LA MORDACCHIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA MORDACCHIA da IL MANIFESTO

La poco magnifica ossessione contro Report

Ri-mediamo. La rubrica a cura di Vincenzo Vita

Vincenzo Vita  23.06.2021

La coraggiosa trasmissione della Rai – Report- che ficca il naso nei labirinti dei poteri è ormai costantemente sotto attacco. Lasciamo stare la pervicace polemica persino un po’ grottesca condotta da qualche esponente politico, ma qui siamo in un sottogenere letterario, per riprendere la questione più recente. Vale a dire la sentenza del tribunale amministrativo del Lazio (sezione terza) emessa lo scorso 18 giugno, che ha accolto un ricorso proprio contro Report.

Se n’è parlato in questi giorni con giuste preoccupazioni espresse dalla federazione della stampa, dal sindacato dei giornalisti della Rai, dall’ordine dei giornalisti e da numerose personalità o associazioni come Articolo21. E nel pomeriggio di oggi è prevista una conferenza stampa presso la redazione del programma.
La Rai ha annunciato il ricorso al consiglio di stato, con possibilità di uscirne positivamente. Tuttavia, è bene incorniciare la decisione del Tar, perché nel suo articolato vi è un precedente davvero pericoloso.

Chissà come mai da un così autorevole consesso non è stata considerata la questione che sta in premessa di ogni discorso di merito. L’articolo 21 della Costituzione tutela esplicitamente il diritto della e nell’informazione. Così come il segreto professionale è alla base della professione giornalistica.

Nell’accettare le istanze di un avvocato (Andrea Mascetti) volte a richiedere l’insieme dei materiali che lo riguardavano utilizzati nella puntata del 26 ottobre dell’anno passato, si crea un vulnus. Com’è noto, generalmente chi fa cronaca e tocca argomenti delicati si limita ad utilizzare solo ciò che è di stretto interesse per il racconto, per non esporre nessuno. Diversamente, cesserebbero le disponibilità a rivelare elementi spesso decisivi per la conoscenza di fatti occultati o distorti dal mainstream prevalente.

Non solo. Ci si riferisce alla legge n.241 del 1990, volta a rendere possibile ai cittadini di acquisire atti e procedimenti della pubblica amministrazione. Fu una legge importante, che almeno in parte fornì qualche opportunità alle persone di venire a sapere perché una pratica si blocca o una richiesta non viene accolta.

Piccolo particolare. La Rai è una società di diritto privato (S.p.A), ancorché incaricata di un servizio pubblico. Vi è, al riguardo, una consolidata e costante giurisprudenza. Dunque, l’azienda radiotelevisiva non è assimilabile ad un ministero, ad un comune o a una regione. Per esempio.

Insomma, la sentenza del Tar del Lazio rischia di avere conseguenze persino più vaste dell’oggetto stesso cui si riferisce. Sembra (al di là delle intenzioni soggettive, ma il diritto è una pura astrazione, non una poesia) che sia in atto una sorta di offensiva per reprimere o limitare il diritto di cronaca. Quest’ultimo è già sotto tiro per il ricorso abnorme alle querele temerarie, per l’ossessivo aumento del precariato e dello schiavismo, per il pensiero unico che percorre il settore.

Approfondimenti e inchieste sul campo escono dall’ordine costituito, dalle retoriche di un nuovo regime in fieri. In un quadro in cui gli istituti democratici paiono vacillare e restringersi, in un accentramento evidente delle decisioni, Report esce dalla sintassi dei discorsi correnti. Increspa le narrazioni di comodo, urla costantemente che il Re è nudo, sovverte lo schema odierno del potere costruito sulla sovrapposizione impropria tra comunicazione e politica. Autonomia e indipendenza dell’informazione sono considerate un retaggio noioso del novecento, un accidente che la velocità digitale del comando non vuole sopportare.

Una sentenza è solo una sentenza, verrebbe da aggiungere. Ma qualche volta un episodio precorre i tempi o, meglio, li disvela brutalmente.
Difendere Report non è una sequenza di un movimentismo ingiallito, bensì una sequenza di un’iniziativa di stringente attualità. Infatti, la morsa che vede incrociarsi tecnocrazie e populismi porta con sé un sistema mediatico e post-mediatico costruito sulla dittatura dell’istantaneità dei social mischiata ai silenzi dolosi.
Per questo, è moralmente imprescindibile una risposta all’altezza.

Giornalisti, basta carcere ma ancora querele

Libertà di stampa. La Corte costituzionale accoglie l’impostazione della Corte europea. (Quasi) cancellata la detenzione in caso di diffamazione aggravata che restava nell’ordinamento da oltre 70 anni. I giudici delle leggi costretti a intervenire per l’inerzia del parlamento. Che resta tale anche per il problema delle querele temerarieAndrea Fabozzi  23.06.2021

L’articolo della legge italiana che ancora prevede il carcere come pena per la diffamazione aggravata a mezzo stampa è incostituzionale. È un articolo – il 13 della legge sulla stampa del 1948 – che aveva oltre settant’anni, ieri la Corte costituzionale lo ha cancellato. L’ha fatto sulla spinta di una serie di sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno condannato il nostro paese per questa arcaica previsione, da Strasburgo giudicata niente di meno che una lesione della libertà di espressione.

La Corte costituzionale ha deciso ieri (presidente Coraggio, relatore Viganò), ma in realtà aveva già deciso il 9 giugno del 2020 in una delle sempre più frequenti ordinanze di «incostituzionalità prospettata», quando cioè aveva dato un anno di tempo al parlamento perché intervenisse con una nuova legge. Perché, disse allora la Corte, solo il legislatore può bilanciare i due principi in gioco, la «tutela della reputazione individuale» e la «libertà di manifestazione del pensiero, in particolare con riferimento all’attività giornalistica». Ma il parlamento non è intervenuto. Anche se non mancano i disegni di legge sull’argomento. Prevedono la cancellazione del carcere per la diffamazione sia il disegno di legge presentato al senato da Caliendo di Forza Italia, sia due disegni di legge presentati alla camera da Verini del Pd e da Liuzzi dei 5 Stelle. Solo il primo è stato esaminato ma non è andato oltre la commissione del senato. E così è arrivata ieri la decisione «telefonata» della Consulta, il replay di quello che era già successo di fronte a un’identica inerzia del parlamento sul fine vita.

La Corte ieri però si è limitata a dichiarare l’incostituzionalità della legge sulla stampa del ’48 che prevede il carcere da uno a sei anni insieme a una multa pecuniaria nei casi di accertata diffamazione a mezzo stampa aggravata (lo è quando c’è l’attribuzione di un fatto determinato falso). Non ha invece raccolto la richiesta, che pure le arrivava dai tribunali che avevano sollevato la questione di costituzionalità (Salerno e Bari), di cancellare anche l’articolo 595 del codice penale, che prevede il carcere per la diffamazione semplice a mezzo stampa da sei mesi a tre anni ma in alternativa alla pena pecuniaria. Questo perché la Corte costituzionale ha deciso di accogliere l’impostazione della Corte europea dei diritti dell’uomo, che facendo salvo il diritto degli stati di determinare le sanzioni penali ha ripetutamente stabilito che la previsione del carcere per i giornalisti si giustifica solo per fatti di particolare gravità che comportano la lesione concreta di diritti fondamentali o costituiscano incitamento alla violenza. Viceversa la minaccia della detenzione costituisce di per sé una coercizione della libertà di espressione, e di stampa, anche quando non dovesse essere materialmente eseguita. Come non lo fu nel caso pilota che ha inaugurato la giurisprudenza in materia della Corte Edu, quello che riguardò due giornalisti rumeni nel 1996. E non lo è stato nemmeno per i primi due casi che hanno comportato una condanna dell’Italia, entrambi del 2013, in cui Strasburgo ha dato ragione prima ad Antonio Ricci e poi a Maurizio Belpietro, condannati entrambi a 4 mesi di carcere per diffamazione. Alla detenzione, seppure domiciliare, è invece arrivato Alessandro Sallusti, condannato a un anno e due mesi nel 2012 – anche lui da direttore del Giornale come Belpietro e anche lui per aver diffamato un giudice – ma graziato dal presidente della Repubblica Napolitano dopo tre settimane. Anche Sallusti ha ottenuto nel 2019 la condanna dell’Italia per la sproporzione della pena.

Soddisfazione hanno espresso sia la Federazione nazionale della stampa che l’Ordine nazionale dei giornalisti. Ma una volta cancellata o resa ancor più improbabile la prospettiva del carcere, per i giornalisti resta la ben più concreta minaccia delle querele temerarie. Anzi, la (semi) rimozione di un residuo antistorico dall’ordinamento come la pena della detenzione per i giornalisti, rischia di diventare l’alibi per le camere che hanno ampiamente dimostrato di non considerare una priorità la tutela della libertà di stampa. Camera e senato già nella scorsa legislatura, malgrado ben quattro letture parlamentari, non riuscirono ad approvare una legge di sistema (riprodotta nella sostanza nel disegno di legge Verini). E in questa legislatura è arrivato in aula ma è fermo da oltre un anno, al senato, il disegno di legge del 5 Stelle Primo Di Nicola che punta a limitare le querele temerarie, stabilendo che chi agisce con malafede o colpa grave contro un giornalista deve essere condannato a risarcirlo per almeno il 25% della somma che gli aveva ingiustamente chiesto.