LA BIOSFERA, L’AMBIENTE CHE ABITIAMO da IL MANIFESTO e SEMINARIO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA BIOSFERA, L’AMBIENTE CHE ABITIAMO da IL MANIFESTO e SEMINARIO

Dipesh Chakrabarty e l’ecologia radicale

SCAFFALE. «La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene», un volume dello studioso indiano appena edito per ombre corte e a cura di Girolamo De MicheleGennaro Avallone 02.03.2021

Dipesh Chakrabarty sta dando un contributo molto importante alla comprensione del cambiamento climatico, mettendo insieme le conoscenze sulla storia del clima e sulle trasformazioni del modo di produzione capitalistico-industriale con quelle maturate nel campo della Scienza del sistema terrestre. Il contributo dello studioso indiano e docente di storia presso l’Università di Chicago è ancora più rilevante in quanto esso si confronta anche con una lettura delle implicazioni politiche delle profonde trasformazioni in corso.

QUESTE ULTIME, in primis la crisi climatica, l’innalzamento delle temperature medie, la drastica e diffusa riduzione della biodiversità e la possibile sesta Grande Estinzione delle specie, non sono mutamenti passeggeri o relativi, ma hanno una forza epocale. La loro portata evidenzia che non siamo dentro una semplice, seppure grave, crisi ambientale, bensì di una trasformazione radicale determinata dal «nostro stesso modo di sviluppo, in quanto fondato sui combustibili fossili».

Secondo Chakrabarty, mai prima del momento che stiamo vivendo era accaduto che la storia umana si scontrasse con la storia terrestre, cioè che la storia del pianeta, inteso come la combinazione dei processi geologici, fisico-chimici e biologici che permettono la vita complessa sulla Terra, fosse modificata dalla storia del globo, quindi dalla storia fatta dagli esseri umani. Ora, coerentemente con quanto ha riconosciuto l’Antropocene Working Group dell’International Commission of Stratigraphy, «le nostre azioni sembrano determinare la stessa storia terrestre».

In altre parole, l’affermazione di una nuova era geologica chiamata Antropocene, dunque il divenire forza geologica da parte dell’umanità, sebbene secondo livelli di responsabilità differenziati al suo interno (non dimenticando, quindi, le diseguaglianze economico-sociali, politiche e militari a scala globale), significa che il modo di produrre e vivere degli esseri umani è arrivato ad un punto tale da potere incidere direttamente e costantemente sulla storia della Terra e non solo su quella umana.

È CON TALE DENSITÀ STORICA, ecologica e politica che il libro La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene, curato e introdotto da Girolamo De Michele e tradotto da Carlotta De Michele (ombre corte, pp. 167, euro 15), ci invita a entrare in relazione. Da leggere in maniera approfondita, il testo si confronta con una prospettiva di ecologia radicale che, nell’introduzione, De Michele presenta attraverso un’analisi ricchissima, nella quale si mette in evidenza la necessità per le società umane di operare un processo di decentramento, cioè «una critica radicale al capitalismo finanziario ed estrattivo» attraverso pratiche capaci di costruire una coscienza di specie.

Il libro è una raccolta di cinque saggi e due interviste scritti tra il 2012 e il 2020, successivi all’articolo del 2009 «Il clima della storia: quattro tesi», nel quale lo studioso indiano aveva organizzato il suo nuovo campo di ricerca, dopo essere diventato un punto di riferimento nel dibattito internazionale con il volume Provincializzare l’Europa, pubblicato in italiano nel 2004. In quell’articolo, Chakrabarty assumeva la categoria di Antropocene, come ipotesi di epoca geologica che viene dopo l’Olocene, senza rinunciare a riconoscere che essa non esclude il riferimento al concetto di Capitalocene (che mette più marcatamente in evidenza la critica ai rapporti di potere che lungo la storia del capitalismo hanno prodotto la crisi ecologica) elaborato da Jason W. Moore nell’ambito dell’approccio dell’ecologia-mondo.

Il suo obiettivo, ribadito nei testi qui pubblicati, è quello di mettere in evidenza il divenire forza geologica della specie umana, capace, ormai, di potere incidere sul clima «per i millenni a venire». In altre parole, articolando analisi che già la tradizione materialistica aveva elaborato, compresa quella italiana di Machiavelli, Leopardi e Timpanaro, nell’epoca che stiamo vivendo si starebbe riducendo l’autonomia della natura rispetto all’umanità, anche se questa riduzione è in ogni caso relativa, in quanto «il cambiamento climatico planetario e l’Antropocene sono anche eventi guidati da vettori non umani, non viventi, che operano su scale multiple».

DI FRONTE a questo cambiamento radicale, nel quale la questione climatica ricopre una funzione centrale che ha a che vedere con la storia del capitalismo anche se non si può ridurre a essa, una politica che si ponga solo il problema delle emissioni di gas serra e della transizione verso le energie rinnovabili resta all’interno di una visione «umanocentrica», condannandosi a non vedere la crisi nella distribuzione della vita naturale riproduttiva dovuta al cambiamento climatico.

Questa visione sta anche influenzando il modo di comprendere e affrontare la pandemia in corso, nella quale il discorso pubblico dominante non vuole vedere l’azione combinata in atto di una molteplicità di crisi e, quindi, la necessità di cambiamenti da introdurre a diversi livelli (nella distribuzione internazionale della ricchezza, nel regime di mobilità delle persone, nel rapporto tra sistemi umani e sistemi non umani di vita), per cercare, invece, di ritornare ad una normalità pre-pandemia. Questo blocco conservatore si sta verificando nonostante le cause della pandemia abbiano definitivamente mostrato che «gli umani sono i più grandi agenti di devastazione dell’ambiente di questo pianeta», rendendo ancora più attuale l’urgenza, espressa nelle pagine conclusive del libro così come in quelle della prefazione di De Michele, di un’alternativa all’attuale organizzazione socio-ecologica capitalistica, che non si fondi più sulla distruzione o sul dominio «dell’ordine della vita sul pianeta».

Seminario: disordine della natura

Relazione su: La Biosfera, l’ambiente che abitiamo

ENZO SCANDURRA

Non conosco i motivi che hanno suggerito agli organizzatori di questo seminario, di chiamarlo “disordine della Natura”. E’ interessante, ma si può leggere in due modi alternativi. Ovvero la natura è ordinata e siamo noi (homo faber) che la sta “disordinando”, oppure che la natura di per sé è “disordinata”.

Partirei da questa seconda proposizione. Che vuol dire che la natura è disordinata? Nel Seicento e Settecento si diceva che essa è come un orologio (da cui la metafora del Grande Orologiaio, cioè Dio), oppure (che è la stessa cosa) che essa funzionava come una macchina (la macchina banale di Heinz von Foerster von Foester, meccanicismo, riduzionismo, Bacone, Cartesio). Ora sappiamo che essa è disordinata (apparentemente) ma che tale disordine è funzionale al suo equilibrio.

Saremmo infatti in difficoltà a spiegare perché esistono tante specie di vegetali e animali, perché tanti paesaggi così diversi, perché tante lingue, perché alcuni luoghi sono particolarmente freddi e altri molto caldi. Indubbiamente c’è del “disordine” in tutto questo. 

Ora la biosfera (l’ambiente che abitiamo, di cui dirò fra poco) ha un suo particolarissimo e unico equilibrio che si basa proprio su questo apparente disordine.

Essa, al pari dei virus e di qualsiasi forma vivente, ha come unico scopo la propria sopravvivenza (anche a scapito degli umani qualora si estinguessero). Per mantenere questo equilibrio (ce lo ha insegnato Darwin) è necessario che essa produca quanto più specie possibile perché in caso di eventi catastrofici (che pure si sono già verificati nel corso dei milioni di anni) qualche specie sopravviva e così riparta il ciclo.

Se la natura non fosse ridondante (aggettivo che in genere sta ad indicare un difetto), non riuscirebbe a sopravvivere. Quindi ogni specie, vegetale e animale, compreso l’uomo, assolve una funzione necessaria che è quella di preservare l’equilibrio del pianeta. La ridondanza, infatti, (come ci insegna la teoria dei sistemi) non è in questo caso un difetto, ma anzi un valore (come nell’organismo vivente o come nel Dna dove ci sono parti ridondanti, o ancora come nel cervello umano e non).

Ed ecco che siamo arrivati al concetto di biodiversità che possiamo anche definire una ridondanza necessaria.

Prima di avventurarci su significato di questo disordine è bene ricordare alcuni fondamentali che regolano la biosfera e con essa il vivente.

Primo: milioni (forse miliardi di anni fa) l’atmosfera del pianeta era formata da gas velenosi che impedivano lo sviluppo di specie viventi. Poi arrivò l’alga azzurra e le grandi foreste prodotte con il meccanismo della fotosintesi (che significa: fare cose con la luce). La fotosintesi funziona così: un po’ di energia del sole, qualche molecola d’acqua e minerali ed ecco che nasce la pianta.

Ad un certo punto sul pianeta le piante si sono sviluppate fino a formare le grandi foreste. Per milioni di anni queste foreste hanno sottratto carbonio dall’atmosfera fino a portare la composizione dell’aria a quella attuale (78% di ossigeno e 21% di azoto).

A questo punto è nata la biosfera che è un prodotto del sole (anche le forme viventi, al pari, sono un prodotto del sole). E’ chiamata anche la buccia dell’arancia blu (buccia perché sottile, blu perché è il colore che la terra ha vista dallo spazio). Si tratta di una corona sferica dalla profondità di circa 30-40 kilometri, ovvero, 10 km sotto il mare (idrosfera), crosta terrestre (litosfera) e atmosfera (circa 15 km). La biosfera è il luogo in cui è nata la vita.

E’ molto improbabile che altri pianeti abbiano una biosfera per i motivi di dirò appresso.

Problema n°1: il carbonio sottratto dall’aria dove è andato a finire? Usando un linguaggio metaforico, possiamo dire che le grandi foreste hanno virtuosamente (a beneficio del vivente) ripulito l’aria e eliminati i gas venefici. Quindi il carbonio sottratto è un rifiuto della biosfera.

Esso è stato sepolto sotto le viscere della terra trasformandosi nel tempo nei fossili (carbone, petrolio).

Adesso immaginate che un diavoletto (l’uomo) dis-seppellisca questo carbonio e lo bruci. Non farebbe altro che invertire il processo che ha portato allo sviluppo della vita. E’ come se uno spazzino riversasse sulla strada tutti i rifiuti che nel corso dei secoli sono stati seppelliti sotto la crosta.

Ebbene questo è ciò che stiamo facendo noi, homo faber. Per cui l’obiettivo delle emissioni zero si potrà raggiungere solo quando  l’homo faber smetterà di usare i fossili come energia, ovvero smettendo di utilizzare i rifiuti.

Un tempo si diceva: allora utilizziamo l’energia nucleare.

Ora questa si ottiene secondo due principi: uno è quella della fusione di atomi, due atomi si fondano ed emettono una quantità di energia, senza radiazioni nocive. Sarebbe un bel rimedio senza più scorie e radiazioni pericolose, ma per innescare tale processo bisogna raggiungere temperature proibitive (che scioglierebbero qualsiasi contenitore). Niente da fare, almeno per ora.

C’è la fusione a freddo, ma nonostante i vari annunci non si è mai riusciti a realizzarla.

C’è un secondo sistema per ottenere energia nucleare: la fissione, si spacca l’atomo e si produce una grande quantità di energia. Peccato che il sistema è alquanto pericoloso, ovvero da scartare (scorie, radiazioni, esplosioni, vedi Cernobyl, Fukushima, ecc.).

Ma noi abbiamo già una grande centrale nucleare assolutamente innocua: è il Sole. E’ da lì che possiamo prendere energia (la biosfera già lo fa).

2° problema: il principio di entropia. L’entropia è una misuratore dello stato di disordine, ovvero essa corrisponde allo stato più probabile (che è poi quello del disordine).

L’entropia è un nemico irriducibile, infatti essa non può che aumentare (ovvero non può che aumentare il disordine), nel senso che misura l’irreversibilità dei processi. Più trasformi energia più l’entropia aumenta fino alla morte termica (quando ogni punto dell’universo ha la stessa temperatura, perché l’equilibrio statico è la morte per ogni sistema termodinamico).

Nel nostro pianeta in passato (quando ancora non era comparsa la specie umana) è accaduto qualcosa di incredibile: l’entropia del pianeta è diminuita, passando dalla condizione di disordine a quella di ordine). Ma come, diranno alcuni se essa non può che aumentare?

Ebbene questa la spiegazione. Dall’esterno del pianeta arriva energia solare ad alta temperatura (bassa entropia), essa in parte rimbalza sulle nuvole e in parte entra nel pianeta (filtrata dall’ozono). Nel pianeta si crea la vita ovvero ordine dal disordine (diminuzione di entropia), contemporaneamente parte dell’energia solare di rimbalzo esce dal pianeta a bassa temperatura (aumento di entropia).

Dunque la diminuzione dell’entropia (passaggio dal disordine all’ordine) è solo apparente. Se ci riferiamo al sistema terra+ sole+spazio ecco che l’entropia totale aumenta.

Come dire che accanto ai rifiuti dei combustibili fossili c’è un’altra specie di rifiuti che è l’energia solare emessa dalla terra nello spazio.

«Quando parliamo di sostenibilità non dobbiamo illuderci che la tecnologia possa permetterci di crescere per sempre poiché, per quanto possiamo essere tecnologicamente avanzati, non saremo mai perfetti e inquineremo il Pianeta. Se la termodinamica ci dice che non saremo mai in grado di non produrre scorie, le quali non potranno mai più rientrare nel ciclo produttivo, i processi di riciclo recupero, in quanto processi termodinamici, produrranno scorie non più utilizzabili. Per quanto ci impegneremo nel riciclare, ogni nostro sforzo non sarà mai in grado di violare la termodinamica. Dovremmo certo aspirare a processi produttivi meno inquinanti, ma senza illuderci che l’economia circolare – una crescita economica senza distruzione o spreco – sia possibile o che questa “promuoverà una crescita economica sostenibile”[…]  non c’è modo di lasciare in eredità alle prossime generazioni la Terra così come noi l’abbiamo trovata, poiché è impossibile realizzare un processo che sia efficiente al 100%, ovvero che non inquini e che non lasci impronta del nostro passaggio. La produzione comporta un consumo di energia che fa aumentare l’entropia del sistema rendendo impossibile alle generazioni future ripercorrere il nostro cammino. Il processo produttivo consuma materie prime non rinnovabili – e questo pone il problema, accanto a quello della pressione demografica, della finitezza delle risorse – e usa energia che inevitabilmente si deteriora». (Una rivoluzione copernicana per l’ambiente (e noi stessi), Mauro Gallegati, 19.02.2021).

Ora l’entropia merita un discorso a parte (Freud) che qui non c’è tempo per trattare

Ma vediamo cosa stiamo facendo attualmente (e qui il riferimento alla transizione ecologica è necessario).

Gregory Bateson usando un linguaggio metaforico preso a prestito dalla Bibbia (di cui era un profondo conoscitore) diceva: il dio ecologico non può essere beffato, ovvero in ecologia non esistono scorciatoie. Ritornerò alla fine di questa relazione su questa fondamentale affermazione

Prima facciamo qualche precisazione

Qualche anno fa, Edgar Morin sosteneva che l’ecologia, da lui considerata una sapere trasgressivo che attraversava tutti gli altri saperi, era diventata, nelle università, una disciplina al pari delle altre perdendo la sua iniziale carica nell’indistinto accademico. Anche nel campo della politica essa restò appannaggio di un piccolo partito dei verdi come se fosse, quello ecologico, un sapere distinto dagli altri.

Con il diffondersi dell’allarme per la devastazione del pianeta e per il surriscaldamento climatico, oltre che per i numerosi movimenti in difesa dell’ambiente, l’attenzione dei governi europei verso l’ecologia è aumentata molto in questi ultimi anni se lo stesso Biden ha firmato un ordine esecutivo per rientrare nell’Accordo di Parigi sul clima, revocando al tempo stesso il permesso federale all’oleodotto Keystone Xl. Anche gli Stati Uniti, dunque, dopo la disastrosa parentesi Trump, promettono di raggiungere un’economia al 100% di energia pulita ed emissioni zero nette non più tardi del 2050.

Ho scorso, di recente, i sei capitoli che il fisico Cingolani, proposto al nuovo Ministero dedicato alla transizione ecologica, ha dedicato a questo tema. Se da una parte il linguaggio di Cingolani è quello di un fisico certamente competente, dall’altra stupiscono le sue argomentazioni che trattano di tutto e il loro contrario.

Le sei schede, ciascuna dedicata a un tema particolare evidenziano come Cingolani sia piuttosto un conoscitore dell’innovazione tecnologica (del resto ha diretti il famigerato LIT di Genova per molti anni, drenando ingenti risorse destinate agli atenei pubblici) che non di ecologia. Approssimate sono le sue ricette che spaziano dal nuovo modello urbano (quale?) alle energie rinnovabili. L’impressione è che siamo di fronte a un programma propagandistico anziché a una svolta nel rapporto ecologia/economia.

Perché non può esserci transizione senza la scelta di trasformare l’economia e questa scelta di fondo, come ben osserva Roberto Mancini, «non c’è, anzi c’è l’illusione mortale che si possa andare avanti con il capitalismo opportunamente revisionato». Lo conferma la presenza di un Ministero per lo sviluppo, affidato addirittura a Giorgetti.

Se provate a confrontare i contenuti ecologici e il messaggio della Laudato sì di Papa Francesco con i proclami del nuovo Ministero della transizione ecologica, sarete scossi da un brivido di incredulità.

Nel documento papale l’ecologia integrale parte dal creato (biosfera) che abbraccia tutto il vivente in una catena di relazioni senza discontinuità. Non ci può essere transizione ecologica lasciando fuori disuguaglianze, povertà e ingiustizia; questo, in sintesi, l’insegnamento.

Con l’istituzione del nuovo Ministero c’è il (solito) tentativo tecnologico delle lobbies di sostituire (invano) l’uso dei fossili con invenzioni fantasmagoriche che comunque ad esso infine riconducono. Si tratta di inutili scorciatoie se non di vere e proprie toppe.

Facciamo qualche esempio.

Che cos’è l’idrogeno e la “nuova civiltà” ad idrogeno? Non esistono miniere di idrogeno (esso è solo un vettore capace di trasportare energia), dunque bisogna produrlo e per produrlo occorre energia. Ma quale energia? Quella dei fossili? Si dice che potrebbe essere prodotto con l’uso di energia alternativa. E così siamo tornati al punto di partenza, ovvero produrre energia alternativa, che poi è il vero problema mai risolto.

Altra invenzione: la tecnologia Ccs (Carbon Capture and Sequestration) ovvero ri-catturare la CO2 prodotta (perché l’era dei fossili non è mai finita) e pomparla sotto le viscere del pianeta. Questo è ciò che hanno fatto, in via naturale, per milioni di anni le grandi foreste sottraendo carbonio dall’atmosfera e seppellendolo sotto la crosta terrestre (i rifiuti della terra, ovvero i fossili).

Noi lo abbiamo estratto e utilizzato per tutto il secolo passato e presente, cioè abbiamo utilizzato i rifiuti del pianeta disseppellendoli e modificando così il sottile strato di gas serra che serve a mantenere costante la temperatura (e l’equilibrio) del pianeta.

Ora ci siamo accorti che stavamo mettendo a repentaglio l’equilibrio della biosfera e vogliamo rimettere la CO2 al suo posto (cioè sottoterra). Ma occorre energia: per separare la CO2, per pomparla sotto la crosta. E con quale energia? Anche qui si dirà: l’energia rinnovabile. Già, se ce l’avessimo!

Ancora: le auto elettriche. Sappiamo da studi recenti che allo stato attuale sono più inquinanti di quelle tradizionali per via della batteria. Potremmo migliorare i processi, resta il fatto dei metalli utilizzati per le batterie (litio, cobalto): dove si prendono e dove si smaltiscono? Ci sono Stati e continenti pattumiere, come l’Asia o l’Africa.

Scavare ancora nel sottosuolo per estrarre metalli per le batterie e poi versare quelle usate, altamente inquinanti, negli stessi territori.

La Laudato sì presupponeva un cambiamento di stile nei comportamenti: più sobri, più solidali, più conviviali (ricordiamo Alex Langer: più lento, più profondo, più dolce). Ripensare la crescita a partire dalla condanna del consumismo, del consumo (inutile) di suolo, dell’uso dell’auto, del turismo di massa, della produzione di armi e del loro commercio, della produzione intensiva dell’agricoltura, del macello di migliaia di animali per la produzione di carne, dell’alta velocità che ha ancora più impoverito i territori che attraversa senza fermarsi.

Fare questo vuol dire rinunciare al progresso? Semmai significa arrestare la folle corsa verso l’instabilità del pianeta e scongiurare la (prossima) fine della specie umana.

Quanto al progresso basta forse rileggere La Ginestra di Leopardi: questo secol superbo e sciocco…, le magnifiche sorte e progressive.

Progresso dovrebbe significare ritrovare l’alleanza con la terra, con le altre specie che, saccheggiate dei loro habitat, hanno trasmesso la grande pandemia che ci sta massacrando. Ma questo non sembra essere l’obiettivo della transizione ecologia del nuovo Ministero. Anzi, accanto ad esso c’è quello dello sviluppo del leghista Giorgetti che persegue gli obiettivi opposti.

E’ chiaro che l’ecologia, per tornare alla frase di Bateson, non può essere beffata e non esistono scorciatoie per aggirarla. Quello che noi pervicacemente tentiamo di fare inventando parole, espressioni, tecniche (e Ministeri) per esorcizzare l’apocalisse ambientale.