RICORDARE, NON OBLIARE da IL MANIFESTO e CORSERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RICORDARE, NON OBLIARE da IL MANIFESTO e CORSERA

Terrorismo Anni Settanta, celebrazioni e verità

Conti col passato. Serve a poco la retorica che ogni 9 maggio ricorda Aldo Moro e «l’attacco al cuore dello Stato» delle Br, senza raccontare che da quel cuore, il 12 dicembre 1969, era nato il terrorismoDavide Conti  14.05.2021

Il dibattito sugli anni ’70 riattivato dagli arresti in Francia di ex membri di Brigate Rosse, Pac e Lotta Continua ha eluso alcune questioni di fondo: come si fanno i conti con il passato? Chi li deve fare? Con quali strumenti?

Il primo indispensabile fattore che materializza un processo così articolato è la ricerca storica che opera la ricostruzione di fatti, contesti politico-sociali ed internazionali. Alla società nel suo insieme (istituzioni, partiti politici, organizzazioni sociali, mondo della cultura) si richiede la forza di misurarsi con questa dimensione facendosi carico di una resa di complessità in grado di restituire una rappresentazione reale degli eventi.

Gli «strumenti d’opera» non possono essere unicamente ricondotti alla questione penale perché ciò avvita il dibattito su una dualità opposta e riduttiva: «certezza della pena» o «soluzione umanitaria». La questione resta storica ed il nodo non sciolto del «lungo ’68» risiede in un «non detto» di centrale importanza: il ruolo di uno Stato non defascistizzato di fronte alle trasformazioni della società nella Guerra Fredda.

Finiti gli anni cruenti del dopoguerra 1947-1954 (strage di Portella della Ginestra e 81 tra operai e contadini uccisi dalle forze dell’ordine nel corso di lotte per lavoro e terra); chiusa la fase dura della Guerra Fredda 1955-1959 (11 morti); superato il governo Tambroni (eccidi a Reggio Emilia e in Sicilia), gli anni del centro-sinistra furono i primi senza morti in piazza. Tuttavia ripresero dal 1968 a Lodè e Avola con il fuoco sui contadini siciliani. Allora Umberto Terracini pose il disarmo della polizia in funzioni di ordine pubblico come questione che «riassume e precisa in sé il problema fondamentale della vita attuale del Paese» ovvero «la ferma volontà degli uomini di governo di custodire e difendere, costi quel che costi, il sistema di gerarchie sociali ed economiche sulle quali si era sempre retta la vecchia Italia liberale-monarchica e fascista».

Il tema fu cancellato nel 1969 (anno dell’eccidio a Battipaglia) dall’irrompere della strage di Piazza Fontana, un’azione paramilitare contro civili inermi non rivendicata, eseguita dai fascisti di Ordine Nuovo con la complicità diretta di uomini degli apparati dello Stato. L’attentato terroristico fu il culmine eversivo volto a: trasferire sul terreno paramilitare il conflitto politico-sociale del ’68-’69; uccidere civili per realizzare un’operazione regressiva nella società e nello Stato; destabilizzare l’ordine pubblico delegittimando l’identità della democrazia conflittuale nata dalla Resistenza. Seguirono le stragi della Questura di Milano durante la commemorazione dell’assassinio di Luigi Calabresi (1973), Brescia e treno Italicus (1974), Ustica e Bologna (1980).

Lo stragismo è rimasto impunito, tranne singoli e limitati casi, quasi rimosso dalla sfera pubblica; con processi durati decenni; sostituito nell’immaginario collettivo dalla formula cinematografica «anni di piombo».
L’indiscutibile sostegno di cui godettero i responsabili degli attentati da parte dei vertici dei servizi segreti (che garantirono impunità, latitanze e depistaggi) non fu episodico ma strutturale a tutti i fatti di strage.

In questo quadro tuttavia prese forma la «legge Reale» del 1975 di cui Lelio Basso sottolineò il «carattere profondamente regressivo» teso ad «annullare di colpo le poche conquiste che erano state fatte sui codici fascisti». Un «massiccio restringimento delle libertà e delle garanzie costituzionali», scrissero i giuristi Ferrajoli e Zolo, da cui scaturirono altri morti nelle piazze.

Fare i conti con quel passato significa affrontare queste misure della storia repubblicana senza trincerarsi dietro paradigmi autoassolutori o censure.
Le vittime del terrorismo stragista ed i loro familiari, al netto della retorica usata sopra di loro negli anniversari, sono state umiliate da decenni di depistaggi e omertà istituzionali e solo la loro tenacia può permettere oggi, come dimostra l’inchiesta sulla strage di Bologna, di discutere le responsabilità di uomini delle istituzioni in quegli eccidi.

D’altro canto contestualizzare la storia non significa «giustificare» gli omicidi politici dei gruppi armati di sinistra e tantomeno eludere il tema della verità e della giustizia per i loro parenti. Allo Stato però è lecito chiedere il coraggio di non nascondersi alle spalle delle persone e del loro dolore ma restituire al Paese il senso della sua storia. Serve capire l’origine di un fenomeno per respingerne il messaggio politico, posto che gran parte di quei militanti ha scontato il carcere dopo la sconfitta.

L’evocata clemenza in cambio di verità inizia da una profonda rivisitazione senza sconti per nessuno. Capire com’è morto Giuseppe Pinelli senza nascondersi dietro il «malore attivo», dare volto politico ai mandanti delle stragi, spiegare perché i vertici dei servizi segreti finirono in mano alla P2. Su questo serve poco la retorica celebrativa che ogni 9 maggio ricorda l’uccisione di Aldo Moro e condanna «l’attacco al cuore dello Stato» portato dalle Br senza raccontare, anche, che da quel cuore, il 12 dicembre 1969, era nato il terrorismo.


Un Paese che resta ancora prigioniero del suo passato Ernesto Galli della Loggia | 13 maggio 2021

L’Italia è incapace di pensare al nuovo, di progredire, l’attenzione del suo discorso pubblico è sempre pronta a rivolgersi ossessivamente all’indietroRiusciamo a immaginare che nell’Italia del 1980, nell’Italia, tanto per ricordare, in cui entrava in vigore la riforma sanitaria e si svolgeva la «marcia dei quarantamila», potesse accendersi una lunga discussione pubblica sulla stampa come nel mondo politico e intellettuale, chessò, circa le malefatte dello Stato Maggiore e le complicità di Badoglio nell’inverno-primavera del 1940, per aver assecondato la decisione di Mussolini di gettare il Paese nella catastrofe della Seconda guerra mondiale? È immaginabile che potesse accadere una cosa del genere? Mi pare molto difficile. E invece ci sembra del tutto ovvio che nell’Italia del 2021, nell’Italia di oggi, si torni ancora una volta a dibattere del terrorismo.

Si torni a dibattere dei suoi mille retroscena, delle sue oscure complicità, dei suoi mille aspetti non chiariti: si torni a discutere per l’appunto di quanto è accaduto più o meno quarant’anni fa o ancora prima. Capisco le buone, le ottime, ragioni per farlo. Che stanno non solo nelle complicità e nei retroscena detti sopra ma specialmente nell’esigenza, morale ancor prima che giudiziaria, di risarcire le vittime, di rendere giustizia a chi soffrì la perdita di mariti, di padri, di figli, assassinati nel modo più indifferente e brutale. Nell’esigenza di rendere loro giustizia dando innanzi tutto un nome non solo agli esecutori ma anche ai mandanti dei delitti in questione.

Ma i delitti di cui stiamo parlando, i delitti del terrorismo, non furono un fatto privato. Non c’è bisogno di scomodare la categoria della guerra civile per affermare che essi furono un fatto anche eminentemente pubblico, rivolti contro la comunità nazionale e il suo ordinamento politico-costituzionale. Proprio per questo è lecito chiedersi: fino a quando ha un senso che tale comunità mantenga viva la sua attenzione più fervida, discuta appassionatamente, indaghi, s’interroghi e quindi si divida su quei delitti e il vasto contesto in cui avvennero? Oggi sono a un dipresso quarant’anni e ne discutiamo ancora. Lo faremo pure tra dieci anni? tra venti? Fino a quando?

Si dice: ma ci sono complicità cruciali e mandanti occulti di cui non sappiamo ancora nulla. Se anche fosse vero — e in parte lo sarà senz’altro, come del resto è ovvio in queste faccende: è possibile però, mi chiedo, che dopo tanto tempo e tante indagini, di autentici grandi burattinai non ne sia venuto fuori neppure uno da mandare in galera? — se anche fosse vero, dicevo, il discorso che sto facendo non riguarda in alcun modo un’eventuale amnistia. Per i reati non ancora prescritti la magistratura, se ha degli elementi, continui pure le sue indagini. Quello che m’interessa e di cui sto dicendo è altra cosa. Riguarda il discorso pubblico del Paese e l’immagine di questo: l’immagine della sua psicologia e della sua mentalità, della sua cultura diffusa, della sua retorica, da tutto quanto viene fuori dall’ interminabile rimestare che ormai da mezzo secolo veniamo facendo di quella lontana tragedia tra memorie, ricostruzioni, illazioni, riflessioni, rimpianti, evocazioni e rievocazioni di ogni tipo. In una estenuata immersione nel passato che sembra non conoscere mai fine, tra obbligatori sdegni di Stato e molte lacrime di coccodrillo.

Eppure il passato, per vivere, bisogna a un certo punto gettarselo alle spalle. Non dimenticarlo ma neppure restarne prigionieri. Semplicemente metterlo da un canto per trarne, quando serve, la necessaria ispirazione: magari, se possibile, nella solitudine delle coscienze anziché negli «special» televisivi.

Nel dopoguerra l’Italia fu capace di rialzarsi, di rimboccarsi le maniche e di compiere la spettacolare rinascita di cui ancora in qualche modo godiamo i frutti perché innanzi tutto le riuscì proprio questo: di sciogliersi dai lacci del proprio recente passato. Fu ciò che si propose l’amnistia per le nefandezze commesse durante la guerra civile promossa da Togliatti nell’accordo generale. Un’amnistia che lungi dal rappresentare un vile gesto di rinuncia fu viceversa un saggio atto di governo: al prezzo di un certo numero di ingiustizie, è vero, ma in vista di un vantaggio superiore. Quello appunto di esorcizzare il potere ricattatorio e paralizzante del passato terribile che avevamo attraversato.

Per vent’anni il Paese si limitò a rievocare le vicende trascorse nelle occasioni di prammatica, nelle date del calendario civile della nazione, ma nella sua pur aspra quotidianità politica si occupò d’altro e guardò avanti raggiungendo i traguardi che sappiamo. Proprio quello che invece l’Italia odierna non sembra in grado di fare: e forse proprio perciò siamo da decenni un Paese bloccato, che sembra quasi ipnotizzato dalle proprie impossibilità. Un Paese incapace di muoversi e di progredire, di superare gli ostacoli, di pensare al nuovo, perché la sua testa e i suoi occhi, l’attenzione del suo discorso pubblico, sono sempre pronti a rivolgersi ossessivamente all’indietro: a piazza Fontana, a Sindona, a Ustica, alla strage di Stato, alle Brigate Rosse, alla P2, a Mani Pulite. E così via, così via, nell’elenco praticamente infinito di un passato che non passa.