LA TENUTA DELSISTEMA DEMOCRATICO… da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA TENUTA DELSISTEMA DEMOCRATICO… da IL MANIFESTO

Lotta all’evasione inefficace, pochi investimenti in Sanità

La relazione della Corte dei Conti sul rendiconto dello Stato. Attenzione particolare al Pnrr: «Occorre vigilare, è necessario creare un contesto trasparente ed efficiente senza il condizionamento di fenomeni criminosi»Adriana Pollice  24.06.2021

«La tenuta del sistema democratico non può prescindere dal rispetto del principio di legalità e dalla corretta gestione delle risorse pubbliche»: è il monito del presidente della Corte dei conti, Guido Carlino, che ieri ha presentato la relazione sul rendiconto generale dello Stato. Una passaggio è stato dedicato al Sistema sanitario in tempo di Covid: «La pandemia ha messo ulteriormente in luce le differenze nella qualità dei servizi offerti, le carenze di personale dovute ai vincoli nella fase di risanamento, i limiti nella programmazione delle risorse professionali. Ma, anche, la fuga progressiva dal sistema pubblico, le insufficienze dell’assistenza territoriale a fronte del crescente fenomeno delle non autosufficienze e delle cronicità, il lento procedere degli investimenti sacrificati dalle necessità correnti». Per concludere: «Guardare agli indicatori alla base del monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza consente di mettere a fuoco le condizioni prima della crisi e capire i problemi da cui è necessario ripartire».

CITANDO MARIO DRAGHI, Carlino ha sottolineato: «È necessario seguire un cammino di finanza pubblica che affianchi all’espansione della spesa ‘buona’ il contenimento di quella ‘cattiva’. Si dovrà dare un consistente impulso alla lotta contro l’evasione fiscale per assicurare una crescita del rapporto entrate su Pil e una riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese». E ancora: «Si impone la necessità di favorire l’inclusione di famiglie numerose e con disabili, accrescendo il coinvolgimento dei servizi sociali dei comuni e del Terzo settore». Ambiti falcidiati da decenni di tagli.

SULLA LOTTA ALL’EVASIONE la Corte dei conti si sofferma in modo particolare: «I risultati finanziari derivanti dall’attività di accertamento e controllo dell’Agenzia delle entrate sono del tutto incoerenti con la dimensione dei fenomeni evasivi. Gli strumenti e le modalità operative di gestione non sono in grado di determinare una significativa riduzione dei livelli di evasione che caratterizzano il settore dell’Iva e dell’imposizione sui redditi». Strumenti talmente insufficienti da non spingere a migliorare i livelli di adempimento spontaneo né bastano a recuperare le somme evase. «La riscossione dei crediti pubblici presenta gravi difficoltà: a 20 anni dall’iscrizione a ruolo, la percentuale è inferiore al 30% del carico netto; dopo 10 anni non raggiunge il 15%» spiega il presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di controllo della Corte dei Conti, Enrico Flaccadoro. E ancora: «Permane il notevole gap rispetto all’andamento dell’Iva negli altri stati dell’Ue, ciò dovrebbe spingere a superare la facoltatività della fatturazione elettronica».

I MASSICCI INTERVENTI a sostegno dell’economia durante il Covid hanno provocato il peggioramento del risultato economico complessivo: «L’indebitamento netto – si legge – che nel 2019 era di circa 31 miliardi (1,7% del Pil), nel 2020 è stato di 155,8 miliardi (9,5% del Pil). Il saldo primario passa da un avanzo di circa 28 miliardi a un disavanzo di quasi 95 miliardi. Tali risultati si riconnettono all’inevitabile flessione delle entrate (meno 6,2%) e, in particolare, delle imposte indirette (meno 11,2%)». Cresciuti i trasferimenti a enti pubblici (più 21,9%) e le prestazioni sociali in denaro (più 25,2%). Conto capitale: le uscite totali sono cresciute di oltre l’81% per gli investimenti fissi lordi (più 12%) e per l’aumento di contributi e trasferimenti a favore del sistema produttivo. C’è stata un’espansione del 30,7% della spesa statale, raggiungendo il picco di 1.139 miliardi. L’incidenza sul Pil sale a circa il 69%, superiore di oltre 20 punti rispetto al 2019.

PER METTERE IN EQUILIBRIO i conti è fondamentale spingere la crescita economica attraverso il Recovery fund: «Indispensabile che i controlli siano svolti in modo rapido e innovativo. La scommessa sulla crescita economica dipende dal Pnrr: se la ripresa sarà più forte di quanto previsto dal governo, il percorso di rientro dal debito sarà meno gravoso. Necessario creare un contesto più trasparente ed efficiente, senza il condizionamento di fenomeni criminosi». Il Def stima un aumento del Pil del 4,8% nel 2022, del 2,6% nel 2023 e dell’1,8% nel 2024; l’indebitamento è previsto nel 2021 all’11,8%, al 5,9% nel 2022 e al 3,4% nel 2024. La Corte chiede alle Pubbliche amministrazioni di aggiornare il personale in attesa dell’ingresso dei giovani.

Fisco, la riforma spartiacque, tra il prima e il dopo

Fisco. E’ l’arma più efficace per correggere la tendenza all’enorme accumulazione di ricchezze da parte di chi controlla i mezzi di produzione e quelli di distribuzione

Gaetano Lamanna  24.06.2021

La riforma fiscale può aggravare le disuguaglianze o, viceversa, introdurre una maggiore equità distributiva. Può rinsaldare il blocco politico e sociale che lega l’economia alla buona salute delle imprese private o affidare allo Stato la cura degli interessi collettivi e di una società solidale e inclusiva.

Fisco e welfare sono strettamente intrecciati, e sarebbe sbagliato consegnare la riforma ai tavoli tecnici. Con la fine dell’emergenza pandemica la questione di chi paga il conto è destinata a diventare centrale, non solo in Italia. Ha suscitato clamore la notizia che, negli ultimi 15 anni, i 25 americani più ricchi hanno pagato un’aliquota reale del 3,4 per cento. L’argomento, caro ai liberisti, che l’arricchimento di pochi finisce con l’irradiarsi su tutti gli altri, non basta più. Anzi, è un falso. Se n’è reso conto anche il presidente americano, Joe Biden, che ha indicato l’obiettivo di una tassa minima globale sulle multinazionali, «almeno al 15 per cento», che ha posto in primo piano la lotta ai paradisi fiscali, che ha deciso di aumentare la pressione fiscale sulle grandi imprese degli Usa. E’ una svolta gravida di conseguenze, che apre scenari nuovi.

All’apice del suo sviluppo tecnologico, il capitalismo ha accentuato, come non mai, il processo di concentrazione della ricchezza. Ha aggravato disuguaglianze sociali e territoriali. Ha creato una nuova casta, differenze di censo, privilegi mai visti nella storia. Ha generato nuove forme di asservimento, per alcuni versi peggiori di quelle esistenti nel medioevo. Eppure, più di due secoli fa, la borghesia liberale, per affermarsi, conduceva dure battaglie contro l’antico mondo degli aristocratici, contro le differenze di nascita, contro la famiglia patriarcale.

Il fisco è l’arma più efficace a disposizione per correggere la tendenza «naturale» all’accumulazione smisurata di ricchezze da parte di una minoranza che detiene il controllo dei mezzi di produzione e distribuzione. Risulta evidente l’incompatibilità della situazione attuale, caratterizzata da profonde e crescenti disuguaglianze, con condizioni favorevoli alla coesione sociale e allo sviluppo sostenibile. Ecco perché la ripartenza post-pandemica non può ridursi al problema dei tempi e dei modi di attuazione del Pnrr. La «ricostruzione» non può essere la riproposizione di quello che c’era prima. Le stesse innovazioni tecnologiche e la transizione ecologica, in questo contesto, possono accentuare, anziché mitigare, le disuguaglianze.

La riforma fiscale diventa (deve diventare) il terreno principale di scontro tra chi intende privilegiare la «continuità» dell’attuale ordine economico e sociale e chi, invece, si pone in un’ottica di cambiamento. Quanti nel Pd, in modo strumentale e fuorviante, propongono una federazione da Forza Italia a Leu, passando per Italia viva e Azione, sono reticenti sui contenuti che dovrebbero tenere insieme questo rassemblement. Si capisce solo che lavorano per tagliare i ponti con i 5 stelle e per ancorare il Pd ad una linea di centro, moderata e liberale, abbandonando ogni velleità di sinistra.

Il fisco è materia delicata. Tocca interessi concreti e mette in rilievo le «contraddizioni in seno al popolo»: tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi, tra contribuenti onesti ed evasori. C’è poi il tema dei criteri in base ai quali si accede ad agevolazioni, incentivi, bonus di tutti i tipi. Una giungla di spese fiscali da riordinare e accorpare. L’assegno unico e universale per i figli, in questo senso, è un esempio da seguire.

Ridurre le tasse sul lavoro presuppone l’aumento di quelle che incidono sui profitti e sulle rendite finanziarie e immobiliari. La destra, però, è fieramente contraria a qualsiasi forma di tassazione patrimoniale. In un paese in cui oltre il 75 per cento delle famiglie italiane possiede un’abitazione il «no alla patrimoniale» è uno slogan di sicura presa. Il punto è che dietro questo 75 per cento si nasconde quel 5 per cento di famiglie che invece possiede il 25 per cento di tutto il patrimonio immobiliare.

E’ nota la vicenda della figlia del costruttore romano Renato Armellini. Quando nei primi anni novanta morì suo padre, ereditò alcune migliaia di miliardi di vecchie lire e 1.240 appartamenti in città. L’erede, però, dimenticò per molti anni di pagare l’Ici, l’imposta sulla casa. Solo quando, nel 2014, scoppiò lo scandalo, decise di chiudere la pratica con un benevolo «ravvedimento operoso».

Ho ricordato questo episodio perché è emblematico di una particolare riluttanza dei ceti benestanti di pagare le tasse. Nonostante le difficoltà, è questo il momento giusto per fare della questione fiscale il punto focale dell’azione politica e sociale. La destra propone la flat tax, la sinistra è per una fiscalità progressiva. Allo stato, la destra sembra vincente. Ma, se la sinistra riesce a comunicare, parlando il linguaggio della gente comune e chiamando a raccolta tutti quelli che hanno voglia di battersi per una società più giusta, le cose possono andare diversamente.

Lo scambio diseguale nella paura di perdere il lavoro

Scenari . Perché il lavoro riprenda il centro della scena occorre che si attivino energie intellettuali e politiche, per mettere a fuoco non solo la dimensione macroeconomica ma anche quello che avviene nell’interno dei luoghi e dei non luoghi del lavoro, nel tempo di lavoro che è mutato e ormai si intreccia con il tempo “libero” in un continuum multidimensionale.Luca Baccelli  24.06.2021

Al richiamo di una nuova centralità del lavoro dopo anni di “oscuramento teorico” e “invisibilità politica” con i connessi effetti sociali, esistenziali, cognitivi, sottolineati dal recente articolo di Laura Pennacchi, va aggiunta la riflessione di Landini che ha denunciato il “disprezzo del lavoro”

Tale da “mettere a rischio anche la tenuta della democrazia”. Pennacchi auspica una “riconcettualizzazione del lavoro stesso”, anche sul piano filosofico, e sottolinea le responsabilità del messaggio anti-umanista e anti-universalista espresso dal postmodernismo. Più che seguirla in questa direzione, parto dal tema delle “manifestazioni di rabbia e risentimento” che prendono lo spazio dei conflitti sociali.  Pennacchie cita Hegel a proposito della “plebe” e a me vengono in mente le pagine sulla “lotta per il riconoscimento” nel rapporto signoria/servitù. Il servo ha bisogno del signore per la sua sussistenza, ma anche il signore ha bisogno del servo per il suo lavoro. In questa complessa dialettica gioca un ruolo fondamentale la “paura” reciproca.

Per decenni il conflitto fra capitale e lavoro ha seguito questo schema ed ha avuto effetti produttivi, ma oggi da parte del signore la paura è superata, e non perché abbia seguito un’efficace terapia psicoanalitica. Sono i lavoratori dispersi spazialmente, dotati di diritti e tutele incerti e differenziati, deprivati di potere, in molti casi ricacciati nella povertà, che vivono nella precarietà e nella disoccupazione o ne subiscono il ricatto a sperimentare la paura. E il lavoro flessibile finisce per smarrire la sua capacità di “formazione” della coscienza e del carattere individuale.
Non c’è dubbio che tutto questo sia il risultato di una colossale offensiva sociale, politica, culturale – quella lotta di classe dopo la lotta di classe di cui parlava Luciano Gallino – e non c’è dubbio che le innovazioni tecnologiche, dall’introduzione dei microprocessori nel 1968 alla robotica, all’intelligenza artificiale abbiano trasformato le catene della produzione e del valore.

Non dovremmo però cadere nel determinismo tecnologico, pensare che ci troviamo in una “gabbia d’acciaio” che inibisce il conflitto sociale strutturato e dunque ogni possibilità di ridare valore e potere ai lavoratori e di cambiare il lavoro. Nelle nuove tecnologie si trovano anche possibilità di liberazione del lavoro; esse si trasformano in un “potere estraneo” sui lavoratori se si lascia il capitalismo seguire la sua intrinseca logica funzionale. In piena pandemia l’offensiva contro il lavoro riparte – in Italia si colgono segni come l’estenuante riproposizione della flexecurity mentre esponenti del più rozzo paleo-liberismo guadagnano posizioni decisive – nel campo a cui i lavoratori dovrebbero guardare il silenzio è imbarazzante. Per dirla brutalmente: ho l’impressione che gran parte del personale politico del Pd e del M5S non si ponga questi problemi, mentre molto sindacalismo pare rassegnato a limitare qualche danno qualche vantaggio in un quadro senza alternative.

Perché il lavoro riprenda il centro della scena occorre che si attivino energie intellettuali e politiche, per mettere a fuoco non solo la dimensione macroeconomica ma anche quello che avviene nell’interno dei luoghi e dei non luoghi del lavoro, nel tempo di lavoro che è mutato e ormai si intreccia con il tempo “libero” in un continuum multidimensionale. Mi permetto due modesti suggerimenti.

Congedarsi da Hannah Arendt e dai suoi epigoni. Il suo pensiero ha influenzato molto la sinistra riformista e radicale, ma la sua concezione del lavoro come processo biologico, impolitica attività quasi-animale estranea all’autentica praxis umana, e la sua visione dell’avvento dell’animal laborans come precondizione del totalitarismo, si è rivelata nefasta.

Riprendere e innovare le analisi dei processi produttivi, coglierne la dimensione cooperativa e scientifica – lo sviluppo dell’“individuo sociale” e del general intellect – e la loro estraneazione, indagare i rapporti di potere che si dispiegano al suo interno.
E qui il punto di partenza non può che essere la critica di Marx, la sua visione dei rapporti di sfruttamento sotto l’apparenza dello scambio fra uguali, del lavoro come “inquietudine creatrice” e del tempo libero come “vera ricchezza”.