OLIGARCHI: ÈLITE DEL CAPITALISMO PREDATORIO da iIL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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OLIGARCHI: ÈLITE DEL CAPITALISMO PREDATORIO da iIL MANIFESTO

Gli oligarchi sono l’élite del capitalismo, a est come a ovest

L’ANALISI. In Ucraina (sono circa cento i super-ricchi) controllano l’80% delle ricchezze di un paese che, ancora nel 2019, era tra i più arretrati dell’ex Urss. Con gli aiuti militari sempre più consistenti siamo ormai dentro la spirale di una guerra lunga e dolorosa. Che mostra la crisi della politica e della democrazia

Gaetano Lamanna  06/05/2022

Per oligarchi si intendono i padroni, i tycoon, gli amministratori delegati e manager di grandi aziende. Si distinguono da altre categorie di super ricchi per il controllo che esercitano sull’economia e per il rapporto privilegiato con le istituzioni statali. Compongono, insomma, l’élite finanziaria e imprenditoriale del capitalismo. Usare il termine per indicare, in tono spregiativo, soltanto i miliardari russi è mistificante. La peculiarità russa, se vogliamo cercarla, consiste nell’anarchia economica e nella rapidità con cui, dopo il crollo dell’Urss, è avvenuta la privatizzazione dell’economia. Che si è tradotta, com’è noto, in un gigantesco furto di risorse e di beni comuni da parte di uomini senza particolari meriti e, spesso, provenienti dall’apparato.
I governi americani ed europei hanno salutato come una vittoria del «mondo libero» la caduta dell’Unione sovietica e sono stati ben contenti di stringere accordi con i nuovi padroni.

In Ucraina le cose sono andate, più o meno, allo stesso modo. Gli oligarchi (circa cento) controllano l’80% delle ricchezze di un paese che, ancora nel 2019, era tra i più arretrati dell’ex Urss. In un report del Parlamento europeo dell’11 febbraio 2021, sono documentati i motivi che rendono difficile, in tempi brevi, l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Si parla di illegalità, dell’influenza degli oligarchi sulla politica, di corruzione, di mal funzionamento della giustizia, di mancanza di libertà di stampa, di campagne d’odio e fenomeni d’intolleranza verso femministe, Lgbt, rom. Non siamo proprio davanti a un modello di democrazia, senza nulla togliere naturalmente alla solidarietà nei confronti del popolo ucraino, vittima dell’aggressione della Russia di Putin.

Nell’immaginario collettivo, aerei privati e yachts super lussuosi, ville e residenze esclusive, rappresentano lo status simbol degli oligarchi. Ma riusciamo a vedere solo lo strato superficiale di unimmenso tesoro accumulato e ben nascosto nei paradisi fiscali. La smisurata quantità di denaro posseduta deforma, in molti di loro,la percezione della realtà. Pensano di poter sopravvivere a qualsiasi tracollo finanziario o a qualsiasi guerra. Vivono fuori dal tempo. Alcuni, Elon Musk e Jeff Bezos, investono nella ricerca aereo-spaziale, d’accordo con la Nasa, forse immaginando di costruire rifugi sicuri fuori dal nostro pianeta. Segnando così la distanza abissale che li separa dai comuni mortali. Super uomini che sognano di dominare il mondo dall’alto. A queste stravaganze e abiezioni ci ha portato «il punto di vista» che trasforma ogni cosa in economia e misura il valore delle persone dalla consistenza dei patrimoni.

Il potere degli oligarchi è tanto più forte quanto più deboli sono la democrazia e la politica. Silvio Berlusconi, classificabile a buon diritto nella schiera degli oligarchi, è entrato nell’agone politico in un momento di massima crisi dei partiti, per meglio difendere e allargare il campo dei suoi affari. Sono numerosi gli oligarchi che puntano a governare direttamente i loro paesi. Una volta al potere, si avvalgono della collaborazione, ben remunerata, di ex premier, ex ministri, ex parlamentari, abbassatisi al ruolo di lobbisti, mediatori o faccendieri. Le sanzioni nei confronti degli oligarchi russi incidono poco proprio per le difficoltà di recidere l’enorme grumo di interessi e di relazioni opache che li circonda.

Aiuti militari sempre più consistenti stanno prendendo il sopravvento sulle sanzioni. Siamo ormai dentro la spirale di un conflitto lungo e doloroso. Una guerra che non è «la continuazione della politica con altri mezzi», come sosteneva il generale von Clausewitz. Sottolinea, semmai, le difficoltà della politica, il restringimento degli spazi di democrazia, i pericoli di recrudescenze nazionaliste e reazionarie. Dà fiato alla corsa agli armamenti. Alimenta una visione manichea, del bene contro il male, che non aiuta a comprendere di chi siano le responsabilità dell’emergenza globale in cui viviamo: i cambiamenti climatici, i rischi per la salute pubblica e, ora, la guerra.

Lo scenario dello «scontro di civiltà», delineato da Joe Biden, non promette nulla di buono. Di quale civiltà parliamo? Di quella creata, in trenta anni di egemonia liberista, con lo smantellamento dello Stato sociale, con la riduzione delle tutele sindacali, con il saccheggio dei paesi poveri, con l’acuirsi delle disuguaglianze e delle tensioni geopolitiche? E di quale democrazia parliamo? Di quella dell’assalto a Capitol Hill, con cui si è conclusa la presidenza Trump, che ha messo in evidenza la fragilità e la vulnerabilità delle istituzioni democratiche, anche nei paesi occidentali? E’ tempo di rovesciare il «punto di vista» dominante.

E di trasformare lo scontro di civiltà ideologico, evocato dal presidente americano, in uno scontro di civiltà reale. Un mondo più giusto, in cui non comandino le oligarchie, è possibile. La sinistra ha l’occasione, il dovere innanzitutto, di costruire un movimento largo e unitario che tenga insieme i temi della pace, della salvaguardia dell’eco-sistema, del rafforzamento della sfera dei diritti collettivi e individuali.

Nel cuore del capitalismo predatorio delle piattaforme

INCHIESTE. «Gigacapitalisti» di Riccardo Staglianò, per Einaudi. Nel contesto attuale emerge l’eco del sistema economico degli albori, quando Roosevelt parlava dei businessman come di «ricchi criminali»

Giulio Marcon  06/05/2022

In un recente libro edito da Einaudi (Gigacapitalisti, pp. 152, euro 12), Riccardo Staglianò ci racconta in modo efficace le avventure – e anche le disavventure – di una nuova schiatta di capitalisti d’oggidì: quella della gig economy, dell’economia delle piattaforme, delle nuove forme di produzione di valore attraverso i dati. Si tratta di brand, di sigle ormai note a tutti – Google, Amazon, Airbnb, Facebook, eccetera – e di personaggi di cui leggiamo ogni giorno nelle cronache economiche e anche mondane: da Jeff Bezos a Bill Gates, da Mark Zuckerberg a Elon Musk.

STAGLIANÒ CI RICORDA con concretezza ed esempi i modi con cui molti di questi imprenditori del nuovo millennio hanno avuto successo: oltre che con prodotti e servizi innovativi, con l’elusione e l’evasione fiscale, con trattamenti (normativi) di favore, con la precarizzazione del lavoro, con appoggi politici di vario tipo. Il risultato è quello di un’economia non regolamentata, fondata – anche – su truffe e inganni di vario tipo, a beneficio dei consumatori e a danno degli stessi in quanto cittadini e lavoratori e della cosa pubblica (e anche dell’ambiente).

Un’economia – ricorda Staglianò – alimentata anche da una narrazione falsa, condita dall’ipocrisia della community e dello sharing, che nasconde guadagni altissimi per pochi e sfruttamento per molti. Il ritorno fiscale per gli Stati nazionali o i territori che ospitano queste attività (e vale per tutte) è spesso nullo, quello occupazionale (pensiamo ad Airbnb o a Google) anche questo ridicolmente modesto. Quasi sempre governi e Stati si sono fatti ingannare sulla base di promesse fatue e magari di qualche aiuto e finanziamento ai politici di turno. La gigeconomy assomiglia molto – ricorda Staglianò – al capitalismo (americano) di rapina degli albori, di cui ci ha raccontato Theodore Dreiser ne Il Titano e ne Il finanziere, di quei businessman che sarebbero stati etichettati da Roosevelt come «ricchi criminali».

DURANTE LA PANDEMIA gli affari di questi capitalisti «vincenti» sono andati a gonfie vele. Nel primo anno di Covid 19 questi super-ricchi hanno visto aumentare la ricchezza in modo clamoroso: quella di Jeff Bezos (Amazon) è passata da 113 a 187 miliardi di dollari (+64%), Elon Musk (Tesla) da 25 a 154 (+524%), Bill Gates (Microsoft) da 98 a 120 (+23%), Mark Zuckerberg (Facebook) da 55 a 102 (+ 89%), Larry Page (Facebook) da 51 a 76 (+50%), Sergej Brin (Google) da 49 a 74 (+51%).
Il mondo con la pandemia si è impoverito, i gigacapitalisti si sono arricchiti. E siccome anche i super-ricchi hanno un cuore, come Bill Gates e Jeff Bezos, hanno destinato qualche avanzo del loro patrimonio a cause nobili, a beneficio dell’umanità e del marketing.

Di fronte a questa colossale ingiustizia e truffa economica, c’è da chiedersi (come nel finale di Gigacapitalisti) che fare. Che non è la rivoluzione bolscevica, ma una serie di riforme e di interventi moderatamente riformisti: regole serie al business di questi nuovi signori del capitale del terzo millennio, la corretta tassazione dei profitti (magari con una web e digital tax degna di questo nome), la dignità del lavoro, la lotta ai paradisi fiscali (dove i gigacapitalisti depositano gran parte delle loro sostanze), il rispetto alla concorrenza e la lotta alle posizioni monopolistiche e dominanti. Lo Stato, gli Stati in tutto il mondo, negli ultimi vent’anni hanno fatto tantissimi regali ai businessman, ai super-ricchi, ai privilegiati: hanno deregolamentato il mercato del lavoro trasformandolo in un mercato dei lavoratori, hanno pressoché dimezzato le tasse alle imprese e alle classi di reddito medio-alte, hanno fatto scomparire le imposte patrimoniali (sui ricchi), hanno ridotto ad un’elemosina le imposte di successione dei super-ricchi. E molto altro.

IL CHE FARE È TUTTO QUI: ribaltare queste politiche, ribellarsi non solo al dominio di questi signori e del modello economico che li sostiene, ma anche a quella ideologia (storytelling la chiamano) che ha trasformato la nostra esistenza (dice Staglianò) in «tecnovita»; rifiutando la trasformazione dei cittadini in consumatori, dei diritti in bisogni (di mercato), dei lavoratori in moderni schiavi digitali, dell’eguaglianza economica e sociale in eguaglianza del consumo, come aveva prefigurato Marx nei Manoscritti del 1844. Non un compito semplicissimo certo: un’agenda difficile, ma l’unica da seguire.

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