I RICATTI DEL NEOLIBERISMO: DELOCALIZZAZIONI, PRECARIATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I RICATTI DEL NEOLIBERISMO: DELOCALIZZAZIONI, PRECARIATO da IL MANIFESTO

Delocalizzazioni cuore nero del neoliberismo

Ignazio Masulli  17.12.2021

Lo sciopero generale ha richiamato il governo, con forza e determinazione, a intervenire in maniera congrua e adeguata per contrastare la piaga delle delocalizzazioni. Una vera e propria piaga sociale che fa crescere la precarietà provocando un’emorragia di posti di lavoro.

Affermare, come ha fatto recentemente il ministro del Lavoro, che «bloccare le delocalizzazioni è impossibile, si può invece impedire che avvengano con un whatsapp» e ancora: «Non si tratta di impedire di chiudere o di spostare un’attività, questo è impossibile in un’economia di mercato», esprime una convinzione erronea e rinunciataria nella difesa dei diritti del lavoro. La gravità del fenomeno è dimostrata dalle cifre.

Nel 2020, nonostante la pandemia, lo stock d’investimenti all’estero dall’Italia ha raggiunto il 31,62% del Pil nazionale. Si tratta di cifre impressionanti che corrispondono a milioni di posti di lavoro potenziali.

In queste condizioni la difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori diventa molto difficile. Disoccupazione precarietà, sotto-remunerazione e marginalizzazione del lavoro continueranno inarrestabili finché peserà il ricatto della delocalizzazione produttiva.

Spostare investimenti e posti di lavoro è l’arma più potente che consente al capitalismo contemporaneo di esercitare una continua pressione al ribasso sulle condizioni del mercato internazionale del lavoro.

Ne consegue che, da un lato, la delocalizzazione non reca alcun vantaggio alle masse lavoratrici dei Paesi in cui si delocalizza, in quanto il basso o bassissimo costo della manodopera praticabile è la condizione primaria per attrarre investimenti dall’estero e perciò è mantenuta fermamente dai gruppi dominanti locali.

Dall’altro, costituisce l’arma più potente per taglieggiare i diritti duramente conquistati dai lavoratori dei Paesi di più antico sviluppo e di più consolidate tradizioni sindacali.

Quanto all’argomento, affatto pretestuoso, per cui combattere la delocalizzazione scoraggerebbe gli investimenti, non tiene conto di un dato di fondo.

Gli investimenti nei Paesi più sviluppati da parte di imprenditori locali o provenienti da Stati in posizioni parimenti dominanti nell’economia internazionale sono attratti da fattori di altra natura. Fattori che riguardano innanzitutto politiche d’innovazione tecnico-produttiva promosse e sostenute in primo luogo da iniziative statali, condizioni avanzate e premiali di infrastrutture e servizi, solidità ed efficienza dell’amministrazione pubblica, serie e affidabili politiche industriali.

E non meravigli che alcuni di questi requisiti siano da tempo tra le richieste di riforma dei sindacati. Lo sono perché negli ultimi decenni in Italia, come in altri paesi del capitalismo storico, la prevalenza di indirizzi neoliberisti ha favorito la ricerca del profitto per le vie più facili, contingenti e incuranti delle conseguenze sociali. Vie costituite, appunto, da delocalizzazione, automazione spinta e volta principalmente alla riduzione, intercambiabilità e precarizzazione della manodopera, nonché ricorso sempre più massiccio agli investimenti finanziari.

Lo sciopero generale non ha rappresentato solo una pur necessaria protesta contro il continuo scivolamento indietro delle condizioni di lavoro e di vita di gran parte dei cittadini. Ma ha avuto una valenza più generale in quanto sollecita politiche di progresso capaci di elevare la qualità sociale di tutta la comunità.

Difendere oggi i diritti del lavoro significa anche, e non secondariamente, difendere la sua insostituibile funzione di continua costruzione e ricostruzione dei rapporti sociali. Un’opera che non può essere, certo, svolta dal mercato e dalla sua logica meramente utilitaria, contingente, parziale e, perciò stesso, costitutivamente irresponsabile.

Lo sciopero generale di Cgil e Uil sfonda il muro del livore politico e mediatico

Il caso. Adesioni alte con medie dell’85% in molte realtà e settori. Ecco i primi numeri dello sciopero nei trasporti, nelle fabbriche, nei cantieri, nel commercio e servizi. L’esercizio della democrazia non si è fatto intimidire da insulti e minacce

Roberto Ciccarelli  17.12.2021

Adesioni in media fino all’85% in molte realtà e settori allo sciopero generale di Cgil e Uil nonostante la carovana del nuovo conformismo che ieri ha fatto piovere altri insulti contro i manifestanti: «irresponsabili», «schizofrenici», «vergognosi», «svantaggiosi», «ideologici», «deleteri», «imbarazzanti», «pericolosi». Un florilegio raccolto da stampa, tv e radio. Nessuno è stato «intimidito» ha ricordato ieri il segretario della Uil Bombardieri. Questa è la vecchia storia di chi esce dalla «normalità» basata su paure, profezie e miraggi. La vediamo ogni volta che c’è una manifestazione significativa. Ogni opposizione è derubricata alla voce «disagio» psichico. Accade nei regimi autoritari e in quelli neoliberali «postdemocratici». come il nostro. Non solo per l’etichetta «no vax», ora anche contro Cgil e Uil che hanno ricordato come nel paese con il capitalismo più rapace d’Europa non è tollerato parlare di aumento di salari e redditi, di redistribuzione fiscale o blocco della riforma Fornero. Ci sono partiti come la Lega e i Cinque Stelle che hanno fatto carriera su questo. Ora, al potere, fanno l’opposto. Ieri nelle piazze di Roma, Bari, Palermo e Cagliari, e nella manifestazione a Milano, abbiamo visto invece la più clamorosa smentita delle ipocrisie sulle quali è fondato il Draghistan, il regime istituito in nome del quirinabile presidente del consiglio in carica per riempire la crisi radicale della politica di Palazzo. È anche scattato il classico gioco manifestanti-questure sulle percentuali di adesioni allo sciopero. Nelle aziende affiliate a Confindustria, ha fatto sapere l’organizzazione guidata dall’«intristito» Carlo Bonomi, ci sarebbe stata una partecipazione del «5%». Più credibili sono le fonti sindacali che hanno un altro metro di misura.

TRASPORTI: allo sciopero ha aderito una percentuale di lavoratori superiore al 60%. Molti i voli cancellati nel settore aereo, sui bus nelle principali città un’adesione media oltre il 70% e nella logistica e nel trasporto merci oltre il 60. Ferrovie: buona adesione in RFI, nelle officine di manutenzione, in Italo e negli appalti ferroviari. Metalmeccanici: risposta fortissima, l’80%. Il 70% alle Acciaierie Italia di Genova; alla Electrolux di Pordenone il 70%; il 90% tra gli operai e il 60% tra gli impiegati alla Lamborghini di Bologna. 90% anche alla Ast di Terni e all’Almaviva di Roma, alla Marelli di Napoli adesione al 95%. Agroindustria: 85% alla Parmareggio di Modena e alla Levoni di Mantova, 100% a La Doria di Salerno e nello stabilimento Conserve Italia di Ravenna; 91% alla Pastificio Granoro di Bari, 87% alla Sammontana di Firenze, 85% alla Heinz di Latina. Edili: punte del 100% alla IBL di Alessandria (settore legno), l’Edilcoop di Bologna, la Baraclit di Arezzo e la Ferretto di Rimini. Commercio e servizi: tra il 60 e l’80%, con punte del 90. Alla Coop adesione media del 60%, con punte dell’80; dal 50 al 70 % alla Carrefour; del 40% Zara e del 45% nei fast food Mc Donald. Lavoratori somministrati: il 75% alla Fincantieri di Marghera, il 90% alla Effer di Taranto, 100% al Porto di Genova. Per i somministrati delle Prefetture, delle Questure in media al 60%, con punte al 90% e chiusura degli sportelli. Ieri erano in tutte le piazze anche i navigator, studenti (Rete della Conoscenza, Udu, Reti dei medi), pensionati.

TRANNE Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista e i partiti di sinistra il coro ha continuato la recita irritata del «Non disturbate il manovratore». La sorella d’Italia Meloni che rispetta libertariamente «le scelte, ognuno fa quello che ritiene di dover fare» sostiene il verbo della produzione e del capitale per cui uno sciopero «rallenta l’economia». Quella del precariato di massa. Salvini ha rilanciato il vecchio ritornello contro il sindacato «vecchio che blocca l’Italia», il livore liberista qui è contro la Cgil. Ieri il Pd è rimasto in silenzio. Le altre destre del Draghistan come Italia Viva hanno ribadito le veline sparse ieri sui giornali per cui «la manovra è espansiva». Espansiva per chi avrà vantaggi di 7-800 euro con redditi dai 30 mila euro in su, «6-7» per chi invece è sotto ha ricordato ieri il segretario della Cgil Landini. È la storia di classi dominanti che rifiutano il senso, e la necessità, del conflitto e temono la trasformazione sociale. Sta a chi ieri da Roma ha dichiarato l’«inizio» di una nuova stagione opporsi e cambiare.

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