POPULISMI E…da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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POPULISMI E…da IL MANIFESTO

Quelle anomalie capaci di percepire esigenze concrete

SCAFFALE. «Populismi e rappresentanza democratica», del costituzionalista Alberto Lucarelli per Editoriale scientifica

Gaetano Azzariti  15.12.2020

Cosa sia il «populismo» non è ancora ben chiaro. Il successo del termine, di gran moda tanto nelle riflessioni politiche quanto in quelle accademiche, non ha portato a una sua univoca definizione concettuale. Anzi, i molti significati a esso assegnato hanno troppo spesso reso il populismo solo una «parola pigliatutto» (Marco Revelli). Appare allora necessario precisare e distinguere.
Precisare i tratti in comune del fenomeno che si ascrive al genere populista e distinguere tra le diverse specie di populismi. Inoltre, se non ci si vuole fermare alla mera analisi del fenomeno dal punto di vista sociologico, appare necessario valutare la compatibilità «politica» del populismo con l’assetto costituzionale, con i principi della rappresentanza democratica.
A questa necessaria opera di chiarificazione concettuale dedica uno studio Alberto Lucarelli (Populismi e rappresentanza democratica, Editoriale Scientifica, pp. 180, euro 13), osservatore da sempre attento alle diverse forme istituzionali che può assumere la partecipazione popolare.

L’ATTEGGIAMENTO dell’autore nei confronti del populismo non è di ripulsa, anzi il tentativo è quello di valorizzarne i profili più nobili per riuscire a conciliare le istanze espresse dai movimenti populisti con le esigenze della rappresentanza politica.
Non vengono negati i limiti di un pensiero che semplifica la complessità del reale, attraversato dalla convinzione che la società sia sostanzialmente buona, mentre le élite sempre corrotte. Ciò rende assai controverso il rapporto tra il momento della partecipazione, della protesta «dal basso», e la loro traduzione in politiche istituzionali, il loro inserimento entro i canali della rappresentanza democratica.
Eppure, è questa una sfida che non può essere sottovalutata da chi ha a cuore le sorti del costituzionalismo pluralista e democratico. Per due essenziali ragioni. Anzitutto perché il costituzionalismo è «plurale» solo se si fonda sul conflitto sociale, ritenuto una forma di arricchimento – e non un limite – delle dinamiche politiche. In secondo luogo, perché il costituzionalismo è realmente «democratico» solo se riesce a dare voce ai bisogni di tutti i soggetti entro i canali della rappresentanza politica.
Ora è facile constatare come nei nostri ordinamenti entrambi tali elementi appaiono in crisi: alla ricchezza del conflitto si è sostituita l’enfasi per la governabilità; alla rappresentanza politica reale si è sostituita una progressiva difficoltà a ricondurre la sovranità popolare alle forme e ai limiti che la costituzione prevede.

A FRONTE DI CIÒ si pone l’anomalia populista, «in grado – scrive Lucarelli – di percepire, talvolta, più della rappresentanza, l’attualità delle esigenze concrete». In sostanza un populismo figlio della crisi della democrazia rappresentativa. Un figlio degenere?
Qui la risposta si fa più articolata e l’invito a distinguere i diversi tipi di populismo può essere utile per proseguire l’indagine.
Da un lato, avremmo un populismo egoista, più legato alle istanze identitarie, che si affida esclusivamente alla partecipazione diretta (e-democracy), radicalmente avverso alle logiche stesse della rappresentanza, che auspica la crisi di tutti i corpi intermedi, dei partiti in particolare, che non sopporta alcuna istituzione, e individua il nemico nel parlamento per affidarsi esclusivamente a un leader portatore delle istanze individuali, in grado al più di far valere senza mediazioni, le ragioni delle piccole comunità di appartenenza, contro i diritti degli altri, i quali – chissà perché – del popolo non fanno parte.
Non è però questo l’unico populismo. C’è anche quello che nasce come reazione alle politiche neoliberiste, che si ispira ai principi di eguaglianza, solidarietà e giustizia sociale, che avverte l’impotenza della rappresentanza, ma aspira ad elaborare strategie di convivenza civile basate su una più equa distribuzione delle risorse, sul rispetto dell’ambiente. Un «populismo di sinistra» che si propone in chiave antagonista e che si affida alla mobilitazione come moto perpetuo.

SECONDO LUCARELLI, questo populismo avverte come la sovranità popolare non possa essere ridotta al voto (non possa essere costretta «nelle liturgie elettorali»), ma sarebbe ostile solo alle degenerazioni della rappresentanza, non anche alla rappresentanza come tale. E allora implicita è la conclusione cui dovrebbe giungere chi si propone di conciliare i movimenti popolari e la democrazia costituzionale: ripartire dal populismo di sinistra per rivitalizzare la rappresentanza democratica.
Enunciata la tesi è evidente che assai più complicato è farne seguire l’analisi e dimostrarne la fattibilità in concreto. Nel libro si propone una lettura del populismo che possa operare entro le categorie giuridiche tradizionali del costituzionalismo (popolo, governo, territorio), qui ci limiteremo a sollevare due questioni di fondo che mi sembra vengano poste da una simile ricostruzione.
In primo luogo, c’è da chiedersi se la dicotomia proposta sia esaustiva. La storia del populismo è complessa e tende a rompere gli schemi consueti, sempre rivolta a dare voce ai «dimenticati», ad un popolo perlopiù immaginato, ad una comunità spesso idealizzata, in rivolta contro l’élite al potere. Non sempre però è stata una storia di populismo «dal basso», assai spesso è «dall’alto» che si è evocato il popolo per dare forza ad interessi di parte. C’è allora il rischio di cadere nella retorica populista, ciascuno a parlare in nome del «suo» popolo, in un gioco di specchi che finirebbe per deformare ogni realtà della rappresentanza politica.

IN SECONDO LUOGO, non si può evitare di dire che il populismo improntato ai valori dell’eguaglianza, della solidarietà e della giustizia sia a tutt’oggi minoritario. Non solo allora non è sufficiente evocare un «populismo di sinistra», ma non basta neppure indicare la giusta rotta: quella della necessaria ricongiunzione tra le istanze di questo popolo con la rappresentanza democratica.
Bisogna anche saper costruire i ponti, le egemonie, le politiche istituzionali in grado di far valere certi valori nei luoghi della rappresentanza sociale ed entro quella istituzionale.
Fare emergere un soggetto politico (un popolo determinato) orientato ai principi del costituzionalismo plurale e democratico, in grado di governare stabilmente i processi politici, statali e sovranazionali, andando oltre il momento elettorale ma non oltre la rappresentanza. Non sarà facile.