RIBELLIONE, REPRESSIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RIBELLIONE, REPRESSIONE da IL MANIFESTO

Pensiero unico, dissenso, repressione

Tav e non solo. L’espulsione dalla scena pubblica del conflitto agito da movimenti sociali antagonisti o semplicemente non omologati è, dal luglio 2001, una costante. Con un caso di scuola: quello della Val Susa

Livio Pepino  21.04.2021

Esiste un filo rosso che lega fenomeni a prima vista eterogenei come la criminalizzazione del conflitto sociale, la repressione delle rinate lotte operaie, la delegittimazione della rete di soccorso e accoglienza dei migranti e molto altro ancora?

Sì, esiste. E sta nel crescente tentativo dello Stato, nelle sue diverse articolazioni, di rimuovere con la forza i problemi che non sa o non vuole risolvere.

L’espulsione dalla scena pubblica del conflitto agito da movimenti sociali antagonisti o semplicemente non omologati è, dal luglio 2001, una costante.

Con un caso di scuola: quello della Val Susa, dove a fronte della opposizione al Tav si è assistito progressivamente all’esclusione della comunità locale da ogni interlocuzione, alla manipolazione dei dati relativi all’utilità dell’opera, alla criminalizzazione della protesta con interventi legislativi, amministrativi e di polizia comprensivi di un uso sproporzionato della forza e a un’azione repressiva della magistratura senza precedenti per numero di indagati, qualità delle imputazioni, impiego di misure cautelari, dilatazione delle ipotesi di concorso di persone nel reato e finanche – come nel caso del processo contro Erri De Luca – riesumazione del delitto di apologia di reato.

Non basta. Quando, negli ultimi anni, il conflitto è tornato nei luoghi di lavoro, in particolare nei settori della logistica e dei lavoratori migranti, le pratiche repressive si sono estese fino all’uso di lacrimogeni contro gli scioperanti, alla riscoperta del delitto di «picchettaggio» e alla dilatazione a dismisura, anche in questo caso, della responsabilità a titolo di concorso.

Oggi si contano a centinaia i lavoratori sottoposti a processo penale per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e blocco stradale (reato, quest’ultimo, ripristinato nel 2018, non a caso, da uno dei decreti Salvini). Di ugual segno sono molti interventi nei confronti di organizzazioni, movimenti e singole persone impegnati, dal Mediterraneo ai confini occidentale e orientale, nel salvataggio e nel sostegno a migranti in arrivo o in transito.

Diciamolo in modo esplicito: l’obiettivo è quello di fare terra bruciata intorno ai migranti diffondendo il messaggio che le organizzazioni impegnate nel soccorso (e, da ultimo, persino i giornalisti che lo documentano) sono collusi con i trafficanti, corrotti e, magari, al soldo di potenze straniere.

Ciò a sostegno di una impostazione nella quale le campagne xenofobe della Lega si sono intrecciate con gli strappi di un ministro come Marco Minniti, con la propaganda di Di Maio e con le iniziative marcatamente repressive di diverse Procure, da Catania a Trapani e a Locri, nei confronti di Ong o di esperienze simbolo dell’accoglienza come quella di Riace.

Bastano questi flash a far intravedere il filo rosso dell’insofferenza, segnalata all’inizio, nei confronti del dissenso, della protesta, dell’opposizione radicale, del pensiero diverso.

È, a ben vedere, l’altra faccia della crisi della democrazia, di quella crisi che individuiamo, in genere, con il venir meno dei canali della rappresentanza (dai partiti ai corpi intermedi), l’adozione di sistemi elettorali che escludono le minoranze, il trasferimento del potere reale in luoghi diversi dalla politica, la concentrazione dell’informazione in poche mani prive di legittimazione.

Ed è l’avvisaglia di quella democrazia autoritaria che sta soppiantando, anche in alcune parti d’Europa, lo Stato di diritto.

Di questo si discuterà domani, giovedì 22 aprile, dalle 16 alle 19 nel convegno «Pensiero unico, dissenso, repressione» (diretta streaming qui), organizzato da Centro Riforma dello Stato, Controsservatorio Valsusa, Fondazione Basso, Società della Ragione, Studi sulla Questione Criminale, Udi Palermo e Volere la Luna, con la partecipazione di Maria Luisa Boccia, Livio Pepino, Daniela Dioguardi, Xenia Chiaramonte, Lorenzo Trucco, Claudio Novaro, Rossella Selmini, Ilaria Boiano, Nicoletta Dosio, Franco Focareta, Lorena Fornasir, Francesco Martone, Filippo Miraglia e Marina Prosperi.

La fabbrica ribelle nella «grande storia»

Tempi presenti. Esce in Germania il libro più completo sulle lotte operaie a Mirafiori tra ’62 e ’73. Sullo sfondo dell’intreccio tra sviluppo economico, mutamenti tecnologici, rappresentanza sindacale e comportamenti di classe, lo storico Dietmar Lange si concentra in particolare sul confronto operai-direzione: su come l’egualitarismo dell’autunno caldo si traduce nei reparti contestando l’ingegneria taylorista. La vicenda è collocata nel quadro delle «onde lunghe» dei cicli di rivolta che partono dalla Comune di Parigi e, attraverso i moti rivoluzionari del 1917-23, giungono agli anni Sessanta

Sergio Bologna  21.04.2021

È uscito in Germania presso il grande e prestigioso gruppo editoriale Vandenhoeck&Ruprecht il libro di Dietmar Lange, Aufstand in der Fabrik. Arbeitsverhältnisse und Arbeitskämpfe bei Fiat-Mirafiori 1962 bis 1973 (Rivolta in fabbrica. Condizione operaia e lotte operaie alla Fiat Mirafiori 1962-1973), pp. 421, euro 63. Messo a paragone con le numerose rievocazioni di quella stagione che la ricorrenza dell’autunno caldo ha stimolato prima e dopo la pandemia, il lavoro di Lange mostra un respiro storico che nulla ha a che vedere con l’«aria di famiglia» che traspira dalla produzione pubblicistica italiana. Lange colloca la vicenda Fiat in un quadro che la iscrive nelle «onde lunghe» dei cicli di lotta che partono dalla Comune di Parigi e, attraverso i moti rivoluzionari del 1917-23, giungono agli anni Sessanta del secolo scorso.

Sembra di avvertire qui la lezione di Marcel van den Linden e della sua Global Labour History, che se da un lato ha cercato di rovesciare l’eurocentrismo della storia del lavoro come l’abbiamo praticata durante tutto il Novecento, dall’altro lato ci ha messo in guardia da un eccessivo uso della microstoria nell’analisi delle lotte dei lavoratori, spingendoci a innalzare lo sguardo sui grandi snodi della storia mondiale. Per altro verso Lange si richiama esplicitamente al Labour Process Debate lanciato da Harry Bravermann agli inizi degli anni Settanta, che sollecitò gli storici ad occuparsi del controllo sociale sulla forza lavoro esercitato attraverso dinamiche e strumenti ben diversi da quelli dell’ingegneria taylorista in fabbrica. Un controllo che provoca nella classe operaia una reazione alla stessa altezza e che i sociologi tedeschi chiamarono di proletarische Öffentlichkeit o di Gegen-Öffentlichkeit.

DA QUESTO ITINERARIO metodologico Lange arriva all’operaismo italiano, del tutto correttamente, a nostro avviso, perché il punto di contatto è rappresentato proprio da quella netta distinzione tra la sfera della «composizione tecnica di classe» e la sfera della «composizione politica di classe». L’operaismo non aveva mai concepito un «dentro» e un «fuori» la fabbrica, come due spazi fisici dove all’interno del primo si lottava per il salario e l’orario e all’interno del secondo per la casa, i trasporti, la scuola, l’informazione ecc. (le cosiddette «lotte per le riforme» post-69). Le due sfere erano concepite come due gradi di maturità antagonista, quindi come un percorso lungo il quale la forma della cooperazione nella e per la produzione si rovescia in forma di conflitto collettivo.

Le prime diciotto pagine in cui l’autore si sofferma su questi aspetti metodologici meritano una particolare attenzione perché identificano chiaramente un punto di vista molto diverso da quello di molta letteratura e memorialistica italiana sulla vicenda Fiat, prigioniera certe volte di una visione «localistica», pur con la forte passione politica della scrittura. Lange colloca la vicenda Fiat al centro di quella «frattura strutturale» (Strukturbruch) verificatasi nella società capitalistica, che noi abbiamo chiamato «passaggio dal fordismo al postfordismo».

L’anno in cui questa frattura ha cominciato ad apparire in tutta la sua dimensione planetaria è il 1973, più precisamente ottobre 1973 con lo scoppio della «crisi petrolifera». Ma è anche l’anno in cui il ciclo che si era aperto agli inizi degli anni Sessanta ed era culminato nell’autunno caldo comincia una discesa non lineare, anzi, costellata di sussulti e di riposizionamenti strategici (si pensi al movimento del ’77), prima della sconfitta bruciante dell’ottobre 1980 proprio alla Fiat.

E qui si pone un altro problema di carattere metodologico. Un problema di periodizzazione. Quando e dove inizia il ciclo? Alla Fiat sicuramente nel 1962 e quindi Lange ha fatto benissimo a iniziare la sua narrazione da lì, riprendendo la periodizzazione classica dei Quaderni Rossi. Se fosse partito dal 1967 avrebbe probabilmente commesso lo stesso errore in cui sono incorsi molti di noi attribuendo funzione di «detonatore» alle lotte studentesche.

MA OGGI SAPPIAMO che non è corretto isolare Torino dal resto d’Italia e Lange, se proprio avesse voluto mantenere estrema coerenza alla sua posizione, non avrebbe dovuto ignorarlo. Lo scontro alla Fiat che si sarebbe concluso nell’ottobre 1980 non s’identifica con il grande ciclo, perché la data d’inizio di quel ciclo è il 1960, Milano, sciopero dei 70 mila elettromeccanici, una lotta «che resiste un minuto più del padrone» per quasi un anno e vince. Questo vizio «torinocentrico» che ci siamo portati dietro per decenni evidentemente è contagioso.

Lange trova nella produzione storiografica che lo ha preceduto un’insufficiente capacità di cogliere tutta la complessità delle interrelazioni tra sfera dello sviluppo economico, sfera dei mutamenti tecnologici, comportamenti soggettivi di classe, rappresentanza sindacale e configurazione del sociale e dichiara che il suo intento è stato proprio quello di affrontare di petto questa complessità nello sforzo di realizzarne una sintesi. Se ci sia riuscito o meno dovremmo poterlo giudicare analizzando in dettaglio i vari capitoli del libro, compito che richiederebbe uno spazio ben maggiore di questa che non è una recensione ma una semplice segnalazione.

Ci limitiamo pertanto a elencare gli argomenti dei diversi capitoli: l’Italia del miracolo economico, la formazione di un pensiero della «nuova sinistra», l’epoca della catena di montaggio, piazza Statuto e le sue conseguenze, l’ombra della congiuntura (1963-66), il «maggio strisciante» alla Fiat, crisi e mutamento nell’Italia inizi anni Settanta, un nuovo modello di gestione alla Fiat, la stagione contrattuale del 1972/73. I capitoli dedicati al nuovo modello di gestione costituiscono la sezione più corposa del volume e riguardano il confronto classe-direzione di fabbrica sull’organizzazione del lavoro, sui cottimi, l’inquadramento unico, i ritmi, il potere dei capi, la fase cioè in cui l’egualitarismo dell’autunno caldo si deve tradurre in articolazione di reparto, contestando l’ingegneria taylorista. È qui che Lange dà maggiore spazio al ruolo della sinistra radicale, in particolare a Lotta Continua e al potere d’interdizione che un solo reparto chiave (ad esempio, la verniciatura) può esercitare sull’intero flusso produttivo.

NELLA VENTINA DI PAGINE di Zusammenfassung Lange cambia completamente tono e punto di vista rispetto alle pagine introduttive sulla metodologia. La lunga narrazione precedente lo ha costretto a rimettersi sul terreno della microstoria, dell’indagine sociologica, dell’ascolto della soggettività operaia. È un riconoscimento che i limiti da lui individuati all’inizio nella storiografia che lo ha preceduto non sono limiti della visione d’insieme ma il portato di una «parzialità» che la storiografia militante ha sempre rivendicato.

Gli va riconosciuto comunque non solo di aver lavorato su gran parte delle fonti primarie disponibili ma di aver mantenuto un grande equilibrio nel giudizio sul ruolo di determinati attori, per esempio sul ruolo della sinistra radicale, che non ha certo esercitato una leadership ma sicuramente ha avuto un ruolo importante nel mettere in comunicazione i diversi segmenti della classe operaia Fiat oltre ad aver saputo certe volte interpretare la soggettività degli operai comuni (scritto sempre in italiano e in corsivo nel testo) meglio del sindacato. A questo proposito va notato che avrebbe potuto andare più in profondità sulla differenziazione di atteggiamenti e di pratica tra militanti Fiom e Fim di fabbrica e apparati di partito e di sindacato. Ma questo non inficia un valutazione molto positiva del lavoro svolto da Lange, in effetti un libro così completo mancava, la vicenda Fiat con questa ricerca entra nella «grande storia».

Un solo dubbio va sollevato. Acquisterebbe una valenza del tutto diversa la vicenda Fiat, se non la esaminassimo isolatamente ma nel contesto generale della conflittualità operaia in Italia, se accanto a Torino mettessimo Genova, Milano e la Lombardia, il Veneto, Napoli e via via i tanti territori dove l’antagonismo operaio si è manifestato nella sua interezza. Forse verrebbe esaltata la sua esemplarità ma forse verrebbe anche relativizzato il suo ruolo.