libertè, egalitè, PROPRIETÈ. da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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libertè, egalitè, PROPRIETÈ. da IL MANIFESTO

L’appuntamento mancato con la storia

Proprietà intellettuale. Lo sanno tutti che le regole internazionali sugli incentivi alla ricerca e sulla protezione della proprietà intellettuale dei farmaci sono in diretta collisione con il diritto alla saluteNicoletta Dentico  12.03.2021

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dichiarava formalmente la pandemia da Sars-CoV-2. Con puntiglioso tempismo, per non perdere il sotto-testo simbolico di coincidenze con cui la pandemia parla al mondo dall’inizio, il Consiglio Trips del Wto si è ritrovato il 10 e 11 marzo a riprendere il discorso, dove si era fermato qualche giorno fa, su una questione tanto gigantesca quanto decisiva per la strategia di gestione globale di Covid-19.

Se accogliere la proposta della deroga di alcuni di diritti di proprietà intellettuale, avanzata da India e Sudafrica il 2 ottobre scorso e sponsorizzata da due terzi dei paesi membri del Wto, per sospendere il regime brevettuale che regola la produzione della conoscenza e condividere la ricerca medica esistente, espandere la produzione di ciò che serve a contenere il contagio, così da divincolarsi quanto prima dal laccio della pandemia. Se invece lasciare le cose come stanno, puntare sui monopoli ventennali dei brevetti, e fare affidamento semmai sul rilascio di licenze volontarie da parte delle industrie farmaceutiche coinvolte nella ricerca e produzione di vaccini, diagnostici e farmaci contro Covid, per pluralizzare la scena produttiva sotto il loro controllo. Un dilemma che racchiude due visioni sul mondo. Il bivio diplomatico è destinato a darci inoppugnabili indicazioni sul senso di marcia della comunità internazionale, a un anno dalla pandemia che ha tolto il respiro a un mondo già da tempo in asfissia.

Da ottobre a oggi, il Consiglio dei Trips ha discusso la proposta di India e Sudafrica ben otto volte, in modalità formale e con consultazioni informali. Il tema è stato abbondantemente sviscerato e approfondito con richieste di ulteriori chiarificazioni, prove di ragionevolezza, confluite in un poderoso rapporto che è stato presentato il 1 marzo al Consiglio Generale del Wto, alla nuova direttrice generale Okonjo-Iweala. La spaccatura resta netta. Statica. Da una parte si oppongono alla deroga dei brevetti Svizzera, Unione europea, Stati uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia, Singapore, Giappone e Brasile, la sola nazione del sud globale con una posizione contraria, in netto contrasto con anni di battaglie pionieristiche sulla proprietà intellettuale al Wto e all’Oms. Dall’altra, il resto del mondo non si arrende. La due giorni appena conclusa con un nulla di fatto sarà seguita da altri incontri, da altre richieste. Quella dell’Australia di mappare le competenze produttive inutilizzate nel mondo. Quella del Canada di identificare i siti atti alla produzione dei vaccini, e quelli pronti a ricevere la concessione dei brevetti su licenza da parte delle aziende. La Cina, da parte sua, valuta positivamente la proposta indo-sudafricana, per discutere delle misure commerciali d’emergenza in risposta alla pandemia, e usa la scena del Wto per annunciare il suo piano di donazioni di vaccini a 69 paesi con bisogni urgenti, e la collaborazione di ricerca e produzione di vaccini in corso con oltre 10 paesi.

Dunque il negoziato va avanti ancora. Nella estenuante dilazione del processo, nel tedioso attendismo che non cede di un passo alle ragioni di nuove soluzioni – «non può essere come prima, occorre uscire dall’incastro delle continue domande per produrre risultati: senza voler sensazionalizzare il tema, qui è questione di vita o di morte», aveva detto la direttrice generale del Wto al suo debutto, sulla proposta di sospensione – si sedimenta invece la trappola del mantenimento dell’ordine delle cose sotto le spoglie della cosiddetta «terza via». Lanciata dalla stessa Okonjo-Iweala, si tratta della cooperazione nel quadro del Wto per assicurare l’aumento della produzione dei vaccini, soprattutto nelle economie emergenti e nei paesi in via di sviluppo. Portando la produzione in diverse parti del mondo, le aziende darebbero così il segnale della loro azione a favore dell’accesso, come del resto succede già in India con la licenza di produzione del vaccino di AstraZeneca. Si consolida lo schema americano ed europeo delle partnership con le industrie farmaceutiche, in linea con Covax. Più licenze volontarie e più Wto: questo il topolino partorito dopo tanta mobilitazione diplomatica.

Si sono mosse le opinioni pubbliche di tutto il mondo sulla questione dei brevetti e dell’accesso ai farmaci essenziali in tempo di Covid. Nelle ultime settimane sembra di riavvolgere la pellicola della storia agli anni ’90, quando l’epidemia da Hiv divorava l’intero continente africano senza che nessun governo riuscisse a farvi fronte. Allora era facile comunicare la tensione fra diritto alla vita o al profitto, come è tornato ad esserlo in questi giorni. Lo sanno tutti che le regole internazionali sugli incentivi alla ricerca e sulla protezione della proprietà intellettuale dei farmaci sono in diretta collisione con il diritto alla salute. Ma intanto il mondo che detiene le tecnologie e il controllo della scienza medica – per paradosso, colpito più duramente da Covid-19 – potrà proseguire con l’ipocrita retorica del vaccino bene comune, pur di non condividere nessuna conoscenza. Ovvero, dettando le condizioni severe di ogni condivisione.

La truffa di BigPharma e la warvax Est-Ovest

Big Pharma. Nonostante i fondi pubblici, le pressioni per la concessione di licenze di produzione, con temporanea sospensione dei diritti di proprietà intellettuale, sono assenti

Marco Bascetta  12.03.2021

Globale come la pandemia, la guerra dei vaccini dilaga nel mondo. Dai livelli più generali ai più minuti. Guerra commerciale, geopolitica, tra Est e Ovest, tra aziende, tra Stati e aziende, tra Stati e Stati, tra istituzioni sovranazionali e governi nazionali, tra Stato e Regioni, tra regione e regione, tra corporazioni, categorie e gruppi sociali. Mettere ordine in questo scenario di conflitti fittamente intrecciati non è impresa facile. Di certo si può dire che quel ravvedimento solidaristico che i più ingenuamente ottimisti si attendevano dalla comune esperienza della minaccia epidemica non si è affatto manifestato. Semmai il suo feroce contrario.

Partiamo da un dato di fatto. Nessuna delle industrie farmaceutiche che hanno tagliato il traguardo dell’approvazione per i propri vaccini nell’Unione europea ha rispettato le forniture promesse secondo il calendario previsto nei contratti.
I tempi della fornitura costituivano in questo caso gran parte del valore della merce stessa. Che le quantità previste vengano prima o poi effettivamente consegnate non cambia nulla al fatto che, non disponendo della capacità produttiva millantata o avendo dirottato altrove parte della produzione, le industrie farmaceutiche si siano rese responsabili di una colossale frode, che comporta migliaia di morti tra le sue conseguenza. Il tempo è denaro, lo sappiamo, ma in questo caso è anche questione di vita o di morte. Eppure l’Europa di tempo, oltre che di ordinativi, era stata generosa nei confronti di Big Pharma.

In nome dell’emergenza le procedure erano state snellite e la via all’approvazione facilitata. Di fatto è la stessa campagna di vaccinazioni a fungere da completamento di una sperimentazione lacunosa, come dimostra il progressivo ampliamento della fascia di popolazione per la quale è stato approvato, comunque senza alcuna delucidazione, l’uso del vaccino AstraZeneca. Per non parlare delle dosi che improvvisamente si rivelano allungabili o delle seconde somministrazioni che slittano quando non scompaiono del tutto secondo una logica che difficilmente può essere attribuita alla scienza.

I primi arrivati nella corsa al vaccino non lo devono certo solo alla loro capacità tecnologica. Nonostante tutto questo, e nonostante i fondi pubblici finiti nelle casse dei farmaceutici, le pressioni per la concessione di licenze di produzione con temporanea sospensione dei diritti di proprietà intellettuale sono del tutto assenti. La timidezza non è mai troppa quando si tratta di toccare, anche solo di striscio, la forma di proprietà più decisiva e blindata del capitalismo contemporaneo.

Questa colpevole penuria di materia prima trascina con sé una sequela, in costante crescita, di conflitti. La frode subita dall’Unione europea e la conseguente impasse del piano vaccinale unitario spingono diversi Stati ad agire in proprio, rivendicando piena autonomia nell’acquisizione di vaccini. Aprendo al russo Sputnik V o accedendo a canali di distribuzione paralleli. Lo stesso atteggiamento si riverbera sul rapporto tra Stato e Regioni quanto ai criteri di distribuzione e alle fonti di approvvigionamento dei farmaci. Memorabile, in Italia, la pretesa di legare il piano vaccinale al Pil regionale. Infine si moltiplicano i conflitti tra diverse categorie professionali e gruppi sociali per l’accesso prioritario alle vaccinazioni in ragione di una particolare esposizione al virus.

Sul piano politico globale dello scontro tra Est e Ovest si esibiscono ripetutamente commentatori indignati della “spregiudicata diplomazia” o dell’ “uso geopolitico” che Cina e Russia starebbero facendo della loro offerta di vaccini nel mondo per “influenzare i cuori e le menti dei popoli” (Garimberti). Che Mosca e Pechino riescano a guadagnarsi simpatie e fiducia rifornendo numerosi paesi di ciò di cui hanno urgente bisogno è del tutto legittimo e per giunta nell’interesse generale della lotta contro la pandemia. Se pure volessimo attardarci in un mondo popolato dagli spettri della guerra fredda, i due colossi d’oriente dimostrerebbero così solo maggiore lucidità e accortezza nell’allargare la propria sfera di influenza di un Occidente che, fuori dal mercato, dai suoi profitti e dalle sue aspettative di redditività, si limita ad elargire poche elemosina, arroccato nel fortino della proprietà intellettuale.

Che lo scontro commerciale e geopolitico tra Est e Ovest dovesse attraversare anche il contesto drammatico della pandemia lo si poteva prevedere. Altro che cooperazione globale contro il virus. Che l’Europa si collocasse in una sorta di atlantismo vaccinale (prima gli americani e gli inglesi) ne è un’immediata e ovvia conseguenza. Dietro il velo di una presunta meritocrazia scientifica, alle più potenti industrie farmaceutiche occidentali, malgrado azzardi e opacità, (diversi paesi europei hanno bloccato la somministrazione di AstraZeneca in seguito al manifestarsi di effetti collaterali) è stata spianata la strada. Protette da investimenti pubblici e garanzie politiche sono arrivate per prime, almeno secondo la nostra giuria. Per tutta risposta hanno frodato la popolazione europea e minato una volta di più la sua coesione.