IL PRIVILEGIO EUROPEO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL PRIVILEGIO EUROPEO da IL MANIFESTO

Il privilegio europeo del Digital Covid Certificate

Laura Burocco  04.07.2021

Il tanto atteso EU Digital COVID Certificate è arrivato aprendoci nuovamente le vie infinite del viaggio. Apparentemente, perché qualcosa che l’era COVID ci ha insegnato è che ‘del domani non v’è certezza’. Ci si chiede poi quale sia il valore effettivo in termini di prevenzione sanitaria di un Green Pass dato – come nel caso di chi scrive – prima della somministrazione della seconda dose, e ben prima del trascorrere dei 15 giorni dopo tale somministrazione, come inizialmente si diceva che dovesse funzionare in termini ritenuti sanitariamente affidabili. Ma si sa, tutto cambia, e la scienza nel post-antropocene è anche lei soggetta a cambiamenti di umore. Si dice nel documento che: ‘questo certificato non è un documento di viaggio dovuto al continuo evolversi delle nuove varianti del virus’. Non lo diventerà quindi neppure dopo la somministrazione della seconda dose e in quanto tale, non ha alcun valore ai sensi sanitari. Eppure ne ha molti ai sensi delle già esistenti relazioni di potere disequilibrate tra nord e sud, tra UE/USA e il resto del mondo. Ci sono bizzeffe di scritti su quanto questa Pandemia abbia evidenziato, peggiorato ed allargato antiche diseguaglianze sia locali che internazionali, e questo Digital COVID Certificate sembra essere solo la ciliegina sulla torta che mancava al non ritorno alla normalità che era un problema.

Avere un passaporto Europeo significa molte cose. In un mondo in cui l’economia capitalista neoliberista legata alla produzione cognitiva, non solo non supera i rapporti di potere colonialisti, ma anzi li rafforza in un nuovo colonialismo che limita il diritto di movimento ad un gruppo di individui selezionati localmente e globalmente connessi, il Digital COVID Certificate si somma ad un già abnorme privilegio. Il capitalismo cognitivo crea valore attraverso la connettività, la circolazione della conoscenza individuale e l’innovazione costante. Per quanto ci si stia sforzando a far credere che il digital turn che stiamo vivendo moltiplicherà le possibilità di contatti e circolazioni di idee e opportunità, non ci sono dubbi che questo accadrà – io stessa senza muovermi dalla mia casa posso partecipare a due conferenze lo stesso giorno in due continenti diversi- ma solo per un limitato gruppo di persone, i già titolari di un ‘passaporto forte’ a cui ora si somma il ‘COVID Free Pass’.  I regimi dei visti occidentali concepiti alla fine degli imperi coloniali per garantire il mantenimento dei privilegi del nord, continuano indisturbati la loro missione, privilegiando coloro nati nel nord e limitando la libertà di movimento, e di conseguenza ogni concepibile opportunità economica, sociale e politica degli altri. Come afferma Sohonie: “la cittadinanza è oggi la valuta più potente, spesso soppiantando la razza”. Innumerevoli sono le denunce che già prima della Pandemia riguardavano le difficoltà di accesso e circolazione di intellettuali africani. Anni fa Okwunodu Ogbechie ha denunciato la difficile esperienza per ottenere un visto di 10 giorni per visitare Documenta XI, concludendo quindi di non essere sorpreso di trovare pochissimi neri tra la folla a Kassel. Forse grazie alla presenza degli Afropolitans ( Africans out of Africa ) questa invisibilità è migliorata ma le difficoltà di artisti africani con sede in Africa per ottenere un visto che gli/le permetta di mostrare le loro opere all’estero, come descritto da Kwame Opoku, continua uguale.

Il problema di come la località contribuisca a diminuire il valore del lavoro intellettuale ai ‘periferici’ e di come il digital divide stia influenzando il nostro futuro come società sia localmente (si pensi banalmente alla discrepanza di accesso ai mezzi della DAD) sia globalmente (pensando a come le nuove economie stiano diventando una forma di inasprimento e di divisione), dovrebbe sempre più trovare spazio nei dibattiti riguardanti la decolonizzazione delle forme di creazione di valore. Se la fuga di cervelli è accettata dal Nord, al contrario, le reazioni degli attuali governi europei e nordamericani all’esodo di milioni di persone che lasciano i loro posti spinti da ragioni economiche, politiche, di sicurezza e anche personali – perché io che sono Europea posso permettermi di ambire ad un dottorato di ricerca all’estero per fuggire alla carenza di investimento del mio paese nativo mentre un senegalese, per esempio, non può ? – mostrano che, contrariamente a quanto i discorsi stereotipati sul multiculturalismo e/o l’opportunismo post-coloniale vogliano farci credere, le frontiere sono ancora vive e forti. Gli africani hanno un’immobilità quasi assoluta in un mondo globale contemporaneo che da sempre lavora molto duramente per mantenerli al loro posto. Tornando all’inizio della Pandemia ammetto di avere provato un certo godimento nel vedere stati Africani chiudere le loro frontiere ad Europei e in particolar modo a cittadini Italiani. All’inizio gli appestati eravamo noi e l’eurocentrismo funziona ad un livello così radicato che ha funzionato anche in questo caso. Se i Cinesi sono là, rinchiusi tra di loro, lontani da noi, e mangiano i pipistrelli – a conferma che proprio uguali a noi non sono – l’Italia invece, ovviamente è sottosviluppata agli occhi Europei, ma ci sta storicamente attaccata. Così arroganti da continuare ad andare in quel terzo mondo, perché il nostro diritto al movimento (e alle ferie nei posti tropicali a basso costo) è intoccabile, sono rimasti in 40 bloccati dentro ad un aereo Alitalia alle Mauritius. Un bel pareggio ai vergognosi porti chiusi Italiani con il silenzio complice dell’Europa.

Dietro all’apparente benevolo gesto di voler assicurare la libertà di movimento dei propri cittadini il Digital COVID Certificate è visto da molti Stati Membri come una misura economica volta ad aiutare le loro economie, soprattutto in settori come il turismo e i viaggi internazionali. É direzionato ai soli cittadini all’interno della comunità, e previsto quando i leader dell’UE prevedono di aver vaccinato circa il 70% della popolazione adulta nella regione. Del resto del mondo poco importa. Lo specifica la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, quando afferma che “lo sviluppo di un certificato di vaccinazione in Europa aiuta a garantire il funzionamento del mercato unico” appunto, il suo.  Tra i criteri di idoneità per ottenere l’EU Digital COVID Pass rientrano il tipo di vaccino somministrato. Mentre i vaccini di serie A riconosciuti dalla EMA devono obbligatoriamente essere riconosciuti, tutti i vaccini di serie B, CoronaVac (Sinovac Biotech), Sinopharm (Beijing Bio-Institute of Biological Products), Serum Institute of India –  ossia i vaccini più diffusi nel sud del mondo – sono soggetti a pareri discrezionali di ogni Stato Membro. Vecchie gerarchie si ampliano: il paese di emissione del passaporto; il Digital COVID Certificate emesso da Stati UE; e per finire ora il tipo di vaccino che ti è stato somministrato. A nulla importa che la divisione tra vaccino A e B sia la conseguenza della vergognosa incetta dei paesi del nord al vaccino, e alla non meno vergognose norme sulla proprietà intellettuale relative a vaccini, medicinali, diagnostica e altre tecnologie COVID-19. Eppure la sola forma di discriminazione che la Commissione Europea menziona in relazione al documento è quella della lingua di rilascio che deve essere: “quella del paese dello Stato Membro di emissione e l’inglese”, per evitare ogni tipo di discriminazione.

“Il certificato digitale COVID dell’UE è un simbolo di ciò che rappresenta l’Europa”, hanno affermato David Sassoli, Ursula von der Leyen e António Costa. Esattamente, una comunità retrograda, razzista, patriarcale e universalista la cui gestione continua ad avere alla base irremovibili valori di esplorazione socio economica degli altri.