IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE E IL SONNO DELLA RAGIONE CRITICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE E IL SONNO DELLA RAGIONE CRITICA da IL MANIFESTO

Lettera aperta agli «intellettuali» del Bar Messico

Fumo afghano. Gli Stati Uniti, quel paese che da due secoli garantisce nel mondo la violenza razzista e imperialista, che da due secoli fomenta la guerra, sono morti. L’Occidente è mortoFranco «Bifo» Berardi  21.08.2021

Il coro di raffinati intellettuali ha ripreso a cantare: esportare la democrazia è un nostro diritto, anzi un nostro dovere! Cantano nel coro illustri intellettuali come Francesco Merlo, Ernesto Galli della Loggia, Fiamma Nierenstein e naturalmente Giuliano Ferrara.

Colpito da tanta passione democratica sono andato a informarmi, e ho studiato la storia passata e presente del principale esportatore della democrazia, i famosi Stati Uniti d’America. Ho scoperto che si tratta di un paese nato da un genocidio perfetto, dallo sterminio spietato degli indigeni che abitavano quella terra prima che i democratici arrivassero. Ho scoperto che si tratta di un paese che ha conquistato la prosperità grazie alla deportazione di decine di milioni di africani, e grazie allo schiavismo sistematico, abolito formalmente dopo una guerra civile, ma poi tranquillamente continuato con la carcerazione di massa e i lavori forzati dei neri. Ho scoperto che in questo paese la polizia uccide quotidianamente nelle strade persone disarmate, soprattutto se di pelle nera. Le loro vite «non contano», lo grida per le strade un movimento intero di donne e uomini.

Ho scoperto che l’11 settembre del 1973 questo paese finanziò e appoggiò un generale nazista che uccise Salvador Allende e trentamila cittadini cileni. Ho scoperto che una piccola minoranza possiede una ricchezza immensa mentre la maggioranza della popolazione, nera latina e bianca, vive in condizioni di miseria, sfruttamento e ignoranza. Ho scoperto che per ottenere un titolo di studio universitario è necessario contrarre un debito che pagherai solo accettando condizioni di lavoro precario e miserabile. Ho scoperto che le grandi aziende farmaceutiche di quel paese hanno distribuito oppiacei a milioni di poveri bianchi disperati.

Inoltre, approfondendo un poco, ho scoperto che gli orribili assassini talebani non esistevano prima che gli Stati Uniti (il faro della democrazia, appunto) finanziassero l’islamismo radicale per colpire gli occupanti sovietici. Per giustificare il finanziamento del terrore islamista in Afghanistan, Zbignew Brzezinski, uno dei più importanti intellettuali dell’impero americano disse: «Cosa pensate che sia più importante nella storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche islamista un po’ troppo eccitato o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?».

Ecco, ora sappiamo che Brzezinski sbagliava, su questo punto. L’Unione sovietica è implosa e scomparsa, dimenticata. Pace all’anima sua. Ma qualche islamista un po’ troppo eccitato ha finito per provocare il collasso della credibilità americana, al punto che possiamo dire che adesso è l’Occidente che scompare, anche se forse non lo farà così tranquillamente come lo fece l’Urss. Il punto è che i principali finanziatori del terrorismo islamico, e particolarmente di Al Qaeda, furono proprio loro, i difensori della democrazia, e la cosa non è poi tanto sorprendente dal momento che un altro paese dominato dall’orrore islamista, l’Arabia Saudita, strettamente allacciata al grande fratello democratico dal petrolio e dal dollaro, è il principale alleato degli Stati Uniti.

Mi è sorto allora il sospetto che questi intellettuali da bar Messico che scrivono su giornali «liberi» come la Repubblica, o Il Corriere della Sera, (e altri cosiddetti «liberi» ma padronali) non conoscano la storia. O forse la conoscono. Ma in questo caso sono costretto a dire che questo genere di «giornalismo» mi disgusta. Mi disgustano per il cinismo orrendo con cui chiamano le donne afghane a testimone della superiorità della loro democrazia. Mi disgustano per la mala fede con cui citano la liberazione dal nazismo per esaltare l’intervento armato americano. Solo cinismo e mala fede, infatti, possono far dimenticare a questi intellettuali da Bar Messico che la storia americana è una storia di orrore razzista che dura da due secoli.

Ma adesso è finita, anche se quelli che scrivono sui giornali «liberi» (ma padronali) non sono in grado di capirlo, o forse preferiscono ignorarlo. È finita perché l’America non esiste più. Quel paese, che da due secoli garantisce nel mondo la violenza razzista e imperialista, che da due secoli fomenta guerra, ora è morto. Non ha un presidente, perché Biden è annichilito dalla vergogna e nessuno può fidarsi più di lui. Non ha alleati perché gli alleati di quel paese se la stanno filando all’inglese. Non ha un popolo perché ce ne sono due e sono in guerra fra loro. Non ha un governo perché non c’è nessuna maggioranza parlamentare. Non ha un futuro perché il suo destino manifesto è quello di dilaniarsi nella disuguaglianza, nella demenza di massa, nell’ignoranza e nella violenza armata.

L’Occidente è finito, cari Merlo, Ferrara, Nierenstein, Della Loggia e compagnia bella. E anche voi, senza più la possibilità di raccontare le «magnifiche sorti» delle guerre umanitarie, siete finiti. Rendetevene conto.

Il tramonto dell’Occidente e il sonno della ragione critica

Il capitalismo predatorio unisce crisi ambientale al punto di «non ritorno», crisi pandemica tutt’altro che in diminuzione e l’acuirsi, globalizzato, delle disuguaglianze

Pier Giorgio Ardeni  21.08.2021

Ci sono congiunture storiche che segnano momenti di passaggio o rottura, anche solo per l’addensarsi di eventi dall’alta valenza simbolica. Questa torrida estate del 2021 pare essere una di quelle, mentre ogni sua sera assistiamo al rosso di un tramonto infuocato come non mai, dovunque ci troviamo sul nostro emisfero, mostrandoci de vivo, plastico ed oscuro ad un tempo, un altro tramonto, epocale, quello dell’Occidente. Non quello spengleriano, né quello sbeffeggiato da conservatori e liberali in faccia alla sinistra dopo ogni crisi economica («Volevate la fine dell’Occidente? Sorry, il tramonto è rimandato ad una prossima puntata»). È un tramonto che ci viene offerto a pezzi, eppure tutti nel palinsesto di queste settimane, quello dell’Occidente di origine europea e cristiano, da cui viene quella contrapposizione tra «uomo» e «natura», e del suo sistema economico capitalistico «liberale». Di fronte al quale il pensiero antagonistico, alternativo o semplicemente critico, pare spento.

Certo, se parlare di «tramonto dell’Occidente» può sembrare un’esagerazione retorica – il cui contenuto meriterebbe ben altro spazio e approfondimento – è però l’affermazione logica di un’evidenza. Che cosa unisce, infatti, la crisi ambientale, avvicinatasi al punto di «non ritorno», la crisi pandemica, che non accenna a diminuire, la crisi del capitalismo globalizzato, con la rottura delle catene globali e l’acuirsi delle disuguaglianze vieppiù estreme e, infine, la crisi dell’egemonia politico-militare del blocco occidentale? A ben vedere, infatti, tutte queste ammontano ad una crisi dell’Occidente, perché tutte originano dallo sviluppo e dall’affermarsi del capitalismo predatorio da esso originatosi.

La catena degli eventi di queste settimane non poteva essere più esemplare: dall’anniversario del G8 di Genova – quell’«avevamo ragione» degli alter-mondialisti che già allora avevano criticato la globalizzazione a vantaggio dell’«uno per cento» – alla morte di Gino Strada – l’uomo «contro ogni guerra perché ogni guerra è ingiusta», che aveva sempre stigmatizzato l’intervento in Afghanistan –; dall’uscita del rapporto dell’IPCC «non c’è più tempo» – all’inconcludente G20 sull’ambiente; dalla «quarta ondata» della pandemia, nonostante il vaccino, fino alla presa di Kabul da parte dei talebani. Una sequenza di istantanee impressionanti per tempismo e icasticità. Tutte aventi per «soggetto» questo nostro Occidente.

Per quanto Francis Fukuyama affermi che la debacle afghana non è la fine dell’«era americana», il ritiro delle truppe Usa e Nato, divenuto ritirata, disfatta, non può nascondere quanto quella costosissima guerra, durata vent’anni, sia stata «inutile». Un governo fantoccio si è dissolto, assieme al suo esercito, e migliaia di afghani che avevano creduto all’Occidente sono lasciati alla mercè dei talebani. Come aveva detto Gino Strada poco prima di morire, «se tutti quei soldi fossero stati spesi diversamente avremmo fatto di quel Paese una «Svizzera d’Asia».

Perché in questi vent’anni, lasciandoci tutti guidare dal «mercato», abbiamo creduto che il progresso portato dalla globalizzazione, supportato dal robusto intervento dei nostri eserciti per «esportare la democrazia», avrebbe portato tutti a seguirci, perché Dio – e i soldi – sono «dalla nostra parte». Ma la globalizzazione non ha fatto che continuare a perseguire il disegno coloniale di omogeneizzazione e assimilazione del capitalismo occidentale. L’imposizione del nostro «ordine» ha solo soverchiato nazioni, etnie, tradizioni, esportando conflitto; il capitalismo globalizzato ha generato società drammaticamente divise in classi, facendosi vieppiù predatorio nello sfruttamento delle risorse. Consumando terra, foreste, biodiversità, alimentando inquinamento e degrado, in una corsa folle verso l’annientamento terrestre.

Oggi assistiamo al tramonto di un «sistema», impostosi grazie all’affermazione del capitalismo, basato su uno sfruttamento che non conosce limiti e lo vediamo negli incendi che divorano foreste e prosciugano fiumi, nelle alluvioni «bibliche», nel propagarsi di virus «zoonotici» che proliferano negli eco-sistemi alterati cui non sappiamo fare fronte, se non rincorrendoli con vaccini che non fanno che arginarli. Il nostro «progresso» non è che questo pianeta devastato, ed è l’Occidente a portarne la responsabilità.

Di fronte a tutto ciò, un pensiero «critico» dovrebbe risvegliarsi dal suo sonno, per non essere succube dell’incubo. Non tanto la «sinistra», persasi dietro al sogno neo-liberista con tinte «welfariste», coltivando le sue «classi medie» nazionali, rinunciando ad ogni prospettiva di trasformazione, quanto la critica «radicale» – oltre il capitalismo predatorio, oltre l’ordine attuale del mondo e delle sue premesse, plagiato dall’Occidente nella sua affermazione. La tempesta che spirava dal paradiso, il «progresso», in cui si erano impigliate le ali dell’angelo della storia di Benjamin, che guardava indietro al cumulo di rovine che si ergeva verso il cielo, oggi è un incendio che proviene dall’inferno, e quelle ali bruciano. Ma le nostre classi dirigenti dormono il sonno della ragione, gli intellettuali, distratti, coltivano il proprio io «depresso», e nessuno pare in grado di guardare alla realtà, che ci soverchia. «Vai, vai, vai, disse l’uccello: l’umanità non sopporta troppa realtà» (T.S. Eliot, Burnt Norton, Quattro quartetti).