LA CENTRALITÀ DEL LAVORO: ANTROPOLOGICA, ETICA, ECONOMICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA CENTRALITÀ DEL LAVORO: ANTROPOLOGICA, ETICA, ECONOMICA da IL MANIFESTO

L’anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni

Lavoro. Come già ai tempi di Keynes, oggi la qualità dell’occupazione dipende dalla composizione degli investimenti pubblici e dalla produzione relativa di beniLaura Pennacchi  14.09.2021

È da apprezzare che il ministro Giorgetti sposi la prospettiva del “lavoro di cittadinanza” richiamandosi alla nostra Costituzione che colloca nel nesso con il lavoro il fondamento del valore dell’essere “cittadini”. Ma l’espressione ”lavoro di cittadinanza” va maneggiata con molta cura. Perché carica di significati che, a loro volta, racchiudono implicazioni dalle quali non si può prescindere, e la più riguarda l’impegno dei governi che la fanno propria a contrastare in tutti i modi la disoccupazione e a realizzare la “piena e buona occupazione”.

Dunque, tornare ad attingere alla riflessione keynesiana sulla “piena e buona occupazione” non può avere né un carattere strumentale (magari in semplicistica polemica con il “reddito di cittadinanza”), né un carattere retorico-irenico. Deve avvenire, anzi, nella consapevolezza che il modello economico ancora dominante – da cui è nata anche la pandemia – non crea naturalmente e spontaneamente occupazione e sviluppo nell’entità e nella qualità che sarebbero auspicabili. C’è bisogno di un rovesciamento di paradigma: non “alimentare la crescita sperando che ne scaturisca lavoro”, ma “creare lavoro per attivare la crescita, cambiandone al tempo stesso qualità e natura”. Tutto ciò implica la disponibilità da parte dell’operatore pubblico, piuttosto che a ricorrere solo a misure incentivanti volte a stimolare indirettamente la generazione di lavoro (come incentivi fiscali, decontribuzioni, bonus, trasferimenti monetari, riduzioni del cuneo fiscale, ecc.), ad adottare “piani diretti di creazione di occupazione” mediante un insieme articolato di progetti, facendo di “programmazione” e ”capacità progettuale” le vere parole chiave.

Keynes, nel considerare le tendenze al sottoutilizzo sistematico dei fattori fondamentali della produzione – lavoro e capitale – che egli riteneva intrinseche al capitalismo e rimediabili soltanto con una “socializzazione dell’investimento” di natura pubblica, reclamava lo Stato come employer of last resort, atto a dare vita a iniziative di “lavoro garantito”, insistendo che “non dovrebbe essere difficile accorgersi che 100.000 case nuove rappresentano un’attività per la nazione mentre un milione di disoccupati sono una passività”.

D’altro canto, la pandemia ha mostrato, una volta di più, che le cose non funzionano nei termini presupposti dai cultori dell’economia main stream convinti che esista un livello “naturale” del reddito e dell’occupazione determinato esclusivamente da tecnologia, risorse e preferenze degli agenti economici: lo testimoniano in modo eclatante le anomalie della condizione occupazionale femminile e gli alti tassi di disoccupazione e di inattività delle donne e dei giovani, anche ad elevata scolarità.

In effetti, produzione e occupazione dipendono in modo persistente dalla domanda di beni, ha mostrato la corda l’idea che esista un tasso di disoccupazione “naturale” che può essere ridotto solo mediante l’incremento della flessibilità del mercato del lavoro e la riduzione dei salari e in molti casi – si pensi a tanti ambiti della “cura”, dei “beni culturali”, dei “beni sociali”, del “risanamento ambientale” – i mercati, semplicemente, “non esistono” o sono altamente “incompleti”.

Il nodo era ai tempi di Keynes, ed è tutt’oggi, la problematicità del processo di investimento capitalistico e la sua relazione con il lavoro, quella problematicità che lo induceva a denunziare “l’atroce anomalia della disoccupazione in un mondo pieno di bisogni”. Anche oggi la riflessione va ampliata in modo da enfatizzare la connessione investimenti/lavoro e intervenire sulla composizione degli investimenti e della produzione relativa, intrecciando la creazione di lavoro con la soluzione dei problemi aperti: i bisogni sociali insoddisfatti vanno soddisfatti, i beni pubblici di cui vi è carenza vanno prodotti, i beni comuni vanno preservati e coltivati.

Questo, e non altro, è il modo di prendere sul serio il dettato costituzionale restituendo pienamente il loro valore – dopo tanti tentativi di decostituzionalizzazione – alle grandi Costituzioni del secondo dopoguerra. In esse la triplice centralità del lavoro – antropologica (il lavoro tratto tipico della condizione umana), etica (il lavoro espressione primaria della partecipazione al vincolo sociale), economica (il lavoro base del valore che obbliga a politiche di piena occupazione) – segna un “profondo distacco” dalle elitarie concezioni precedenti.

In particolare la Costituzione italiana è consapevolmente volta a costruire una gerarchia assiologica al cui vertice si colloca la “dignità” l’epicentro della quale è il “lavoro”, un lavoro che deve garantire il rispetto della “dignità umana” e il pieno sviluppo della “persona”. Così si spiega, non con banali ricostruzioni sociologiche stigmatizzanti il taglio “lavoristico”, la straordinarietà del suo articolo iniziale, l’articolo 1 – “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” – che non è un episodio incidentale, né tanto meno un semplice ornamento.

Italiani risparmiatori o sparagnini?

In una parola. La rubrica a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  14.09.2021

Bisognerebbe sempre leggere con attenzione gli inserti economici dei quotidiani, quelli che noi del liceo classico (e magari con una laurea in lettere) spesso accantoniamo accennando una smorfia di noia.
Ieri ho dato un’occhiata all’inserto economico del Corriere della Sera avendo conferma di una notizia già notata in questi mesi altrove. Il risparmio italiano non è mai stato così alto.

Spesso a sinistra – o almeno in una sua parte – si insiste su quanto grave sia la povertà che aumenta anche qui da noi. Giustissimo. Anzi proprio a sinistra bisognerebbe essere molto più attenti a chi è povero o poco ci manca. Ma a questa attenzione – per farsi venire delle buone idee su come realizzare rimedi alle ingiustizie – bisognerebbe aggiungere una altrettanto efficace capacità di analisi sulla davvero notevole ricchezza, anche diffusa, del nostro paese.

Una analisi del gruppo Bnp Paribas conferma che con i primi mesi del 2021 la ricchezza dei risparmiatori italiani ha superato i 4.700 miliardi di euro. Il valore «più alto di sempre». Viene subito da fare un raffronto con l’indebitamento, anch’esso enorme, dello Stato italiano, che negli ultimi mesi ha raggiunto un altro record arrivando però a 2.700 miliardi.
Resta la bella differenza di 2000 miliardi «in attivo» nel corpo sociale (e questo è uno degli argomenti di chi non si strappa i capelli per l’indebitamento pubblico…)

A questo enorme accumulo di denaro nei conti bancari, nei fondi di investimento, nelle azioni e obbligazioni ecc. ha certamente contribuito il calo dei consumi fino a un certo punto forzato dalle conseguenze della pandemia. Così come la paura e l’incertezza nello spendere e nell’investire quando non si sa come va a finire.
Ma ora che forse le cose vanno un po’ meglio il mondo finanziario si attiva per raccogliere e guadagnare, orientando gli investimenti di chi se lo potrebbe permettere. Qui la filosofia prevalente – se non erro – è quella del promettere i rendimenti migliori e la affidabilità di chi incassa.
Domanda ingenua: ma governo, parlamento, e sistema economico, non potrebbero fare qualcosa di più, e di più comprensibile, per orientare (e remunerare) il risparmio verso attività che migliorino la qualità della vita di tutti?

La pandemia, per esempio, ha squadernato una serie di esigenze sociali colpevolmente trascurate: nella sanità, nei servizi rivolti agli anziani, le iniziative per l’occupazione femminile, giovanile, e soprattutto per rendere più armonico il rapporto tra lavoro e attività di cura e riproduzione della vita.
Qui si possono fare solo spese in deficit, attingendo ai fondi europei ecc.?

Eppure viviamo in un mondo nel quale grazie alle nuove tecnologie digitali una diversa «volontà politica» – come si diceva una volta – potrebbe capovolgere le attuali tendenze al controllo e all’uso dei dati personali a fini prevalentemente consumistici (quando non di molto peggio) in nuovi modelli di programmazione economica. Modelli probabilmente in grado di superare i terribili difetti burocratici e dirigistici dei sistemi del socialismo realizzato, così come di reagire all’autoritarismo digitale degli stati non democratici e al dominio delle multinazionali private.

La parola risparmio e il verbo risparmiare derivano da radici latine – parcere – o anche anglosassoni, come l’inglese: to spare, risparmiare. Anche lo sparagnino risparmia, ma – senza arrivare al peccato dell’avarizia – lo fa con, diciamo, una eccessiva ristrettezza mentale. Risparmiare (e investire) con ampiezza di vedute e interesse per il bene degli altri, non solo il proprio. Questo cerca di dire la »finanza etica». Ma direi che siamo ancora molto, molto indietro…