MAFIE, GARANTISMO, GIUSTIZIALISMO, da IL MANIFESTO, IL FATTO, L’INKIESTA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MAFIE, GARANTISMO, GIUSTIZIALISMO, da IL MANIFESTO, IL FATTO, L’INKIESTA

La criminologia e il coraggio del diritto

Giustizia. L’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo è oramai accertata. E se il Parlamento farà finta di nulla, allora sarà la Corte a dover intervenire con una sentenza che a quel punto sarà inevitabile.

Patrizio Gonnella  16.04.2021

L’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo è oramai accertata. E se il Parlamento farà finta di nulla, allora sarà la Corte a dover intervenire con una sentenza che a quel punto sarà inevitabile. Tutto ritorna dunque nelle mani delle forze politiche, così come era accaduto nel caso della vicenda Cappato sulla non punibilità dell’aiuto al suicidio.

La Corte, ancora una volta quando si tratta di temi delicati e divisivi, lancia un ultimatum al legislatore affinché ascolti le sue ragioni. L’ergastolo senza speranza resterà dunque in vita al massimo fino a maggio 2022, nonostante sia ritenuto illegittimo dalla Consulta che è stata netta, per la seconda volta in due anni, nell’affermare che la collaborazione con la giustizia non può essere l’unica via per riacquistare la libertà. Gli articoli 3 e 27 della Costituzione, nonché l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sono in contraddizione profonda con il carcere a vita senza speranza. La Corte afferma che deve essere sempre concessa al detenuto ergastolano la possibilità di ottenere la liberazione condizionale qualora il ravvedimento sia sicuro.

Ma allora perché aspettare un anno e lasciare la palla al Parlamento? Hanno fatto ingresso motivi di politica criminale che poco hanno a che fare con il diritto in senso stretto. La Corte esplicita il rischio che l’accoglimento immediato, seppur sacrosanto, potrebbe avere ripercussioni nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata. Non è certo un argomento giuridico. Il dibattito delle ultime settimane intorno alla specificità della mafia deve avere pesato in qualche modo. Va detto che il legislatore ha avuto già ben due anni per intervenire sulle norme, ossia da quando la Corte europea dei diritti umani nel caso Viola aveva dichiarato che l’ergastolo senza prospettiva di rilascio costituisce un trattamento inumano e degradante.

Anche per questo non è facile immaginare che l’attuale Parlamento trovi il coraggio politico per cancellare l’ergastolo senza speranza dalla legge penitenziaria. Ovviamente saremmo felici di essere smentiti. La scarsa fiducia nelle scelte progressiste del Parlamento non fa perdere di vista la valenza della decisione della Corte, nella quale si intravede comunque un punto di non ritorno: non si può condizionare la libertà alla collaborazione con la giustizia. Un messaggio inequivocabile che non ammette scorciatoie o compromessi interpretativi.

C’è chi dice che la pena dell’ergastolo in Italia non esiste. Invece esiste ed è ampiamente comminata. Sono 1.784 gli ergastolani in Italia e di questi ben 1.267 sono ergastolani ostativi. Un numero elevatissimo. A partire da maggio 2022 (noi auspicavamo da oggi) potranno sperare di non morire in prigione.

 

Ergastolo ai boss stragisti, per la Consulta la norma che vieta di liberarli va riscritta: ora il Parlamento ha un anno di tempo

La Corte costituzionale sancisce l’incompatibilità della norma con la Costituzione, ma rimanda al legislatore, perché “l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata”. Camera e Senato ora hanno tempo fino al maggio del 2022 per modificare l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario, che vieta di liberare i boss stragisti condannati all’ergastolo, se non collaborano con la giustizia

di Giuseppe Pipitone | 15 APRILE 2021

La norma che vieta di liberare i boss stragisti condannati all’ergastolo, se non collaborano con la giustizia, è incostituzionale. Lo ha deciso la Consulta, che però ha concesso un anno di tempo al Parlamento per intervenire sulla questione. Il motivo? I giudici della corte Costituzionale riconoscono che “l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata“. Tradotto: se fosse stata immediatamente dichiarata l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo si sarebbe stato spazzato via l’intero sistema antimafia. Che subirà comunque l’ennesima picconata, ma almeno si prova a evitare il rischio di riportare in libertà boss del calibro dei fratelli Graviano o di Leoluca Bagarella.

La decisione della Consulta – A spiegarlo è un comunicato stampa della Consulta. “La Corte costituzionale, riunita oggi in camera di consiglio, ha esaminato le questioni di legittimità sollevate dalla Corte di cassazione sul regime applicabile ai condannati alla pena dell’ergastolo per reati di mafia e di contesto mafioso che non abbiano collaborato con la giustizia e che chiedano l’accesso alla liberazione condizionale“, si legge nella nota, diffusa in attesa che nelle prossime settimane sia depositata l’ordinanza. La Consulta, prosegue il comunicato “ha anzitutto rilevato che la vigente disciplina del cosiddetto ergastolo ostativo preclude in modo assoluto, a chi non abbia utilmente collaborato con la giustizia, la possibilità di accedere al procedimento per chiedere la liberazione condizionale, anche quando il suo ravvedimento risulti sicuro”. Dunque secondo i giudici “tale disciplina ostativa, facendo della collaborazione l’unico modo per il condannato di recuperare la libertà, è in contrasto con gli articoli 3 e 27 della Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo“. Gli articoli della Carta citati sono quelli che discriminano come tutti i cittadini siano eguali davanti alla legge e le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano tendere alla rieducazione del condannato. La norma della Convenzione europea dei diritti dell’uomo proibisce invece “la tortura e il trattamento disumano o degradante”.

Il tempo supplementare per modificare la legge – Con questi riferimenti i giudici hanno decretato l’incostituzionalità della legge che vieta ai condannati al fine pena mai per fatti di mafia e terrorismo di accedere alla liberazione condizionale se non collaborano con la magistratura. Significa che se il giudice vuole può concedere la libertà vigilata anche ai boss irriducibili, quelli che custodiscono i segreti delle stragi, a patto che abbiano scontato 26 anni di carcere. E senza che abbiano mai manifestato alcuna intenzione di collaborare con la giustizia. Il rischio è altissimo. È per questo motivo che la Consulta fa notare come “l’accoglimento immediato delle questioni rischierebbe di inserirsi in modo inadeguato nell’attuale sistema di contrasto alla criminalità organizzata”. Quindi i giudici hanno deciso sì di dare una picconata – l’ennesima – a una delle principali leggi antimafia, ma concedendo un tempo supplementare alla politica. “La Corte – prosegue il comunicato – ha perciò stabilito di rinviare la trattazione delle questioni a maggio 2022, per consentire al legislatore gli interventi che tengano conto sia della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e delle relative regole penitenziarie, sia della necessità di preservare il valore della collaborazione con la giustizia in questi casi”.

Palla al Parlamento – Vuol dire che il Parlamento ha 12 mesi per modificare l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario e il decreto legge 306 del 1992, ispirato da Giovanni Falcone già con un decreto dell’anno precedente, e approvato dopo la strage di Capaci per provare a rompere la breccia di omertà di Cosa nostra, all’inizio della stagione delle bombe. Sono appunto le due norme che sbarrano la strada della libertà vigilata ai boss irriducibili che non collaborano con la giustizia. Solo che secondo la Consulta sono incostituzionali e dunque vanno riscritte. Bisognerà adesso vedere come intende muoversi il legislatore.

L’udienza pubblica e il cambio di linea del governo – L’udienza pubblica della Consulta sull’ergastolo ostativo, infatti, si era fatta segnalare anche per un cambio di linea del governo. In un primo momento l’avvocatura dello Stato aveva chiesto di considerare inammissibile la richiesta della Cassazione, cioè quella di dichiarare incostituzionale la norma che vieta ai condannati al fine pena mai per fatti di mafia e terrorismo di accedere alla liberazione condizionale se non collaborano con la magistratura. Durante l’udienza pubblica, invece, l’avvocato dello Stato Ettore Figliolia ha invitato la Consulta a emettere una sentenza che in gergo si chiama interpretativa di rigetto: la corte non dichiara incostituzionale la norma sull’ergastolo ostativo, ma riconosce al giudice di sorveglianza il potere di valutare a sua discrezione caso per caso. Una posizione che aveva provocato il commento del magistrato Nino Di Matteo: “Poco alla volta, nel silenzio generale, si stanno realizzando alcuni degli obiettivi principali della campagna stragista del 1992-1994 con lo smantellamento del sistema complessivo di contrasto alle organizzazioni mafiose ideato e voluto da Giovanni Falcone“. I giudici della Consulta, comunque, non hanno scelto neanche la strada suggerita dall’avvocato dello Stato: per loro l’ergastolo ostativo è incostituzionale. Ma riconoscono che una sentenza immediatamente esecutiva avrebbe potuto fare aprire le porte del carcere anche a boss molto pericolosi.

Il caso Pezzino – In attesa delle motivazioni, dunque, si chiude così il caso sollevato all’udienza pubblica del 23 marzo scorso. Alla quale si era arrivati dopo che la Cassazione aveva sollevato eccezione di costituzionalità esprimendosi sul caso di Salvatore Francesco Pezzino, mafioso di Partinico, in provincia di Palermo. Condannato per mafia e omicidio, ha trascorso in totale 30 anni in carcere: nel 1999 aveva ottenuto la semilibertà, salvo poi perderla nel 2000 quando era finito sotto accusa di nuovo per altri reati. Considerato un “detenuto modello“, nel 2018 Pezzino ha chiesto al Tribunale di sorveglianza de L’Aquila di riconoscergli la libertà condizionale, prevista per tutti i detenuti che hanno scontato 26 anni di carcere, salvo, appunto, quelli condannati per reati di mafia che non hanno collaborato con la giustizia.

Relatori, ex giudici e guardasigilli – Il giudice relatore della sentenza era Nicolò Zanon. Eletto al Csm nel 2010 su indicazione del Popolo delle Libertà, poi nominato alla Consulta da Giorgio Napolitano, Zanon ha fatto da relatore anche alla sentenza che nell’ottobre del 2019 definiva incostituzionale la parte dell’articolo 4bis sul divieto di accesso ai permessi premio, cioè il primo gradino dei benefici penitenziari, per i condannati all’ergastolo ostativo che non hanno collaborato con la magistratura. All’epoca alla Consulta sedeva anche Marta Cartabia, oggi guardasigilli di un governo che ora ha un anno di tempo per intervenire sull’ergastolo ostativo. Da quando è in via Arenula la guardasigilli non si è espressa sul tema specifico, ma è ampiamente nota la sua posizione sulla funzione rieducativa della pena. Sul fronte politico, in ogni caso, la sentenza della Consulta sembra aver scontentato tutti. “Per mafiosi e assassini l’ergastolo non si tocca, dicano quello che vogliono. E basta!”, dice Matteo Salvini. Si dicono “perplessi” invece i parlamentari del Movimento 5 stelle: “Le mafie in Italia hanno minato democrazia e diritti delle persone e continuano a farlo, infiltrando anche le pubbliche amministrazioni e le istituzioni con il voto di scambio politico mafioso. Interverremo subito a livello parlamentare, con l’obiettivo di non fare mai un passo indietro e per la tenuta dell’ergastolo ostativo”. Persino ai radicali la sentenza non piace perché, come dice Rita Bernardini, “se la norma è incostituzionale, allora la corte costituzionale avrebbe dovuto avere il coraggio di dirlo, non di aspettare un anno che il parlamento la rimuova e la renda costituzionale“.

Chi attende la sentenza – Ad attendere la decisione della Consulta erano soprattutto 1.271 detenuti al “fine pena mai” che vorrebbero accedere alla libertà condizionale pur non collaborando con la giustizia. Tra questi ci sono sicuramente i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i boss che custodiscono i segreti delle stragi del ’92 e ’93. Condannati all’ergastolo per le bombe che uccisero Falcone e Borsellino, per gli ordigni esplosi nel 1993 a Roma, Milano e Firenze, per l’omicidio del sacerdote don Pino Puglisi, si trovano in carcere dal 1994 ma sono ancora relativamente giovani: Filippo 59, Giuseppe 56. “Lui ha ancora una speranza“, ha detto recentemente – riferendosi al secondo – Salvatore Baiardo, l’uomo che ha curato la latitanza dei Graviano nel Nord Italia nei primi anni ’90. “Che speranza?”, ha chiesto l’inviato della trasmissione Report. “Che l’ergastolo venga abrogato. Quella è ancora l’unica sua speranza”, è stata la risposta di Baiardo. Sarà una coincidenza ma uno dei primi mafiosi di rango a chiedere il permesso premio, sulla base della sentenza della Consulta del 2019, è stato Filippo Graviano. Non intende collaborare con i magistrati, né svelare i misteri delle bombe, ma sostiene di essersi dissociato da Cosa nostra. Una versione che può tornare buona pure per chiedere la libertà condizionale.

Holding mafiose Camorra, Cosa Nostra e ’ndrangheta: anche quest’anno la mafia ha inquinato l’Italia

Pietro Mecarozzi

Comuni sciolti, aggressioni alle amministratori locali, estorsioni, pizzo e traffici illeciti: le organizzazioni criminali anche nel 2019 hanno mantenuto intatto il potere nel Paese. Il virus adesso è anche al Nord, dove, in giacca e cravatta, gestisce un giro di affari di ben 44 miliardi di euro

Quello che stupisce e preoccupa de O’ Sistema è ilfatto che deperisce, subisce e incassa, ma riesce comunque e ancora a inquinare l’Italia. Il 2019 è stato un anno di mafia, nel senso più collettivo del termine. Nonostante i colpi inferti, per ultimo la maxi-operazione da trecentotrenta arresti ai danni della ’ndragheta di qualche giorno fa, il quadro nazionale scopre una nazione aggiogata (ma anche in grado di ribellarsi) alla forza delle organizzazioni criminali, non più brutale e sanguinaria – o meglio, non solo -, bensì erudita e di bell’aspetto. Da Nord a Sud d’Italia l’attualità dei rapporti esistenti tra mafie, politica ed economia è tornato a intorbidire la società civile: in Valle d’Aosta, Piemonte e Calabria, i fatti più recenti, è stato appurato, attraverso molteplici intercettazioni telefoniche e ambientali, l’esistenza di rapporti tra esponenti di forze politiche e mafiosi, seguendo l’ormai tristemente noto schema dello scambio di favori: i primi chiedono voti in cambio di cortesie con ritorni economici particolarmente significativi per le cosche.

I 19 Comuni sciolti per mafia dall’inizio del 2019 e i 23 decisi nel 2018 costituiscono in concreto la contaminazione eterodiretta tra i amministrazioni locali e mafia, il che si traduce anche in 574 atti intimidatori, di minaccia e violenza nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri, dirigenti e funzionari pubblici che l’associazione Avviso Pubblico ha raccolto e riportato nel rapporto “Amministratori sotto tiro”. In altre parole, ogni 15 ore un politico locale riceve una minaccia, o è vittima di un incendio, di aggressioni, lettere minatorie, proiettili e insulti sui social network. Una media di 11 intimidazioni a settimana, con 84 Province coinvolte – il 78,5% del territorio nazionale– e 309 i Comuni colpiti. Compresa da quest’anno anche la Valle d’Aosta, finora mai colpita sotto questo punto di vista.

L’Italia, secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno, è abitata almeno da 700 gruppi criminali organizzati: famiglie mafiose, ‘ndrine e clan di camorra. In Sicilia sono circa le 200 cellule della criminalità organizzata, soprattutto nel Palermitano, altri 200 gruppi sarebbero attivi in Campania, dalla città di Napoli fino alla provincia di Benevento, oltre 200 in Calabria, in particolare nel Reggino, un centinaio in Puglia e una dozzina in Basilicata. Dal territorio palermitano, tuttavia, c’è chi vive e si scontra con questi numeri sul campo, lottando ogni giorno al di sopra di percentuali e luoghi comuni: «Cosa Nostra è in difficoltà: gli imprenditori e le aziende che si rivolgono a noi sono in aumento, con conseguenze distanti dall’immaginario comune», spiega l’avvocato Salvo Caradonna, attivista dell’antiracket tra i fondatori di Addiopizzo, movimento antimafia nato in Sicilia. «Per motivi sia economici (visto lo stato di saluta dell’economia palermitana) sia sociali, il fenomeno del pizzo e dell’estorsione nella provincia di Palermo sta diminuendo, per quanto ci è dato sapere dal lavoro nostro e della magistratura, senza ripercussioni di tipo violente o minatorio. La questione, ovviamente, cambia di settore in settore, ma il nostro staff e gli stessi imprenditori e commercianti che hanno deciso di tenere in vita la propria attività dopo la denuncia al momento non sono mai stati vittime di attacchi di stampo mafioso».

Una percezione che, nonostante i numeri di cui sopra, riguardo Cosa Nostra, ha delle fondamenta verificate. La storica organizzazione siciliana è suddivisa solo sul territorio della provincia di Palermo in 15 mandamenti, 8 in città e 7 fuori, composti da 81 famiglie. Alle quali si aggiungono quelle di Trapani e di Agrigento. Insomma, la criminalità siciliana continua a vivere in uno stato di generale criticità, dovuto soprattutto dal riassetto degli equilibri interni e dall’intervento incrociato di associazioni e forze dell’ordine.
Più disarticolata la camorra in Campania, organizzazione storicamente più orizzontale, priva di una cupola. Nelle mani di baby gang – se ancora si possono considerare tali -, sono circa 150 i diversi clan camorristici a Napoli e provincia, precisamente una ottantina di gruppi in città e una settantina invece nella vasta provincia.

Chi invece non perde lo smalto, previa la maxi-operazione recente, è invece la ’ndrangheta. La meta del business di questa storica mafia, da qualche anno, si sviluppa anche sul territorio lombardo, in quanto florido tessuto produttivo e punto nevralgico per i traffici illeciti transnazionali. Ristorazione, appalti, bitcoin, giochi e scommesse, costruzioni, autotrasporto di merci, autodemolizioni e commercio auto i cavalli di battagli segnalati dalla Dia (Direzione Investigativa Antimafia). Estorsione e pizzo il lato tradizionale che, invece, è emerso dai dati di Federcontribuenti. Il camouflage che opera la nuova generazione delle ’ndrine per celare le origini criminali e inserirsi nel tessuto sociale del capoluogo lombardo, si incrocia infatti con un 10% dei commercianti milanesi che dichiara di pagare il pizzo. Il giro di affari della holding criminale calabrese, considerata attualmente la più potente d’Europa, è di oltre 55 miliardi, di cui l’80 per cento viene sviluppato al Nord Italia (44 miliardi di euro, il 2,9% del Pil).

Lavatrice per soldi sporchi, al Nord, secondo il professor Antonio Nicaso, si può cominciare a parlare di colonizzazione. Sotto forma di abili imprenditori e modi garbati, ogni giorno la mafia avvia trattative con la politica locale e ogni 16 ore un amministratore della Pubblica Amministrazione viene raggiunto da offerte che diventano minacce se non accettate al volo. Fra i 574 casi registrati la tipologia di minaccia più utilizzata si conferma l’incendio, aumenta anche l’aggressività fisica e verbale, in particolare nei mesi che precedono e seguono le Elezioni Amministrative.
Come se non bastasse, il 2019, come anticipa Avviso Pubblico a Linkiestarisulterà nella sua interezza in peggioramento rispetto all’anno precedente. In sostanza, la mafia non è morta, anzi: colpisce con stile e nei luoghi a lei meno usuali, usando ora tecnica ora forza. Torcendosi in modi innaturali, pur di inquinare l’Italia tutta.