LA BUONA SCUOLA? ds IL MANIFESTO e CORSERA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA BUONA SCUOLA? ds IL MANIFESTO e CORSERA

Il curriculum dello studente, scampoli renziani di buona scuola

Istruzione . Sperequazione sociale, con l’idea che all’adolescente sia necessario accumulare titoli e crediti anche fuori dalla scuola, in una sorta di colonizzazione del tempo libero

Salvatore Cingari  24.04.2021

Quando Mario Draghi ha fatto risuonare l’espressione “capitale umano” nel suo primo discorso alle camere, si è iniziato a capire che a bivaccare sarebbero stati soprattutto gli scalpitanti manipoli dell’aziendalismo. In un articolo sul Fatto quotidiano di alcuni giorni fa Tomaso Montanari ha enucleato opportunamente il nucleo “classista” del curriculum dello studente per la maturità che il Ministro Bianchi ha ripescato dalla “buona scuola”, sottraendolo all’oblio in cui finora era rimasto relegato.

Gli studenti dovranno certificare le loro attività extrascolastiche di tipo sportivo, musicale, culturale, sociale, che verranno valutate nel punteggio finale. Chiunque capisce che in questo modo le famiglie più abbienti potranno facilmente moltiplicare esperienze che per altre famiglie si riveleranno economicamente gravose, oltre talvolta al di fuori dalle loro abitudini (o dai loro habitus avrebbe detto Bourdieu).

I soggetti già nati in un contesto privilegiato verrebbero perciò premiati per il loro privilegio e non per il loro merito, andando ad aumentare la forbice della diseguaglianza che già si è allargata a dismisura negli ultimi decenni. Dato che Draghi ha stigmatizzato la secessione delle squadre più ricche del campionato di calcio in nome della “meritocrazia” sportiva, forse potrebbe dare un occhio anche a quest’altra situazione.

Certo si può anche immaginare che parrocchie e centri sociali si possano attivare per imbastire attività gratuite o a basso costo certificabili (anche se difficilmente potranno organizzare viaggi studio in Inghilterra o in Canada!). Ma qui interviene un’altra questione fondamentale che si aggiunge a quella di per sé gravissima della sperequazione sociale. E cioè l’ingiunzione precoce alla performance, l’idea che fin dalla prima adolescenza sia necessario accumulare titoli e crediti anche fuori dalla scuola, in una sorta di colonizzazione totalitaria del tempo libero.

L’attestazione di aver svolto queste prestazioni documenterebbe non solo la capacità dei soggetti di saper attivare – appunto – il proprio capitale umano, ma di saperlo anche fare cooperando con gli altri, all’insegna delle esigenze aziendali. Dunque l’attività sportiva o musicale oppure il desiderio di aiutare volontariamente gli altri, diventano una merce, perdendo la loro funzione formativa proprio in quanto liberatoria delle proprie più profonde gratuite inclinazioni, per farsi obbligo competitivo all’insegna del valore di scambio.

I nostri figli finiranno cioè per comparare quantità e qualità delle proprie attività con quella degli amici. Come ogni sistema di valutazione meritocratico, anche questo creerà omologazione rispetto ad un modello produttivistico. Mi chiedo: se un ragazzo avesse voglia di passare il suo tempo libero con la nonna invalida o con l’anziana vicina, potrebbe farsi un’autocertificazione?

E se avesse una vocazione alla meditazione o alla religione e volesse spendere il proprio tempo libero a pregare? O magari ad affinare laicamente la propria interiorità scrivendo poesie non necessariamente destinate alla pubblicazione? E se volesse invece passare il tempo coltivando fiori e piante nel giardino di casa? E se la sua passione creativa fosse quella di fare lunghe passeggiate in campagna parlando con gli uccelli come San Francesco? Dovrebbe necessariamente rinunciarvi per giocare a pallavolo e prendere lezioni di violino?

Il curriculum dello studente sarebbe allora un passo decisivo per andare nella direzione della società americana, in cui negli ultimi decenni l’egualitarismo originario è stato sovvertito da una rivolta delle élite che ha innalzato una barriera con un ceto medio e un proletariato sempre più degradati, a partire anche dal sistema di test che selezionano gli accessi ai vari livelli delle università. I soggetti di queste élite peraltro non sono felici come ha sottolineato Daniel Markovitz, ma sempre più auto-sfruttati e alienati in uno streben competitivo e performativo che inizia fin dall’asilo (come anche Woody Allen ha avuto modo di denunciare in un suo celebre racconto) e si compie in una vita lavorativa che occupa tutti gli spazi dell’esistenza.

Queste persone che ormai si sposano solo fra loro non hanno più alcuna relazione con i concittadini di altra condizione sociale. Come ha sottolineato Christopher Lasch, non ritengono di avere alcuna responsabilità verso i ceti subalterni, perché sanno di essersi meritati i privilegi come dimostrano i propri titoli. Michael Sandel nel suo recente libro La tirannia del merito e in forma narrativa il potente romanzo Ohio di Stephen Markley, hanno ricordato come gli Stati Uniti di oggi siano funestati da un abnorme tasso di mortalità per droga, alcool, suicidio e da una frustrazione di massa sempre più disperata in chi resta escluso. Fermiamoci quindi, prima che sia troppo tardi.

Studenti italiani ultimi in Europa per competenze scolastiche di base

Una ricerca di Ocse-Pisa e Inapp mete gli studenti italiani agli ultimi posti in Europa: preoccupano le competenze dei 25-65enni con la sola licenza media. Occorrono programmi di formazione continua per non mettere ipoteche sul futuro delle nuove generazioni

di Enzo Riboni 11/04/2021

Periodicamente parte l’allarme sulle competenze scolastiche dei nostri ragazzi, relegate nei livelli bassi delle classifiche internazionali. Per esempio l’ultima indagine Ocse-Pisa del 2018 (si effettua ogni tre anni) assegna ai nostri 15enni 476 punti in Lettura (11 in meno rispetto alla media Ocse), 487 in Matematica (meno 2) e 468 in Scienze (21 sotto la media). Eppure la vera emergenza nazionale sulla preparazione dei cittadini non riguarda i giovanissimi: ciò che ci fa precipitare nelle ultimissime posizioni europee è il livello di istruzione delle persone più adulte. Sono infatti quasi 13 milioni i 25-64enni che possiedono al massimo la licenza di terza media. Una schiera sterminata di italiani che, secondo il Regional Yearbook 2020 di Eurostat (dati 2019), rappresenta il 37,8 per cento della totalità degli adulti di quella fascia d’età. Una media percentuale, calcolata su tutto il territorio nazionale, che balza a un tasso prossimo all’uno su due in alcune regioni: 48,7 per cento in Puglia, 48,2 in Sicilia, 47,1 in Campania, 45,8 in Sardegna e 45,3 in Calabria.

L’allarme degli enti europei

Se si confrontano questi dati con quelli dei maggiori Paesi europei l’esito è sconfortante. I più «dotti» risultano essere i tedeschi, con poco meno di uno su otto 25-64enni (13,4 per cento) con un titolo di studio che non supera la licenza media. Seguono i britannici con il 18,9 e i francesi con il 19,6 per cento. Persino il piccolo Belgio ci surclassa con il 21,3 per cento, mentre stanno peggio di noi gli spagnoli, al top della scarsa istruzione con il 38,7 per cento. La situazione è considerata così grave da spingere alcuni enti italiani ed europei a lanciare un pressante appello sotto forma di lettera aperta al Governo: «Investite parte delle risorse del Recovery Plan sulla formazione continua degli adulti!».

Formare gli adulti senza istruzione

L’istanza, firmata tra i primi dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), dall’Istituto nazionale di documentazione innovazione e ricerca educativa (Indire) e dal Centro europeo per la formazione professionale (Cedefop), sollecita a muoversi rapidamente per centrare «entro il 2025 l’obiettivo europeo del 50 per cento di adulti che partecipino ad attività formative almeno una volta ogni dodici mesi». «Un livello così basso di istruzione di troppi italiani – commenta il presidente Inapp Sebastiano Fadda – produce gravi conseguenze per il Paese. Abbatte la produttività a causa delle insufficienti capacità innovative, della scarsa attitudine a inquadrare correttamente i problemi e quindi a risolverli, della difficoltà a lavorare in team e in smart working. Ma non sono solo gli aspetti economici ad essere penalizzati. Le ridotte competenze degli adulti impattano anche sulle capacità critiche e di analisi dei fenomeni, compresi quelli politici, producendo cittadini meno consapevoli e abbassando la partecipazione democratica».

PIù difficoltà per i figli di adulti non istruiti

Il problema si aggrava ulteriormente perché le scarse competenze di molti adulti creano un’ipoteca penalizzante anche sui loro discendenti, impedendo loro di salire sul cosiddetto ascensore sociale. È la stessa Inapp ad appurarlo nel suo studio «Istruzione e mobilità intergenerazionale», che ha preso in considerazione padri e madri nati tra il 1977 e il 1986. Un figlio di questi genitori che abbiano la sola licenza media, infatti, riesce ad arrivare alla laurea appena nel 12 per cento dei casi, una percentuale che crolla ancora più drasticamente (6 per cento) se il ragazzo ha padre e madre senza alcun titolo di studio. Il distacco dai figli provenienti da famiglie con formazione più completa è rilevante: arriva alla laurea il 48 per cento dei giovani con genitori in possesso del diploma di scuola media superiore e il 75 per cento di chi discende da laureati. E l’istruzione superiore non significa solo una laurea da incorniciare, ma, ricorda Inapp, «incide significativamente sulla futura posizione lavorativa, sulle opportunità di carriera, sul reddito, sul benessere e sul prestigio sociale».

Le proposte per la formazione continua

«Non possiamo più permetterci – avverte il presidente di Indire Giovanni Biondi – una situazione in cui la conclusione del percorso scolastico significhi fine della formazione. Abbiamo bisogno di una formazione continua che sappia tenere al passo le competenze degli adulti. Esistono esperienze come quelle dei Cpia, i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, a cui è però iscritta una minoranza: non più di 163 mila persone. È viceversa necessario un sistema di formazione integrato con scuole e università, che accompagni la popolazione in tutto l’arco della vita». Obiettivo ancora lontanissimo visto che, secondo Eurostat, nel 2019 la percentuale di 25-64enni italiani che ha partecipato ad attività di istruzione e formazione è stata del 7,7 per cento contro l’8,2 dei tedeschi, il 10,6 degli spagnoli, il 14,8 dei britannici e il 19,5 dei francesi.