IL NOSTRO CONTRATTO CON I SOGGETTI FUTURI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL NOSTRO CONTRATTO CON I SOGGETTI FUTURI da IL MANIFESTO

Il nostro contratto con i soggetti futuri

Verità nascoste. La rubrica settimanale a cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  18.12.2021

Non è più rinviabile la questione del nostro contratto con soggetti futuri: i bambini e gli adolescenti di oggi, ma anche i non ancora nati. Che mondo daremo loro in eredità? Ferdinando Menga, ordinario di Filosofia di diritto dell’Università Luigi Vanvitelli di Napoli, ha scritto un libro di grande sensibilità e chiarezza su questo tema: “L’emergenza del futuro” (Donzelli Editore, 2021, pp 140, € 17). Menga dà la priorità alla “rappresentanza” e in questo modo supera il nodo dei “rappresentati” che essendo di là da venire non possono costituirsi politicamente e giuridicamente come tali: “In una certa misura, possiamo asserire che è unicamente la rappresentanza, in virtù del suo tratto creativo, a generare la cornice d’identità dei soggetti rappresentati; e a porre le condizioni preliminari per l’emergere dello spazio di apparizione e di realizzazione in cui questi ultimi possono soggiornare, agire e svilupparsi.”

A imporre la rappresentanza dei soggetti futuri nel presente, è il senso di responsabilità legato alla nostra natura di soggetti erotici, desideranti. Esso è radicato nell’esperienza del coinvolgimento profondo e persistente con la vita che dall’incontro degli amanti si irradia, attraverso i sentieri del mondo, verso tutte le forme di piacere sensuale (anche le più intellettuali o spirituali). Il coinvolgimento evapora se non moduliamo il nostro desiderio con il desiderio dell’altro in modo da mantenere in gioco la tensione erotica che, che tra le opposte, alterne correnti di altruismo e egoismo, ci fa restare entrambi desideranti e vivi, capaci di godere e di amare. L’accordarsi del dispiegamento del nostro desiderio con l’“idioma” dell’oggetto desiderato (le sue intrinseche qualità, la sua intima costituzione) è necessario anche quando esso è inanimato, fonte di un piacere sublimato: un cibo, uno spazio urbano, un locale amato, un paesaggio, un’atmosfera, un profumo, un libro, una melodia, un’opera d’arte. La responsabilità è sempre rivolta a un oggetto di desiderio (animato, inanimato o immateriale), ed è un prendere cura della relazione con esso (in tutti i suoi dettagli, in tutte le sue sfumature e declinazioni) che lo protegge dalla nostra autoreferenzialità e ci protegge dalla sua fascinazione. Siamo, al tempo stesso, responsabili nei confronti dell’alterità e di noi stessi, e lo siamo nei confronti di ogni essere umano, degli animali e della natura nelle sue molteplici variazioni, perché ogni aspetto del mondo è potenzialmente desiderabile altrimenti il nostro desiderio si chiude in se stesso.

La responsabilità nei confronti di soggetti futuri (e della natura che ci precede e resta dopo di noi) è fondata sul fatto che il nostro desiderio (che è la fonte del nostro senso di vita) richiede la loro presenza potenziale/indiretta nello spazio di attesa che rende possibile la dimensione erotica. L’essere pienamente presenti in noi stessi e nel rapporto con gli altri (il primo significato della contemporaneità) ci colloca in un tempo “inattuale” in cui il passato è vivente (secondo il principio Eracliteo dell’essere come continuità nella discontinuità) e l’azione, sospesa come dispositivo di concatenazione lineare che si esaurisce nel suo risultato concreto, si apre a sviluppi laterali, sperimentali che la collegano ad altri implicazioni e destini; così essa restando insatura nel presente, si lega intrinsecamente a un “futuro anteriore” (tempo della previsione e dell’incertezza) senza il quale perderebbe il suo senso per noi.

L’azione significativa ci trascende temporalmente in due sensi (il secondo significato della contemporaneità): ci unisce, nel gioco delle differenze che coinvolge i comuni oggetti naturali e culturali, con chi ci precede e con chi ci segue. Ci porta oltre la nostra vita e la nostra morte, nella vita di chi è già morto (e vive grazie a noi) e nella vita di chi non è ancora nato (che ci farà vivere).

Non siamo sulla stessa barca di Draghi

Nuova Finanza pubblica. La rubrica settimanale a cura di Nuova Finanza pubblica

Marco Bersani  18.12.2021

Se qualcuno avesse ancora bisogno di evidenze sulla drammaticità della diseguaglianza sociale che attraversa il pianeta e anche il nostro Paese, una lettura del World Inequality Report 2022, appena pubblicato, toglierebbe qualsiasi dubbio.
Il report analizza la diseguaglianza attraverso le due lenti della distribuzione del reddito e della ricchezza e fa una fotografia impietosa.

A livello mondiale, la metà più povera degli abitanti del pianeta riesce a portare a casa solo l’8% del reddito totale e possiede appena il 2% della ricchezza complessiva; per contro, il 10% più ricco si appropria del 52% del reddito totale e addirittura del 76% della ricchezza.
Se questa è le diseguaglianza a livello mondiale, profonda lo è anche a livello nazionale, pur essendo il nostro Paese annoverato fra quelli ricchi.
In Italia, la metà più povera della popolazione riesce a portare a casa il 20% del reddito totale e solo il 10% della ricchezza complessiva, mentre il 10% più ricco si accaparra il 32% del reddito e ben il 48% della ricchezza.

Che tutto ciò non dipenda da fattori oggettivi e immutabili lo dimostra l’andamento della diseguaglianza nel tempo, rilevato nel citato rapporto.
Se dall’inizio del secolo scorso agli anni ’70 l’andamento della distribuzione del reddito è stata continuativamente decrescente per il 10% più ricco e crescente per il 50% più povero, la tendenza si è decisamente invertita all’inizio degli anni ’80 per proseguire fino ad oggi; analogo andamento, con polarizzazioni ancora più marcate, è avvenuto per la distribuzione della ricchezza.

Ma cosa è successo dal 1980 ad oggi, se non l’avvento delle politiche liberiste e di austerità, che hanno prodotto la libera circolazione di merci e capitali, la deregolamentazione del mercato del lavoro, la finanziarizzazione dell’economia e della società, le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale? Fino a far diventare il nostro Paese, unico tra tutti i Paesi avanzati, ad avere oggi salari inferiori a quelli del 1990.
La diseguaglianza non è dunque un incidente di percorso, bensì il risultato perseguito di scelte politiche ben precise, quelle che hanno messo al centro le tre C (crescita, concorrenza e competitività), al cui altare sono stati sacrificati i diritti individuali e sociali.

Se poi quel 10% più ricco è anche il responsabile del 48% delle emissioni globali di CO2 e della conseguente crisi climatica, il quadro è chiaro: i ricchi fanno male alla società e alla natura.
E, come reso evidente dalla pandemia, uscire dall’economia del profitto e costruire la società del ’prendersi cura’ è oggi più che mai la direzione necessaria.
Niente di tutto questo traspare dalle politiche del Governo Draghi: il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è interamente indirizzato a sostenere la ’ripresa’ di questa economia e a pretendere ’resilienza’ dalla popolazione.

La sua legge di bilancio regala soldi senza condizioni alle grandi imprese e riapre i tagli alla spesa sociale e sanitaria, mentre la sua riforma fiscale privilegia i ceti medio-alti, approfondendo il già drammatico divario sociale.
E se la transizione ecologica affidata al ministro Cingolani ha assunto aspetti surreali, enormemente a rischio è persino la coesione sociale: dentro le comunità, con la privatizzazione dei servizi pubblici locali e fra le comunità con l’autonomia differenziata.

Il 16 dicembre, finalmente, c’è stato uno sciopero generale.
Sempre il 16 dicembre l’Economist ha incoronato Draghi, dichiarando l’Italia «Paese dell’anno». C’è ancora qualcuno che, senza tema di ridicolo, pensa di raccontarci che siamo tutt* sulla stessa barca?

Le luci verdi restino accese ai confini

Giornata dei migranti. Oggi è la Giornata internazionale del Migrante e, tra le tante manifestazioni, a Roma, su iniziativa di Save the Children, alle 18 il Palazzo Senatorio al Campidoglio si illuminerà di verde per ricordare le tante piccole, ma significative, lanterne verdi che brillano nelle case al confine tra Polonia e Bielorussia, pronte a dare ospitalità ai migranti intrappolati nel gelo da una geopolitica che li usa come semplici pedine di un gioco ai confini con l’Europa Comunitaria

Raffaele K. Salinari  18.12.2021

«Chi nel potere del mal confida, di Lanterna Verde tema la luce». I lettori dei fumetti della DC Comics certo ricorderanno questa frase che l’omonimo eroe pronunciava per ricaricare il suo ergo-anello dalla potente e benefica energia emessa da una galattica Lanterna Verde. Il corpo delle Lanterne verdi era sparso per l’universo e combatteva l’ingiustizia e la malvagità, i soprusi, mosso da un impegno etico nei confronti di tutti gli esseri viventi.

Oggi è la Giornata internazionale del Migrante e, tra le tante manifestazioni, a Roma, su iniziativa di Save the Children, alle 18 il Palazzo Senatorio al Campidoglio si illuminerà di verde per ricordare le tante piccole, ma significative, lanterne verdi che brillano nelle case al confine tra Polonia e Bielorussia, pronte a dare ospitalità ai migranti intrappolati nel gelo da una geopolitica che li usa come semplici pedine di un gioco ai confini con l’Europa Comunitaria.

La posta in gioco è il futuro stesso del progetto comunitario, stretto oggi più che mai tra la pratica concreta del valore della solidarietà e la chiusura identitaria e sovranista sorda al rispetto dei Diritti Universali, inclusi quelli delle persone migranti, proprio perché questi rappresentano l’anello più debole delle costruzioni democratiche. Chi nella notte accende le sue piccole luci verdi questo lo sa bene; farlo significa non solo accogliere un corpo migrante, ma dimostrare che questo è un gesto costitutivo della pratica inclusiva universale. Ecco perché mobilitarsi anche in Italia per sostenere le lanterne verdi al confine polacco-bielorusso, significa lanciare un messaggio forte rispetto ai processi di inclusione sociale nel nostro Paese, e non è un caso che sia una Ong internazionale per la difesa dei diritti dei bambini a lanciarla.

Nella temperie della pandemia, infatti, in questi ultimi due anni difficili, di crescenti tensioni sociali e crisi dell’identità stessa di tutta l’Europa Comunitaria, chi ha più che generosamente ha fatto la differenza, con grande competenza ed innovazione, attraverso progetti di welfare comunitario, è stato certamente il Terzo Settore, che non si è limitato a vicariare lo Stato, ma ha proposto un modello diverso, diffuso ed inclusivo, per riaffermare in chiave nuova, ancora più vicina ai cittadini, la centralità dei Diritti fondamentali per tutti: istruzione, salute, lavoro.

Declinata in questa prospettiva la questione migratoria appare così in tutta la sua dirompente e dirimente centralità: se si è in grado di includere i corpi migranti si è certamente capaci di generare processi che coinvolgono positivamente la maggioranza; viceversa, respingere queste persone significa entrare immancabilmente in una ottica di esclusione che prima o poi toccherà tutti. Ecco allora che il mondo delle Ong di cooperazione e solidarietà internazionali si sono da subito mobilitate per affermare la necessità di vaccinare tutti, e non solo chi ha già accesso ai presidi sanitari.

Ma questo significa rimettere in discussione le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, quella stessa contro il cui strapotere nacque il Forum Sociale Mondiale oramai più di vent’anni or sono. Ma oggi quelle battaglie sono ancora più importanti, di fronte ad una pandemia che rischia seriamente di attanagliare in una presa mortale tutto il mondo, sia ricco sia povero.

Ed ecco che torna il tema dei migranti, delle cause profonde del loro spostarsi alla ricerca di un domani appena vivibile, dato che fuggono guerre, carestie, disastri ambientali, malattie: in poche parole tutti Diritti conculcati. E allora, in conclusione, accendere di verde il palazzo Senatoriale del Campidoglio e partecipare a questo evento, significa affermare non solo i diritti dei Migranti, ma quelli di tutti, dato che la Carta dei Diritti dell’Uomo ne chiarisce opportunamente sia l’universalità sia la coerenza. E dunque, il motto di Lanterna Verde va attualizzato: «Chi nel potere del bene confida di una lanterna verde accenda una luce».

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