LA STORIA COME ATTITUDINE CRITICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA STORIA COME ATTITUDINE CRITICA da IL MANIFESTO

Addio a Enzo Collotti, lo storico della Resistenza

Il ricordo. Attorno al rapporto tra racconto del passato e società dei media ha individuato la leva dell’uso e dell’abuso distorsivo della storia nel «cortocircuito della politica»

Davide Conti  08.10.2021

La scomparsa di Enzo Collotti non priva soltanto la disciplina storica di un maestro per generazioni di studiosi che si sono avvicinati allo studio del passato ma soprattutto sottrae al dibattito pubblico una voce ed un’intelligenza di rara lucidità e profondità analitica come mostrano anche i suoi tanti interventi su il manifesto nel corso degli anni.

L’ATTUALITÀ del lascito dei suoi studi appare oggi tanto più centrale, come fattore di informazione e formazione del pensiero, quanto più evidente si mostra lo scadimento della dialettica interna alla sfera pubblica nazionale attorno ai temi della struttura e della forma della democrazia; dell’eredità del portato valoriale della Resistenza come radice d’origine e fondamento della Repubblica costituzionale italiana; della lettura del fascismo come fenomeno storico, sociale e politico e come «questione» scientifica del presente; della composizione di linee interpretative opposte alla propaganda revisionista figlia della trentennale campagna politico-mass-mediatica post-1989 (volta alla riduzione, edulcorazione e normalizzazione del fascismo) e contestualmente non schiacciate sulla retorica «dell’eterno ritorno» ricavata in maniera semplificata dalla strumentalizzazione degli scritti di Umberto Eco degli anni Novanta (molto lontani nei loro contenuti e nel loro senso dall’uso e dall’abuso che se ne fa oggi).

GLI SCRITTI di Enzo Collotti restituiscono elementi nodali che rendono possibile la ricerca, lo studio e l’elaborazione di un concetto generale del fascismo organizzato su un «sapere materiale» e su una conoscenza reale del fenomeno che porta a distinguere la rappresentazione idealtipica del fenomeno da quella realtipica. L’idealtipo si riferisce ad una misura astratta (ideale appunto) e per questo applicata ed applicabile ad ogni forma comparativa con il presente e per lo più utilizzata come argomentazione elusiva delle afferenze oggettive espresse da movimenti epigoni dell’oggi.

Il realtipo al contrario fonda la sua sostanza sulla realtà materiale del fascismo così come questo si è storicamente espresso sia nel suo luogo di nascita (l’Italia) sia nei paesi dove è stato esportato o emulato in forme più o meno similari. È questa una sistematizzazione che, offerta da Enzo Collotti, tiene insieme teoria e prassi, analisi d’insieme e «verifica sul campo». Qui risiede il fondamento del suo utilizzo nel tempo presente e la sua attualità.

PRIMA ANCORA che dei risultati del suo studio scientifico attorno alla dicotomia fascismo-antifascismo o allo sguardo sulla storia delle «due Germanie» come chiave di lettura interna ed internazionale della più complessiva vicenda europea siamo debitori a Collotti di almeno altre due indicazioni: da un lato la questione enorme, al fine di comprenderne le persistenze profonde nella società di oggi a quasi cento anni dalla «marcia su Roma», della commistione e compromissione della società italiana con il regime di Mussolini in ordine alle responsabilità delle classi dirigenti e proprietarie del Paese non solo rispetto al sostegno alla dittatura durante il ventennio ma soprattutto ai limiti – da esse stesse imposti- al processo di rinnovamento nel corso della transizione alla democrazia del secondo dopoguerra.

DALL’ALTRO LATO l’indicazione del fattore della «rimozione» come anticamera del revisionismo e dell’involuzione regressiva non solo del discorso pubblico ma del processo formativo delle giovani generazioni anagraficamente sempre più distanti dalle memorie della guerra mondiale e della notte fascista.

«Alle giovani generazioni – scriveva Collotti su il manifesto in occasione dell’anniversario della Liberazione del 25 aprile 2019, solo due anni fa – rischiamo di consegnare un passato senza alcun punto di riferimento, senza orizzonti. La storia come attitudine critica e premessa alla critica del presente è sempre stata la bestia nera di tutti i comportamenti autoritari. L’annullamento della storia è una delle condizioni che consentirebbe il dilagare dei comportamenti svincolati da ogni pregiudiziale ideologica o etica. La tenuta della democrazia è strettamente legata alla condivisione di valori fatti propri nella pluralità delle espressioni dalla stragrande maggioranza della popolazione».

ATTORNO al rapporto tra racconto del passato e società dei media, infine, il grande studioso non ha mancato di individuare la leva dell’uso e dell’abuso distorsivo della storia con quest’ultima che «si impone all’attenzione pubblica attraverso il cortocircuito della politica» configurando così un processo disfunzionale alla stessa democrazia.

È lì che risiede il compito dello storico come soggetto in grado di recuperare i termini della conoscenza e contribuire alla costruzione della cultura e della memoria pubblica. Ciò nella consapevolezza della necessità dell’impegno pubblico in prima persona nella battaglia delle idee, perché «l’oggettività dello storico non equivale alla sua asetticità».

Il «25 Aprile» oggi, una memoria quasi controcorrente

Il saluto del manifesto. Il nostro Enzo Collotti ieri è venuto a mancare per uno scompenso cardiaco del quale soffriva da tempo. Collaboratore della nostra testata in questi 50 anni – era fra l’altro nipote di Aldo Natoli – schivo ma rigoroso, è stato lo storico che ha approfondito il valore memoriale e l’attualità della lotta di Liberazione. Non ha mai fatto mancare un commento nella battaglia contro il revisionismo storico. Gliene siamo grati e siamo profondamente addolorati per questa scomparsa. Oltre a testi decisivi, lascia una schiera di giovani discepoli che si muovono sul suo cammino. Addio Enzo. Al figlio Francesco e ai nipoti che tanto amava Chiara, Matteo e Micol a Claudio Natoli, l’abbraccio del collettivo de «il manifesto». (I funerali si svolgeranno sabato a Firenze, luogo e ora sono da definire). Lo ricordiamo con questo suo articolo che fu l’editoriale dello speciale sulla Liberazione pubblicato dal manifesto il 25 aprile del 2014

Enzo Collotti  08.10.2021

Parlare oggi del 25 aprile sembra decisamente controcorrente, se si prescinde dalle celebrazioni rituali e burocratiche, e non solo perché per ragioni fisiologiche la generazione della Resistenza anno dopo anno si va assottigliando, ma soprattutto perché il contesto che ci circonda risulta sempre più indifferente ed estraneo allo spirito che consentì la passione e l’esperienza della Resistenza prima e successivamente la ricostruzione delle componenti materiali del paese distrutto e della vita democratica.

Fa una certa impressione constatare con quanta disinvoltura gli alfieri delle ultime stagioni politiche e di quella presente hanno attraversato e stanno attraversando passaggi essenziali della nostra vita politica sulla base di un rozzo empirismo o del tutto estraneo ad ogni sollecitazione ideale ed a ogni riflessione sull’origine e sulla matrice della nostra identità democratica.

Ma non meraviglia neppure l’indifferenza se non l’idiosincrasia con le quali anche in ambiti culturali il racconto della Resistenza viene stemperato in un sempre più pronunciato qualunquismo delle parole che denuncia in realtà la lontananza dall’oggetto del racconto. Ne deriva una sorta di caricatura della Resistenza che non ha nulla a che fare con un naturale e necessario processo di storicizzazione a oltre settant’anni da quegli eventi, ma che riflette piuttosto uno spirito di par condicio profondamente introiettato nell’opinione comune, quasi a non volere fare torto a nessuno con il risultato di collocare tutte le parti in lotta sullo stesso piano.

La presunta equidistanza che traduce gli eventi terribili del 1943-45 nel ripartire il terrore da una parte e dall’altra è la negazione di quella disparità di valori che fu nella convinzione di coloro che salirono in montagna o affrontarono la guerriglia in ambito urbano. Viceversa, fare la storia a tutto campo facendosi carico anche delle ragioni dell’altra parte non vuole dire appiattire i ruoli e mettere tutti allo stesso livello, misconoscendo ancora una volta la differenza tra chi ha combattuto per la libertà e chi ha sostenuto sino alla fine la brutalità della dittatura e dell’oppressione. L’anestesia del linguaggio non è che l’espressione in superficie dell’anestesia della memoria.

Il problema non è solo italiano, anche in larga parte d’Europa – è bene ricordarlo alla vigilia di un’importante congiuntura elettorale – l’incombenza e l’imponenza della crisi ha fagocitato la memoria. Ma il problema rimane particolarmente acuto per un paese come l’Italia uscito dall’esperienza del fascismo le cui tracce riaffiorano ancora e non solo nel costume. Trasmettere alle generazioni più giovani la memoria della Resistenza non è più e non soltanto un problema di carattere storico, di trasmissione della conoscenza di un momento spartiacque nello sviluppo di questo paese, ma un problema di pedagogia civile, di educazione civica nel senso più alto e meno dottrinario possibile. Mi piace ricordare in questo senso il manifesto che, con Luigi Pintor in prima fila, promosse la grande manifestazione della «Liberazione», il 25 aprile del 1994, venti anni fa a Milano, mentre l’Italia entrava nel buio tunnel berlusconiano.

Questo vorrebbe dire riacquisire alla cultura politica delle nuove generazioni un insieme di valori che la frammentazione della politica e la scomparsa di una cultura impegnata rischiano di rendere obsoleti.  Un’opera nella quale sarebbe difficile sottovalutare il ruolo della scuola e dei mezzi di comunicazione, non come semplice supplenza di soggetti di educazione politica come i partiti che non esistono più, ma come promotori di primissimo piano della formazione di una coscienza civile e critica di cittadini consapevoli dei loro diritti e della fonte di legittimazione della Carta costituzionale che la garantisce.