PALESTINA: COLONIZZAZIONE VIOLENTA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PALESTINA: COLONIZZAZIONE VIOLENTA da IL MANIFESTO

Israele e Territori occupati, anno nuovo senza vita nuova

Il punto di vista. Tanti i segnali nell’area di «mediazione», ma resta la questione centrale: quella di un regime di apartheid che cerca di consolidare il progetto di colonizzazione cancellando i palestinesi

Zvi Schuldiner  07.01.2022

Nel 2021, la guerra a Gaza ha rispettato la «routine»: altri palestinesi uccisi e ulteriore distruzione nell’area, rituali dichiarazioni di vittoria da entrambe le parti. Ma ha prodotto anche due risultati non previsti: da un lato, violenti scontri in Israele fra ebrei e palestinesi, la società israeliana scossa da violenza, razzismo, pogrom; dall’altro, dopo un lungo periodo di apatia in campo internazionale, è ricomparsa con forza la «questione palestinese».

La risonanza internazionale del conflitto si è poi affievolita. Intanto l’intera regione ha registrato cambiamenti significativi anche se non pienamente percepiti. La «pace» di Donald Trump, frutto di interessi imperialisti, ha permesso a Israele di portare avanti processi in precedenza segreti: per oltre 20 anni, Israele e gli Emirati arabi uniti avevano sviluppato varie forme di cooperazione in campo economico e in materia di sicurezza, cibernetica e non solo.

L’arrivo di Joseph Biden alla presidenza statunitense ha prodotto cambiamenti di natura apparentemente minore e nascosti, ma che potrebbero avere una portata significativa. Per Emirati e Bahrein un parziale riavvicinamento all’Iran, accordi con il Qatar, un ammorbidimento dell’Arabia Saudita nel tentativo di mostrare un’altra faccia: tutto ciò potrebbe non solo allentare le tensioni con Teheran, ma anche favorire un accordo per porre fine alla guerra in Yemen.

Gli analisti che promettevano una radicalizzazione dell’Iran tale da impedire un accordo sulla questione atomica si trovano ora di fronte a una realtà diversa: i governanti israeliani stanno passando dalle minacce di un attacco militare a un tono più moderato. Washington fa sapere ripetutamente a Israele che l’opzione diplomatica è preferibile e sembra segnalare l’intenzione di porre il veto a ipotesi militari.

Negli ultimi giorni sia il primo ministro Naftali Bennett che il ministro degli esteri Yair Lapid hanno ripetuto le minacce di rito chiarendo comunque che Israele si oppone a un cattivo accordo ma non a ogni accordo. Dopo diverse visite statunitensi in Israele e di inviati israeliani a Washington – fra gli altri, il ministro della difesa Benny Gantz e il capo del Mossad – sembra che nei prossimi giorni le discussioni a Vienna porteranno a una ripresa degli accordi occidentali con l’Iran, a suo tempo abbandonati da Trump.

Questa possibile distensione nell’arena regionale non deve però far dimenticare il conflitto cardinale tra israeliani e palestinesi. Dopo l’ultima guerra era diventato più naturale parlare di apartheid nei territori occupati, e più evidente che l’«unica democrazia» in Medio Oriente è una finzione che funziona bene forse per gli ebrei israeliani ma davvero male per gli altri.

Dal 1967 in poi molti hanno accettato l’«occupazione liberale» che Israele vendeva al mondo. Dopo 54 anni è molto più facile capire che si tratta di una colonizzazione violenta. La popolazione palestinese è sottoposta a un sistema brutale, lo spargimento di sangue è la norma, il saccheggio e il terrore dell’occupazione sono evidenti, come il fatto che i coloni che formano bande violente contro i palestinesi godono della collaborazione delle forze dell’ordine israeliane.

Nei giorni scorsi il presidente palestinese Abu Mazen si è recato a casa del ministro Gantz ribadendo la propria condanna del terrorismo e chiedendo agli israeliani di adottare cambiamenti atti ad alleggerire la crescente tensione nei territori. In altre parole, si riannoda la collaborazione israelo-palestinese nata a Oslo.

Cosa significa questo? Che con un po’ di compensazioni economiche e promesse di alleviare la violenza dell’occupazione, i palestinesi continueranno a collaborare con Israele per evitare scontri più violenti. Nel sud, Hamas e la Jihad islamica minacciano una ripresa del conflitto armato, ma sono disposti a evitarla se gli israeliani offriranno alcuni miglioramenti. Giocano l’influenza dell’Egitto, del Qatar e anche della Turchia da un lato, dell’Iran dall’altro.

Con una leadership palestinese disunita e oltremodo problematica, è facile per il governo di coalizione di Bennett continuare la sua linea politica. Per gli Stati Uniti e l’Europa, l’abbandono di Netanyahu ha rappresentato un trionfo. Anche per molti in Israele. Pur trattandosi di un passo storico positivo, occorre chiarire subito che il premier attuale è un estremista di destra, e per non perdere alcuni dei membri della sua coalizione e i pochi elettori continua a ripetere che il suo governo non cerca di negoziare un cambiamento della situazione attuale. Anche il ministro Lapid – centrodestra moderato? – riferisce che non ci saranno cambiamenti nel futuro prossimo.

L’ala moderata del governo – pseudo-sinistra e pseudo-liberali – crede che alcune conquiste siano degne di nota e il nuovo alleato, la Lista araba unita, chiede e talvolta ottiene alcune migliorie riguardo alla popolazione araba in Israele. Tutto questo, forse, favorisce la cecità degli israeliani, dei palestinesi e della «comunità internazionale» di fronte alla questione centrale: la lotta contro un regime di apartheid che cerca di consolidare il proprio progetto di colonizzazione senza tener conto dei palestinesi.

Senza opzioni pacifiche, la risposta inevitabile alla situazione attuale sarà lo spargimento di sangue, insieme a una diffusione del conflitto anche a regioni apparentemente più pacifiche. Il terrore nel quale vive la popolazione palestinese continua a esigere un cambiamento radicale.

Emma Watson, colpevole di solidarietà ai palestinesi

Israele/Territori occupati. L’attrice britannica, che ha interpretato il personaggio di Hermione Granger nella saga cinematografica di Harry Potter, ha pubblicato nei giorni scorsi un post sul suo profilo Instagram che esprime sostegno al popolo palestinese scatenando l’ira di Israele.

Michele Giorgio  07.01.2022

Non si placano gli attacchi a Emma Watson «colpevole» di aver pubblicato nei giorni scorsi sul suo profilo Instagram un post a sostegno dei palestinesi. Dopo l’ex ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon, che è arrivato ad accusarla di «antisemitismo», anche l’attuale rappresentante dello Stato ebraico al Palazzo di Vetro, Gilad Erdan, ha puntato il dito contro l’attrice britannica. «La finzione può funzionare in Harry Potter ma non funziona nella realtà» ha scritto Erdan. «Se lo facesse, la magia usata nel mondo magico potrebbe eliminare i mali di Hamas (che opprime le donne e cerca l’annientamento di Israele) e dell’Autorità Palestinese (che sostiene il terrore). Sarei favorevole a questo!». Erdan è stato inviato all’Onu dall’ex premier Netanyahu anche per continuare il contrasto al movimento internazionale Bds di boicottaggio di Israele che aveva svolto quando era ministro.

Lanciando i loro attacchi Danon e Erdan hanno tirato in ballo il personaggio di Hermione Granger, interpretato da Watson nella saga cinematografica di Harry Potter. Ma l’attrice britannica, trentunenne, non è più la piccola strega talentuosa, prefetto di Grifondoro e migliore amica di Harry Potter e Ron Weasley. Emma Watson oggi è una donna adulta con una visione del mondo fondata sui diritti e la giustizia. È una femminista che appoggia cause di alto profilo e che nel 2015 si è guadagnata un posto nella lista della rivista Time delle 100 persone più influenti al mondo. Nel 2014 è stata nominata ambasciatrice delle Nazioni unite per le donne e parlando alla sede dell’Onu a New York ha dato appoggio a «HeForShe» una campagna che esorta gli uomini a sostenere l’uguaglianza delle donne. La giovane pakistana Malala Yousafzai, vincitrice del Premio Nobel per la pace per il suo impegno per i diritti delle donne, ha detto di aver deciso di definirsi femminista dopo aver ascoltato un discorso di Emma Watson.

Una donna e una attrice che cammina sul terreno dei diritti. Eppure, a Emma Watson è bastato fare un post su Instagram a sostegno dei palestinesi sotto occupazione militare per essere accusata di antisemitismo. Nel post c’è la foto di uno striscione con vessilli palestinesi – che girava sui social lo scorso maggio durante l’escalation militare tra Israele e Hamas, in quel periodo altre celebrità come Bella Hadid, Dua Lipa e Susan Sarandon manifestarono solidarietà ai palestinesi – con la scritta «La solidarietà è un verbo». Il tutto accompagnato da una citazione della studiosa femminista Sara Ahmed: «La solidarietà non suppone che le nostre lotte siano le stesse lotte, o che il nostro dolore sia lo stesso dolore, o che la nostra speranza sia per lo stesso futuro. Solidarietà comporta l’impegno, e il lavoro, così come il riconoscimento che anche se non abbiamo gli stessi sentimenti, o le stesse vite, o gli stessi corpi, viviamo su un terreno comune».

Condividendo il post di Emma Watson su Twitter, l’ex ambasciatore Danon ha scritto: «10 punti da Grifondoro per essere una antisemita». Così facendo ha però contribuito a concentrare l’attenzione sul post dell’attrice che ha ottenuto più di 1milione di like e oltre 100mila commenti, in prevalenza favorevoli al suo pensiero. Leah Greenberg di «Indivisible Project» ha replicato: «Una dimostrazione perfetta dell’arma del tutto cinica e in malafede dell’antisemitismo per chiudere le espressioni fondamentali di solidarietà con il popolo palestinese». Sayeeda Warsi, ex ministra britannica e membro della Camera dei Lord, ha definito «spaventosi» i commenti di Danon. Da parte sua Watson ha scelto, almeno in pubblico, di non reagire alle accuse.

Passando dai social al mondo reale in Cisgiordania, ieri un palestinese di 21 anni, Baker Hashash, è stato ucciso durante un’incursione di reparti dell’esercito israeliano a Balata (Nablus) per catturare un ricercato. Il portavoce militare israeliano ha detto che Hashash era armato ed ha aperto il fuoco contro i soldati. Intanto nei Territori occupati è stato proclamato il lutto nazionale per la morte di sette lavoratori palestinesi nello scontro violento tra il furgone su cui viaggiavano e un autocarro nella valle del Giordano.

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