“IL DIFETTOSO È MEGLIO DELL’INCONDIVISIBILE” da FORMICHE
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“IL DIFETTOSO È MEGLIO DELL’INCONDIVISIBILE” da FORMICHE

Fine-vita, il compromesso è possibile per Civiltà Cattolica

 

Riccardo Cristiano  13/01/2022 – Arriva in queste ore un articolo firmato da padre Carlo Casalone, gesuita medico e membro della Pontificia Accademia per la Vita, che indica una via, un possibile progresso nel nome del famoso “bene comune”. Riccardo Cristiano si sofferma sulla proposta di legge relativa alla morte volontaria medicalmente assistita

Sulla questione della morte medicalmente assistita arriva in queste ore un articolo che indica una via, un possibile progresso nel nome del famoso “bene comune”, basato sull’idea che il difettoso è meglio dell’incondivisibile.
C’è un’idea che viene proposta dal referendum sul suicidio assistito: la legittimità di far morire chi lo voglia. Dietro questa visione ci sono spinte comprensibili, come quelle determinate da sofferenze inutili e troppo lunghe per malati incurabili, che conducono però a esiti che per i cattolici non sono accettabili. Per evitare che problemi oggettivi favoriscano un esito legislativo ritenuto infausto una legge come quella in discussione, imperfetta, può essere migliorabile e accettabile.

È quanto emerge dall’articolo della Civiltà Cattolica su questo tema. Ma è molto importante che il metodo indicato e prescelto contempli anche una visione più ampia, cioè pensare a evitare uno scontro ideologico tra visioni assolute e incompatibili, nel nome di incontro possibile. È quello che emerge da una citazione di papa Francesco: “In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte, lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società”.

La rivista, e questa volta è proprio importante ricordare che le sue viste sono approvate dalla Segreteria di Stato prima della pubblicazione, si schiera chiaramente contro l’idea che sia lecito far morire mentre ritiene lecito discutere di come “lasciar morire”, espressione che può essere equivocata ma in questo contesto è chiarissima: vuol dire trovare un modo concreto ed efficace per impedire l’accanimento terapeutico e le sofferenze inutili, sebbene tutto questo sia molto difficile da normare in modo dettagliato. L’approvazione della proposta di legge sulla “morte volontaria medicalmente assistita”, discussa il 13 dicembre scorso e che dovrebbe essere votata nel prossimo febbraio potrebbe costituire una base ragionevole, sebbene per La Civiltà Cattolica imperfetta, per determinare un quadro sul quale coagulare chi condivida il suicidio assistito. Non si impedirebbe il referendum, l’approvazione di questa proposta di legge non lo farebbe decadere, ma si potrebbe costruire un diverso consenso.

Firmato da padre Carlo Casalone, gesuita medico e membro della Pontificia Accademia per la Vita, l’articolo consente di farsi un’idea complessiva dei termini della questione e della visione che La Civiltà Cattolica propone. Ma per capire il ragionamento occorre ricostruirlo, almeno nei suoi lineamenti essenziali, che prendono le mosse dalla pandemia. Il discorso è affascinante, ma qui lo prenderemo a partire dallo specifico della questione posta, soffermandoci sulla proposta di legge relativa alla morte volontaria medicalmente assistita.

Per capire occorre partire dalla legge vigente. Per La Civiltà Cattolica, “Pur non mancando elementi problematici e ambigui, essa è frutto di un laborioso percorso, che ha consentito di raccordare una pluralità di posizioni divergenti. La legge permette di sospendere i trattamenti che – nel dialogo tra operatori sanitari, malato e (per quanto possibile) familiari – sono ritenuti sproporzionati. Essa regolamenta anche, in previsione di una «futura incapacità di determinarsi», l’espressione anticipata del proprio giudizio e la nomina di un fiduciario. Inoltre, promuove le cure palliative e il trattamento del dolore”.

Dunque in questa legge si distingue tra lasciar morire e far morire, il punto che alla Civiltà Cattolica sta a cuore porre come bussola in un mare agitato. Prima di avventurarsi oltre sarebbe stato opportuno applicare appieno quanto previsto da questa legge, poco conosciuta, visto a due anni dalla sua approvazione solo lo 0,7% della popolazione aveva stilato le proprie Disposizioni Anticipate di Trattamento. Una discussione più ampia avrebbe creato maggiore consapevolezza. Ma il drammatico caso di Fabio Antoniani ha cambiato la situazione: “Rimasto tetraplegico e affetto da cecità a causa di un grave incidente stradale, dopo diversi tentativi di cura, Fabo esprime la volontà di porre fine alla sua vita. Rivoltosi a Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, viene aiutato a realizzare il proprio intento. L’autodenuncia di Cappato dà inizio a un iter giudiziario che porta a una sentenza della Corte costituzionale (n. 242/2019), riguardante l’art. 580 del Codice penale sull’istigazione e l’aiuto al suicidio. I due reati vengono mantenuti dalla Corte, che riconferma anche l’esigenza di proteggere giuridicamente il bene della vita, soprattutto in condizioni di fragilità. Tuttavia, essa riconosce al contempo che l’evoluzione della medicina determina nuove situazioni riguardo al morire. Su queste basi la sentenza esclude la punibilità di chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi», a patto che siano rispettate alcune condizioni: la persona deve essere «tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Queste condizioni rispecchiano la situazione clinica in cui si trovava dj Fabo. La Corte inoltre sollecita il Parlamento a colmare il vuoto legislativo venutosi a determinare”.

È in questo contesto che interviene il referendum proposto dall’Associazione Luca Coscioni sull’art. 579 del Codice penale, che tratta dell’omicidio di una persona consenziente. La richiesta è di abrogare le sanzioni che vi sono collegate, salvo nei casi di minore età, infermità mentale o alterazione della coscienza, e consenso carpito con l’inganno o estorto con la violenza. Il risultato sarebbe di permettere l’omicidio senza subordinarlo ad altre condizioni se non quelle che garantiscono la validità del consenso. Si afferma che condizioni analoghe a quelle previste nella sentenza n. 242/2019 sarebbero introdotte successivamente. Ma un ulteriore intervento legislativo non è garantito da alcun vincolo giuridico e rimarrebbe affidato alle incertezze di precari equilibri politici. Nel frattempo, comunque, anche una persona sana ricadrebbe nello spazio aperto dal referendum”.

L’iniziativa referendaria ha raccolto moltissime firme e ora la Corta Costituzionale deve valutarne l’ammissibilità. Se così fosse si potrebbe prevedere un esito positivo. Proprio la Proposta di Legge citata, se approvata, potrebbe mutare il quadro, ponendo un argine che non impedirebbe la celebrazione del referendum, ma forse un esito diverso. Infatti la proposta di legge in questione segue la sentenza della corte costituzionale. “Il testo riconosce non un diritto al suicidio, ma la facoltà di chiedere aiuto per compierlo, a certe condizioni. Tali condizioni sono riprese, e parzialmente riformulate, da quanto disposto dalla Corte. L’espressione «patologia irreversibile», utilizzata dalla sentenza, viene restrittivamente qualificata come «a prognosi infausta». D’altra parte, si aggiunge la «condizione clinica irreversibile». Questa aggiunta, comunque correlata da un nesso causale al dolore e alla sofferenza intollerabile, include le situazioni di malattia cronica inguaribile, anche quando non si prevede il decesso a breve scadenza. Una prospettiva problematica, ma sancita dalla Corte con riferimento alla situazione di Fabo, e del resto presente anche in molte vicende giunte alla ribalta dei media”.

La questione delle malattie irreversibili è più complessa di quanto appaia e così si può arrivare a forme di eutanasia. Qui l’autore pone una serie di raccomandazioni, di specifiche e di possibili correzioni, che illustra con accuratezza al legislatore e al lettore per farsi un’idea. Ad esempio, padre Casalone non manca di mettere in rilievo che, di fondo, “l’esperienza dei Paesi in cui è consentita la morte (medicalmente) assistita mostra che la platea delle persone ammesse tende a dilatarsi: ai pazienti adulti competenti si aggiungono pazienti in cui la capacità decisionale è compromessa, talvolta gravemente. Sono inoltre cresciuti i casi di eutanasia involontaria e di sedazione palliativa profonda senza consenso. Assistiamo quindi a un esito contradditorio: in nome dell’autodeterminazione si arriva a comprimere l’esercizio effettivo della libertà, soprattutto per coloro che sono più vulnerabili; lo spazio dell’autonomia, di cui il consenso vorrebbe essere espressione, viene gradualmente eroso”.

La complessità della materia richiede attenzione, conoscenze e riflessione. Padre Casalone non nasconde che “Non c’è dubbio che la legge in discussione, pur non trattando di eutanasia, diverga dalle posizioni sulla illiceità dell’assistenza al suicidio che il Magistero della Chiesa ha ribadito anche in recenti documenti… La domanda che si pone è, in estrema sintesi, se di questa Proposta di Legge occorra dare una valutazione complessivamente negativa, con il rischio di favorire la liberalizzazione referendaria dell’omicidio del consenziente, oppure si possa cercare di renderla meno problematica modificandone i termini più dannosi. Tale tolleranza sarebbe motivata dalla funzione di argine di fronte a un eventuale danno più grave. Il principio tradizionale cui si potrebbe ricorrere è quello delle leggi imperfette, impiegato dal Magistero anche a proposito dell’aborto procurato. Il criterio non sarebbe qui spendibile in modo automatico, perché siamo di fronte più a rischi che a certezze: non si tratta qui di migliorare una legge più permissiva già vigente. Eppure, in questo contesto, l’omissione di un intervento rischia fortemente di facilitare un esito più negativo”. Indubbiamente questo articolo indica la strada di un possibile incontro su un tema caldissimo.

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