dalla pandemia, dalle catastrofi climatiche e umanitarie, dalla miseria e dalla fame.

In ogni caso, non sarà difficile dimostrare che alle popolazioni, incluse quelle americane e cinesi, come a tutti noi, interessa un mondo in cui prevalgano gli impegni comuni per perseguire la pace, la stabilità internazionale e per affrontare le sfide del millennio, piuttosto che i propositi bellicosi dei protagonisti di una nuova guerra tra Sparta e Atene, che gli storici ricordano per aver segnato l’inizio della eclissi di una civiltà.

 

 

La riunificazione con Taiwan «se pacifica conviene a tutti»

Cina. Xi Jinping a 110 anni dalla rivolta di Wuchang: «Questione interna, no a interferenze»

Lorenzo Lamperti  TAIPEI  10.10.2021

La novità è che non ha pronunciato la formula «senza escludere l’utilizzo della forza». Xi Jinping ribadisce l’impegno alla «riunificazione» tra Repubblica popolare cinese e Taiwan, definendola una «questione interna» nella quale non saranno ammesse «interferenze». Lo ha fatto parlando dalla Grande sala del popolo, in occasione del discorso in memoria della rivolta di Wuchang, la scintilla che fece esplodere la rivoluzione Xinhai che portò alla fine della dinastia Qing e alla fondazione della Repubblica di Cina. Quella Repubblica di Cina che oggi è il nome ufficiale di Taiwan, la cui separazione dalla «madrepatria» per Xi è il risultato di debolezza e caos che ora hanno lasciato posto a forza e ordine.

ECCO PERCHÉ «nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione del popolo cinese e la sua forte capacità di difendere la sovranità nazionale». Dopo la restituzione (e normalizzazione) di Hong Kong e Macao, il «secessionismo di Taiwan» resta «il grande ostacolo alla riunificazione nazionale e una seria minaccia al ringiovanimento nazionale. Chiunque voglia tradire e separare il paese sarà condannato dalla storia».
Ma, rispetto al recente passato, i toni del discorso sono stati meno aggressivi. «La riunificazione con mezzi pacifici serve al meglio gli interessi della nazione cinese nel suo insieme, compresi i connazionali di Taiwan», ha dichiarato Xi, citando la necessità di aderire al principio dell’unica Cina e al «consenso del 1992».

A LUGLIO AVEVA PROMESSO di «distruggere» qualsiasi tentativo di indipendenza formale di Taipei. Ancora più emblematico il discorso del 2 gennaio 2019, quando non escluse l’utilizzo della forza per completare la riunificazione. Parole volte a spingere il Guomindang verso le elezioni presidenziali del 2020, ma che unite alle proteste e alla stretta su Hong Kong ebbero l’effetto opposto, spianando la strada alla conferma di Tsai Ing-wen. L’ufficio di presidenza di Taipei, in attesa del discorso di domenica di Tsai, ha respinto l’offerta del modello «un paese, due sistemi», reiterata da Xi. E il Consiglio per le relazioni intrastretto ha invitato Pechino ad abbandonare le «misure provocatorie e di intrusione», sottolineando che «solo i 23 milioni di abitanti» dell’isola hanno il diritto di «decidere il futuro e lo sviluppo di Taiwan».

L’APPROCCIO SCELTO DA XI resta significativo, vista la particolare contingenza in cui si arriva alla data del 10 ottobre. Tra venerdì 1° e lunedì 4 ottobre gli aerei dell’esercito popolare di liberazione hanno operato 156 incursioni nello spazio di identificazione di difesa aerea taiwanese (non riconosciuto da Pechino), alzando la pressione militare a livelli sconosciuti nel recente passato. Tanto che il ministero della Difesa di Taipei ha parlato di invasione possibile entro il 2025. Poi è arrivata la notizia dello stazionamento in territorio taiwanese di un contingente di consiglieri militari statunitensi impegnati nell’addestramento delle forze locali, alla quale il governo cinese ha reagito in maniera meno energica di quanto prevedibile. Potrebbe aver inciso il riavvio del dialogo diplomatico con gli Usa, dopo l’incontro tra Jake Sullivan e Yang Jiechi, in attesa di quello virtuale tra Xi e Joe Biden.

ED ECCO ALLORA che Xi implementa una «narrativa storica olistica», come l’ha definita Xie Maosong dell’università Tsinghua. Narrativa secondo la quale la visione di Sun Yat-sen è stata ereditata proprio dal Partito comunista dopo la morte del fondatore del Guomindang e primo presidente della Repubblica di Cina, e non dai nazionalisti di Chiang Kai-shek fuggiti a Taiwan.
Nelle scorse settimane, tra l’altro, Xi ha ritrovato un possibile interlocutore politico a Taiwan in Eric Chu, nuovo leader del Guomindang che ha interrotto il processo di taiwanizzazione del partito che ora Pechino spera possa tornare in corsa per la vittoria alle elezioni del 2024. Anno potenzialmente decisivo, ma intanto Xi non resterà fermo. La zona grigia intorno a Taiwan, al di là delle dichiarazioni ufficiali, continua a estendersi.