PAROLE MAGICHE, PAROLE GRIMALDELLO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PAROLE MAGICHE, PAROLE GRIMALDELLO da IL MANIFESTO

L’ingannevole uso delle nuove parole perché nulla cambi

Resilienza. Si continuano a proporre false o effimere soluzioni contro l’emergenza ambientale e la stessa crisi del cibo

Enzo Scandurra  28.07.2021

Siamo immersi in un universo di parole magiche, apparentemente affascinanti e persuasive, parole grimaldello, dispositivi semantici che aprono qualsiasi serratura e ci mostrano un mondo pieno di bellezza e di speranza. Queste parole sono: sostenibilità, partecipazione, meritocrazia, eccellenza e, ultima aggiunta, resilienza. Chi potrebbe mai dire che una cosa partecipata o sostenibile non sia per ciò stesso buona e lodevole? Come sosteneva un famoso economista è come chiedere com’è la torta della nonna; risposta: non può che essere buona, per definizione.

Parole contenitore che ciascuno può riempire a suo piacimento, con significati anche assai diversi e divergenti, usate sia a destra che a sinistra. Poi accade alla Normale di Pisa che alcune maturande ne svelino l’imbroglio e così tutti lodano le tre ragazze (si badi bene: ragazze e non ragazzi) per aver detto che il re è nudo cosa che tutti (o quasi) sapevano ma non osavano criticare apertamente il pensiero mainstream delle istituzioni.

Prendiamo la resilienza, parola importata dalla scienza dei materiali e definita come la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Concetto poi assunto dalla psicologia dove essa diventa la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici. Ma quali sono questi eventi traumatici nel nostro caso? La pandemia, certo, ma non solo. Uno, in particolare, getta un’ombra di inquietudine su tutto il futuro della specie: il cambiamento climatico; ormai dato per certo, causato dall’attività antropica.

Un bambino direbbe: e perché mai dovremmo cercare di far fronte a questo evento traumatico se a causarlo siamo noi stessi coi nostri stili di vita? Non sarebbe più sano evitarlo eliminando il nostro desiderio di consumo che alimenta la crescita insensata che provoca queste reazioni da parte della natura? La risposta è semplice, ma a quanto pare la soluzione difficilissima da realizzare, così che, non aggredendo alla radice la causa dei mali, preferiamo escogitare rimedi (quasi sempre fallimentari) per fronteggiare gli effetti di questo modello di sviluppo. La resilienza, in questo caso, diventa la parola magica per esorcizzare la catastrofe annunciata e già avvenuta in alcune parti del mondo.

Come se un fumatore incallito, anziché smettere, prendesse ogni giorno qualche pillola che riduce la possibilità di sviluppare un cancro ai polmoni. Potremmo in questo caso parlare di un fumatore resiliente in quanto capace di assorbire l’evento traumatico e magari di trasformarlo (come? ) in maniera positiva? Questa riflessione scaturisce da una delusione crescente non solo dei magri risultati ottenuti nei vari summit delle nazioni sul clima, ma anche dalle aspettative che avevamo riposte nel Pnrr (piano nazionale di ripresa e resilienza) e nel suo ministro Cingolani, forse perché fisico e certamente conoscitore dei problemi complessi che caratterizzano il clima.

Pur riconoscendo gli effetti antropici sul clima, Cingolani ha sostenuto che provvedimenti drastici sull’economia volti a ridurre le emissioni di CO2, si tradurrebbero in danni altrettanto gravi quanto quelli provocati dai cambiamenti climatici. E si vanta il ministro (forse a ragione) che al summit di Napoli “per la prima volta il G20 ha riconosciuto l’interconnessione tra clima, ambiente, energia e povertà”.

E così il neo ministro resiliente propone dei rimedi alla produzione di CO2 come quello del Ccs (Carbon capture and sequestration) ovvero continuare a produrre CO2 ma poi catturarla e rispedirla nel sottosuolo da dove essa era stata prelevata sotto forma di fossili. O, ancora, piccoli reattori nucleari domestici da tenere in giardino accanto al barbecue per produrre energia e produzione di idrogeno sempre a mezzo di fossili. Di più, ammette l’esperto ministro, non si può fare in questo momento se non danneggiando gravemente il sistema economico.

Così si continuano a proporre false o effimere soluzioni contro l’emergenza ambientale e la stessa crisi del cibo (l’altra faccia del problema), come ampiamente dimostrato nel pre-Vertice sui sistemi alimentari che si tiene a Roma tra il 26 e il 28 luglio. Rispetto al recente passato, i gruppi dominanti continuano a massacrare il pianeta sapendo bene quel che fanno e gli effetti prodotti da tale massacro, ma avendo bene a mente che la loro ingordigia di profitto non può essere fermata.

Non saranno le multinazionali a salvare il cibo

Il summit. Al pre-Vertice di Roma sui sistemi alimentari gli attori dominanti presentano vaghi escamotage ai problemi che hanno generato. Le organizzazioni popolari si mobilitano: così si chiude al vero cambiamento

Marinella Correggia  28.07.2021

Produrre cibo nutriente e sano per ogni persona, avanzando al tempo stesso verso tutti e 17 gli obiettivi dello sviluppo sostenibile. È il mantra degli interventi ufficiali e di quelli paralleli al pre-Vertice sui sistemi alimentari in corso a Roma e soprattutto online, per preparare il Vertice vero e proprio di settembre a New York.

Quali modelli alimentari possono sconfiggere il triplice fardello – sottonutrizione, carenze in micronutrienti, malnutrizione per eccesso calorico e proteico? L’alimentazione è un fattore chiave anche per la forza del sistema immunitario di fronte alle aggressioni da parte di patogeni. Ma tre miliardi di persone – fra cui piccoli contadini e lavoratori rurali – non hanno il potere d’acquisto necessario a permettersi diete salutari e variegate.

Le multinazionali del cibo massificato hanno presentato al pre-Vertice, soprattutto negli eventi paralleli, i loro escamotage. Per esempio l’«impegno» di Nestlé, Pepsico, Unilever e altri 25 giganti ad arrivare a «diete salutari per tutti» (forse fortificando le bevande gassate?) e perfino a «zero emissioni nette entro il 2040 estendendo pratiche agricole rigenerative su milioni di ettari» oltre a «diversificare le colture proteggendo la biodiversità».

Allo stesso modo, i giganti dei sistemi di allevamenti intensivi a terra e in acqua, come l’International Meat Secretariat, il Consiglio Usa degli esportatori di soia, i giganti dell’acquacoltura hanno discusso, in modo vago, di «proteine sostenibili per tutti». Trascurando impunemente la necessità etica, sanitaria e ambientale di un cammino verso le diete centrate sui vegetali (ne hanno parlato altri eventi paralleli).

Del resto, quali sono gli attori dominanti, nella governance globale che si propone di trasformare i sistemi alimentari per nutrire tutti senza distruggere il pianeta né sfruttare i lavoratori? I governi da un lato si impegnano a politiche centrate sulla nutrizione, a sostenere i mercati locali e il ciclo corto, a sussidiare i prezzi alla produzione, a destinare più soldi per l’agricoltura, a promuovere le cooperative e il lavoro delle donne e dei giovani rendendo le campagne più attraenti, ad allargare i programmi di protezione sociale (anche le mense scolastiche).

Ma dall’altro, come denunciano molti protagonisti non governativi, non vengono messe in discussione le cause strutturali della miseria, alimentate dai sistemi alimentari industriali, l’estrattivismo, le monocolture, la concezione del cibo come una merce e il mancato riconoscimento del diritto alla terra.

L’India, per esempio: la ministra dell’agricoltura ha lodato gli investimenti nell’infrastruttura agroalimentare e idrica, gli schemi per dare lavoro nelle campagne, cibo nelle scuole e alimenti sovvenzionati ai poveri, e la sua proposta all’Onu – accettata – di fare del 2023 l’anno internazionale del miglio, un cereale rustico, negletto e nutrientissimo. Ma come non vedere che da sette mesi gli agricoltori indiani protestano contro nuove leggi relative alla liberalizzazione del commercio agricolo, che danno ampio potere contrattuale alle grandi società agricole e di distribuzione? «E come mai la Costituzione indiana e molte altre non sanciscono il diritto al cibo?», chiede polemica Roma Malik, dell’associazione dei lavoratori delle foreste.

Il percorso verso il Vertice di settembre, pur apparendo inclusivo, è oscurato da centri di interesse privati, ribadiscono le moltissime organizzazioni popolari che nei mesi scorsi hanno scritto invano al segretario generale dell’Onu denunciando il fatto che il percorso ha del tutto marginalizzato l’impianto istituzionale inclusivo costituito in seno alla Fao dal 2009, con il Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale (Cfs), nel quale lavora il Meccanismo della società civile (Csm).

E con il ruolo organizzativo di quest’ultimo si sta svolgendo la Contro-mobilitazione online, spazio internazionale di dialogo fra attori sociali, governativi e l’Onu. Denunce ma anche soluzioni, centrate sulla sovranità alimentare (concetto che festeggia i 25 anni) e sulla vera agroecologia. Senza dimenticare che siamo in pieno decennio per il ripristino degli ecosistemi.

Se si deve uscire da un complesso agroalimentare che non nutre, produce il 30% delle emissioni globali di gas serra, deforesta, inquina, desertifica, ruba territori a indigeni e contadini, li impoverisce nutrendo i profitti delle multinazionali, non garantisce i diritti dei lavoratori, «non è possibile mettere il processo nelle mani di chi ha creato il problema; come possono i governi accettare di avere un ruolo indebolito nella governance di un summit non negoziato? Così il Vertice non può aprire la strada a cambiamenti radicali», si legge nella dichiarazione della Contro-mobilitazione.

Dal canto loro, gli organizzatori del Vertice ribadiscono la volontà di includere tutti gli attori nel processo.