PRESIDENTE USA-LICENZA DI UCCIDERE da IL MANIFESTO E NYT
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PRESIDENTE USA-LICENZA DI UCCIDERE da IL MANIFESTO E NYT

La legge che dà al presidente Usa licenza di uccidere

L’Arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci

Manlio Dinucci  14.09.2021

Il 18 settembre 2001, una settimana dopo l’11 Settembre, il Congresso degli Stati Uniti approvava con unanime voto bipartisan la Legge Pubblica 107-40 che stabiliva: «Il Presidente è autorizzato a usare tutta la forza necessaria e appropriata contro quelle nazioni, organizzazioni o persone che egli ritiene abbiano pianificato, autorizzato, commesso o aiutato gli attacchi terroristici avvenuti l’11 Settembre 2001, o ha dato rifugio a tali organizzazioni o persone, al fine di prevenire qualsiasi futuro atto di terrorismo internazionale contro gli Stati Uniti da parte di tali nazioni, organizzazioni o persone». pdf qui

La legge, che conferiva al presidente repubblicano George W. Bush pieni poteri di guerra, era stata redatta dal senatore democratico Joe Biden, presidente della Commissione per le relazioni estere.

Il presidente Bush veniva così autorizzato dal Congresso, in nome della «guerra al terrore», a usare la forza militare non solo contro organizzazioni o persone ma intere nazioni, la cui colpevolezza veniva decretata dal presidente stesso, che emetteva la sentenza senza processo né possibilità di appello e ne ordinava l’immediata esecuzione per mezzo della guerra. Gli unici che da tempo chiedono la cancellazione di questa legge sono due senatori, il democratico Kaine e il repubblicano Young, ma il loro tentativo non ha finora avuto esito.

La legge del 18 Settembre 2001, tuttora in vigore, è stata usata, dopo il presidente repubblicano Bush, dal democratico Obama, dal repubblicano Trump e dal democratico Biden (già vice-presidente dell’Amministrazione Obama). Si calcola che sia stata usata per «legittimare», negli ultimi vent’anni, operazioni militari effettuate dalle forze armate statunitensi, per ordine presidenziale, in 19 paesi del mondo, tra cui Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Tunisia, Kenya, Mali, Nigeria, Somalia, Camerun, Niger.

Tre settimane dopo il varo delle legge, il presidente Bush ordinava di attaccare e invadere l’Afghanistan, ufficialmente per dare la caccia a Bin Laden protetto dai talebani; tre mesi dopo, ordinava l’apertura del campo di prigionia di Guantanamo, dove venivano segretamente deportati e torturati presunti terroristi di varie parti del mondo; un anno e mezzo dopo – sollecitato da una risoluzione bipartisan di 77 senatori, promossa da Joe Biden – il presidente Bush ordinava di attaccare e invadere l’Iraq, con l’accusa (poi dimostratasi falsa) che esso possedeva armi di distruzione di massa. L’ordine era di usare il pugno di ferro per schiacciare la resistenza: lo confermavano le immagini delle torture nel carcere di Abu Ghraib, venute alla luce nel 2004.

Sempre in base alla legge del 2001 che lo autorizzava a «usare tutta la forza necessaria e appropriata», il presidente Obama, dieci anni dopo, autorizzava la Cia a compiere operazioni segrete in Libia in preparazione della guerra Nato che avrebbe demolito lo Stato libico. Secondo la stessa procedura «legale» – documentava il New Tork Times (29 maggio 2012) – durante l’Amministrazione Obama venne istituita la «kill list», aggiornata settimanalmente, comprendente persone di tutto il mondo condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo, le quali, dopo l’approvazione del Presidente, venivano eliminate per la maggior parte con droni-killer.

La stessa procedura veniva seguita nel gennaio 2020 dal presidente Trump, che ordinava l’eliminazione del generale iraniano Soleimani, ucciso da un drone Usa nell’aeroporto di Baghdad. Attacchi analoghi di droni Usa sono stati «legalmente» autorizzati in Afghanistan, Iraq, Libia, Pakistan, Somalia, Siria e Yemen.

Il più recente attacco di un drone-killer è quello che, in base all’autorizzazione del presidente Biden, ha colpito il 29 agosto a Kabul un’auto sospettata di trasportare una bomba dell’Isis. Una inchiesta del New York Times (10 settembre scorso) ha appurato che l’auto (seguita a lungo dal pilota del drone, a migliaia di km di distanza) non trasportava esplosivi ma taniche d’acqua. Contro quest’auto, in un quartiere densamente abitato, è stato lanciato un missile «Fuoco infernale», che ha ucciso dieci civili, tra cui sette bambini.

Nelle mani dei Talebani il Panopticon creato dagli Usa

Sorveglianza. Nei database: nomi, cognomi, impieghi, impronte digitali, appartenenza etnica, scansioni dell’iride

Giovanna Branca  14.09.2021

Il mondo intero ha visto i talebani festeggiare la presa di Kabul, e la rovinosa ritirata statunitense dall’aeroporto, imbracciando armi americane, con indosso le loro divise, a bordo dei loro mezzi blindati. Una quantità di armi lasciate indietro dall’esercito, ora in mano agli studenti coranici, su cui ancora deve essere fatta chiarezza. Ma a venire lasciata indietro è anche un’arma immateriale ancora più potente di missili o droni: i dispositivi e i database per la raccolta e la catalogazione dei dati biometrici della popolazione.

NOMI E COGNOMI, impieghi, connessioni familiari, appartenenza etnica, impronte digitali, scansioni dell’iride che se la «strategia della distensione» annunciata dai turbanti neri fosse nient’altro che una facciata – come è lecito a questo punto supporre – potrebbe portarli con poco sforzo alle persone che hanno collaborato con le forze occidentali, o lavorato per il governo.

A tre giorni dalla caduta di Kabul, il 18 agosto, delle fonti dell’esercito statunitense confermano a The Intercept che durante l’offensiva i talebani si sono impossessati dei dispositivi HIIDE (Handheld Interagency Identity Detection Equipment), in uso alle forze armate americane per operazioni militari, e collegate al database ABIS, custodito al Dipartimento della Difesa e con cui, come spiega la giornalista investigativa Annie Jacobsen, venivano identificati gli obiettivi degli attacchi condotti con i droni.

IL SUO SCOPO, all’inizio, è puramente militare: stabilire l’identity dominance (dominio sull’identità) statunitense nel Paese centroasiatico avrebbe consentito agli Usa un vantaggio strategico nei confronti del nemico: prevenire gli attacchi all’esercito, ottenere una preziosa intelligence sui suoi piani e spostamenti.
Ciò che presto appare chiaro però è che HIIDE e gli altri device in dotazione all’esercito rappresentano in un certo senso l’ultimo dei problemi per i cittadini afghani che non sono riusciti a imbarcarsi sui voli diretti fuori dal Paese. Con la loro inchiesta pubblicata il 30 agosto per la MIT Technology Review, Eileen Guo (vedi intervista sotto) e Hikmat Noori hanno infatti chiarito che il vero pericolo è rappresentato dai database biometrici – quelli che gli Stati uniti hanno sviluppato in collaborazione con il governo afghano per scopi civili: il censimento, la lotta alle truffe come gli «stipendi fantasma» destinati a inesistenti membri dell’esercito e la polizia, la gestione di processi democratici come il voto.

A differenza del database a cui ha (limitato) accesso HIIDE, protetto dal Dipartimento di Stato Usa, questi sono database afghani, custoditi nei vari ministeri di Kabul, con ogni probabilità a portata di mano per coloro che oggi esercitano il potere.

L’INFLUENZA STATUNITENSE sulla loro creazione e gestione – sulla elaborazione fuori dai propri confini di un esperimento di sorveglianza e controllo totale – è evidente dalle decine di acronimi militari fra cui bisogna districarsi per comprendere quanti dati, e soprattutto di che entità, sono ora a disposizione dei talebani.
Due in particolare si impongono all’attenzione: APPS (l’Afghan Personnel and Pay System), in dotazione al Ministero dell’interno e a quello della difesa per pagare gli stipendi di esercito e polizia, e la versione afghana di ABIS: AABIS (Afghan Automatic Biometric Identification System), a disposizione del Ministero della difesa e che mirava a raccogliere, secondo Jacobsen, i dati biometrici relativi all’80% della popolazione afghana. Nel suo libro First Platoon: A Story of Modern War in the Age of Identity Dominance (2020), Jacobsen spiega che la strategia «biometrica» nasce in Iraq, a pochi mesi dall’invasione statunitense, quando l’Fbi inizia a raccogliere i dati biometrici delle decine di migliaia di detenuti a Camp Bucca – fra i quali il futuro «califfo» dello Stato islamico al-Baghdadi – e a raccoglierli in database.

«MA A QUALE SCOPO?». Alla domanda risponde la Defense Science Board, un gruppo di consiglieri civili del Pentagono convocato da Donald Rumsfeld. È così che viene stabilito che per i database serve un «Progetto Manhattan» (il programma che ha portato allo sviluppo delle prime bombe atomiche): qualcosa che li trasformi da dati grezzi in armi.

Nel 2010, una conferenza della Combined Joint Interagency Task Force per l’utilizzo dei dati biometrici in un’altra guerra Usa, quella combattuta in Afghanistan, detta però già le linee guida per un utilizzo di questi dati che si espande ben oltre la dimensione militare.

È così che 11 anni dopo siamo in grado di sapere che APPS, per esempio, raccoglie (fra quelli noti) ben 36 data points sulle persone schedate – fra cui informazioni sensibilissime come le parentele e l’etnia.

E CI SONO ANCHE ALTRI DATABASE, non meno «minacciosi»: quello collegato alla carta d’identità nazionale – e-takzira – o quelli (come scrive Politico) custoditi dalle compagnie di telecomunicazione, che consentono di stabilire chi ha chiamato chi – anche personale occidentale in contatto con collaboratori afghani -, gli spostamenti delle persone in base alle celle agganciate dai telefoni, perfino il contenuto delle conversazioni.

Già nel 2016 i talebani avevano dato prova del loro interesse – e capacità – nell’accedere a dati biometrici dei «collaborazionisti» con il governo e gli invasori: a Kunduz avevano preso in ostaggio 200 passeggeri di un bus e ucciso 12 membri dell’esercito afghano – secondo le testimonianze dei presenti, li avevano individuati con un dispositivo in grado di scansionare e riconoscere le impronte digitali.

«GLI STATI UNITI hanno preso prudenti precauzioni per assicurarsi che dati sensibili non cadano nelle mani dei talebani. Queste informazioni non sono a rischio», ha succintamente affermato un portavoce del Dipartimento della difesa interpellato da Guo e Noori.

Ma secondo Thomas Warrick, ex ufficiale dell’Homeland Security sentito da Politico, «non c’è praticamente dubbio che i talebani abbiano messo le mani su una preziosa miniera di informazioni che possono sfruttare a loro piacimento». Un panopticon sviluppato dagli Stati uniti e «consegnato» ai nemici contro i quali era stato concepito.

https://nypost.com/2021/09/10/kabul-strike-killed-us-aid-worker-and-family-not-isis-bombers/