LA VERITÀ SCIENTIFICA E LA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA VERITÀ SCIENTIFICA E LA DEMOCRAZIA da IL MANIFESTO

La verità scientifica e la democrazia

Verità nascoste. La rubrica a cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  15.01.2022

La scienza è inaffidabile quando si pretende che diventi norma, verità su cui riporre una fede religiosa. Come sanno tutti gli scienziati veri, appassionati delle loro ricerche e non della visibilità e del potere (nulla di più estraneo allo spirito scientifico), la scienza non produce certezze (esse fanno parte di sistemi dogmatici che si legittimano dalla capacità di conformazione che esercitano sulle masse).

Produce una conoscenza necessariamente approssimativa e discontinua della realtà e per farlo deve operare in campi diversi tra di loro, dialoganti per quanto è possibile, ma in nessun modo uniformabili a un pensiero unico che detta legge. L’essere umano è tale, vive e prospera nella buona e nella cattiva sorte, se non ambisce a possedere uno sguardo divino capace di vedere tutto nel suo insieme, in un’unica prospettiva. La scienza vede la realtà secondo prospettive diverse che restano asintotiche rispetto a una visuale totale che non è reale. Lo iato tra la visuale umana (multi-prospettica, asintotica rispetto a ogni verità assoluta) e un ipotetico sguardo divino, produce conoscenza e esperienza, ampliando all’infinito il loro spazio, ed è la condizione della permanenza del desiderio e della vita. Grazie a questo iato si respira.

Con tutte le difficoltà e le tante inefficienze del sistema sanitario mondiale, gli scienziati hanno prodotto dei vaccini che hanno un’efficacia innegabile, seppure relativa. Non si capisce perché avrebbero dovuto produrre miracoli, la scienza non li crea (men che mai a commando). Diversa, e molto più importante, è la questione di chi e come usa la scienza. Ci sono due interrogativi che sono ineludibili e il silenzio che li copre è scoraggiante. Si può continuare a affidare la ricerca scientifica quasi esclusivamente a investimenti privati (esenti da controlli e regolazioni da parte di organismi pubblici) che per definizione non tengono conto dell’interesse collettivo (se non in una sua interpretazione legata alle opportunità di speculazione)? Può in prospettiva produrre qualcosa di buono l’investimento di enormi fondi nella produzione privata di vaccini (comprati a prezzi scandalosi) che vengono sottratti dalla sanità pubblica (il grande malato, il nostro tendine d’Achille, di cui non prendiamo cura)? Lo smantellamento della libertà della scienza sfocia nella confusione tra verità scientifica e propaganda. Quando l’ad di Pfizer si indirizza direttamente all’opinione pubblica per dire che sarà necessaria, a breve, una quarta dose, è in chiaro conflitto di interesse. Queste valutazioni spettano a autorità di controllo indipendenti.

I vari esperti che parlano in tv dando comunicazioni contraddittorie, su un virus di cui non sono ricercatori, hanno disorientato il loro pubblico, stretto tra due opposte tendenze: il ritiro dalla vita è il diniego di un pericolo reale oggetto di disinformazione. La volontà ossessiva di ridurre l’essere umano alla biologia, denegando la sua natura relazionale, affettiva e erotica e la sua fondamentale necessità di dare senso alla sua esistenza (senza il quale perisce), è messa alle corde dal fatto evidente che i vaccini ci proteggono, ma dai pericoli (i virus e altre catastrofi che incombono) non usciamo senza una diversa cultura e politica di vita. L’ossessione in crisi si fa veleno: “la scienza non è democratica” dice un tecnocrate mediatico.

Fuori dalla Polis democratica la scienza non è indipendente ed è priva di verità e di etica. Essa prospera nel dibattito, si fonda sulla libertà di espressione delle idee e evolve secondo modalità di consenso fondate sul ragionamento e non sull’arbitrio. Opera nel rispetto rigoroso del principio della non contraddizione, pronta sempre a rivedere le sue visioni.
Vive, tuttavia, sulle contraddizioni: la sua specificità è di riconoscerle e metterle in tensione, creando verità, senza eliminarle necessariamente.

Tutti i limiti sociali della lotta al virus su un Paese sfiancato

Draghi. Si sapeva che il nostro sistema sanitario territoriale avrebbe sofferto ma in due anni non è stato potenziato con mezzi e personale, come non si è fatto alcunché per diversificare la lotta alla pandemia

Pier Giorgio Ardeni  15.01.2022

L’anno Ventuno del XXI secolo – anno dantesco – si è chiuso e ancora enumeriamo contagiati e deceduti, «sì lunga tratta / di gente, ch’io non avrei creduto / che morte tanta n’avesse disfatta» per una pandemia che non pare avere fine. Mentre il Paese tira avanti, come sempre diviso tra i felici pochi e gli infelici molti, il governo di Mr Draghi pare giunto alla fine della corsa. Perché anche se la trincea scavata «a difesa del Pil» ha retto (Revelli), i solchi nel corpo sociale si sono ampliati e il corpo politico è in pezzi.

Sulla pandemia, il governo persevera nella chiamata alle armi dell’inoculazione di massa, mentre il virus dilaga senza che nulla venga fatto per prevenirne la diffusione. Quando già andavano prescritti tamponi per tutti e per ogni occasione, si è inventato un «pass» divenuto poi un lasciapassare per il contagio. Era noto che i vaccini perdessero d’efficacia, ma non si è provveduto per tempo. Ora tanto l’Oms quanto gli scienziati domandano cautela sull’obbligo come su terze e quarte dosi, avvertendo di non sottovalutare effetti collaterali e la necessità di rendere individuale il trattamento, ma il governo tira diritto. Come se la costrizione potesse piegare un’esitazione che ha radici profonde quanto diffuse per lo più tra le fasce emarginate e in condizioni di sofferenza.

Si sapeva che il nostro sistema sanitario territoriale avrebbe sofferto ma in due anni non è stato potenziato con mezzi e personale, come non si è fatto alcunché per diversificare la lotta alla pandemia. E la scuola, oggi, come negli ultimi ventidue mesi, è alle prese con gli stessi problemi, forzando per la riapertura a tutti i costi.
Alla fine, da noi come altrove, il solo «approccio» che è prevalso è la vaccinazione di massa, l’unico che può essere perseguito senza cambiare altro, perché confacente al liberismo di anni di politiche di riduzione della spesa pubblica, confermate dal governo.

Secondo l’Unione europea, «nel decennio precedente l’epidemia Covid-19, la spesa sanitaria italiana è stata nettamente inferiore alla media Ue, sia in termini pro-capite che in rapporto al Pil», 8.7% contro il 9.9% nel 2019. E la previsione di spesa contenuta nell’ultima Legge di Bilancio vede un’incidenza sul Pil sempre minore: 7.5% per il 2020, 7.3% nel 2021, 6.7% nel 2022 fino al 6.1% del 2024, quando la spesa in euro sarà sostanzialmente uguale a quella del 2019, pur in presenza di un aumento stimato del Pil.

Un governo insediatosi all’insegna della «gestione dell’emergenza» ha definitivamente portato alla messa in mora di qualunque prospettiva politica. Il «Piano di rinascita» che poteva essere il terreno di un confronto proficuo si è ridotto in un gigantesco atto tecnico-burocratico, senza respiro programmatico e strategico. Le politiche economiche e sociali hanno trovato contrari appena parte dei sindacati e con milioni di famiglie indigenti e di lavoratori precari o poveri non si è stati capaci di avviare un po’ di redistribuzione.

Il governo dell’autorevole premier che il mondo ci invidia non ha saputo partorire che una legge di bilancio iniqua come le molte che l’avevano preceduta. L’avrà anche fatto «esautorando» le Camere (Azzariti), ma non va dimenticato che questo è un Parlamento composto da una folta schiera di eletti «fai da te», accanto a un’altra di «nominati» dalle segreterie. E sarà il Parlamento meno autorevole di sempre che dovrà eleggere il prossimo Capo dello stato e non potrà che sceglierne uno alla sua altezza.

Si è dunque chiuso il Ventuno e un decennio iniziato con il professor Monti chiamato a salvare l’Italia priva di rotta sotto la guida del premier più incompetente di sempre, oggi in lizza per il Quirinale. E se il professore somministrò «austerity» secondo la prescrizione di San Matteo – a chi più ha, più sarà dato – lo fece con l’ausilio delle sinistre, senza cui il comico del «vaffa» non si sarebbe affermato alle successive elezioni. Certo, poi arrivò il «rottamatore» a dire che se il nostro reddito pro capite non è più tornato ai livelli del 2007 è perché le imprese non possono licenziare, dando così la stura alla debacle del 2018. Selezionando lui, però, le comparse fedeli da far sedere in Parlamento.

Un altro Ventuno, un secolo fa, si chiuse con un Parlamento debole e un Paese sfiancato. Come allora, il ventre molle della nazione appare insofferente verso chi reclama voce, condizione e diritti, e voglioso di una guida forte, senza fronzoli e inutili discussioni. Dobbiamo dunque prepararci al peggio? Nulla lascia sperare, se non fosse che l’insipienza di una classe politica, forse, è inferiore al Paese che rappresenta. Dal Draghistan si può uscire.

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