GRANDE È IL CAOS SOTTO IL CIELO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GRANDE È IL CAOS SOTTO IL CIELO da IL MANIFESTO

G20, finita la festa nessuna svolta

Nicoletta Dentico  02.11.2021

La stampa internazionale, ma soprattutto quella italiana, raccontano il G20 come un’inversione di tendenza nella storia del multilateralismo recente, come il ritorno simbolico sulla scena di un know-how tutto italiano nella mediazione diplomatica. Capace di convincere e raccordare interessi molto divergenti, in discontinuità con gli ultimi anni.

La comunicazione mainstream è arroccata in questa narrazione fuorviante di pompose epocali decisioni, travisando la realtà e apparecchiando il cinismo dell’opinione pubblica, sempre meno convinta della svolta.

Si sono lette ad esempio nelle ultime ore analisi esaltate sulla global corporate tax, senza riflettere sul fatto che il tasso del 15% concordato dal G20 risulta appena superiore alle aliquote medie del 12% nei paradisi fiscali, sicché l’esito finale è quello che trasformare tutto il mondo in un grande paradiso fiscale a partire dal 2023 – la aliquota delle tasse sulle multinazionali è intorno al 27,46% in Africa, 27,18% in America latina, 20,71 in EU, 28,43% in Oceania e 21,43 % in Asia: la media globale si assesta intorno al 23,64%.

Sul clima, Draghi ha riconosciuto la sfiducia tra paesi emergenti e industrializzati sul terreno del riscaldamento globale, dirimente per la salute del pianeta e della popolazione mondiale. Consapevole che le decisioni del G20 hanno un enorme impatto sulla Cop26, Draghi ha speso parole puntute sulla necessità di rispondere alle attese del pianeta, di ingaggiare leadership collettiva, e adattare tecnologie e stili di vita al nuovo mondo da costruire: «Se vogliamo che sia la gratitudine, e non il risentimento, a segnare la risposta delle nuove generazioni».

Ma la dichiarazione finale del summit di Roma, che pure consolida l’accettazione dei risultati scientifici dell’Ipcc per contenere il riscaldamento climatico entro 1,5 gradi centigradi, dimostra la solita incapacità a tradurre nei fatti la radicalità delle scelte climatiche che questo tempo impone. Non fissa alcuna data per il conseguimento dell’obiettivo da parte dei più impattanti emettitori di gas clima-alteranti. Consente anzi ai governi che detengono l’80% del PIL mondiale e la più grande responsabilità per la devastazione del pianeta di conseguire il traguardo in base alle loro intenzioni e possibilità. Come se bastassero piccole modifiche incrementali a impedire il crollo del complesso ecosistema planetario, assediato visibilmente da punti di non ritorno che rendono ormai questo mondo inabitabile.

Senza obblighi vincolanti, e senza una rotta temporale cogente all’altezza, il G20 consegna alla Cop 26 di Glasgow declamazioni senza credibilità, perché ancora orientate alle vecchie ragioni della economia globalizzata piuttosto che a un improrogabile nuovo pensiero sul modello di sviluppo ecologico.

Infatti i governi del G20 proseguono, con le loro imprese a briglie sciolte, l’opera di erosione della biodiversità, l’incremento della deforestazione globale, gli accordi di libero commercio che permettono l’avanzare della catastrofe. I miliardi di alberi da piantare non saranno la foglia di fico con cui promettere futuro alle nuove generazioni. La fiducia intergenerazionale non è merce che si acquista a saldo al mercato dell’ultimo minuto. I leader del G20 non capiscono il messaggio radicale che viene dalle strade di Roma e della Scozia, percorsi che vanno popolandosi di rivolta che chiede con insistenza un nuovo paradigma economico, il superamento del capitalismo finanziario che genera patogenesi tanto visibili.

Anche sulla grande ingiustizia dell’accesso ai vaccini la dichiarazione del G20 mantiene il difetto di fabbrica di rilanciare impegni già assunti in passato e mai materializzati come la immunizzazione del 40% della popolazione entro la fine dell’anno.

Il punto 5 della dichiarazione conclusiva si aggancia a iniziative internazionali fallite come Covax, ovvero ad altre iniziative specifiche nate nel 2021 sulla scia della pandemia. Ma nella esuberante frantumazione di soluzioni il G20 si ostina a rimuovere la sola misura politica internazionale in discussione al WTO, la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale, assestando in questo modo una pesante ferita al multilateralismo.

Finanza, clima, salute: improrogabilmente, su questi temi, il G20 era chiamato a osare nuove visioni e finanziamenti vincolanti. Sebbene evocato per due giorni, il coraggio di un orizzonte di mondo nuovo, basato su regole globali intese al perseguimento dell’interesse pubblico e in grado di rilanciare la funzione dello stato sulle sfrenate ragioni dell’economia neoliberista, non si è visto, non c’è.

Non c’è ad esempio una sola parola sulla cancellazione del debito dei paesi poveri, una misura anch’essa indispensabile e legata a doppio filo con la preparazione per le prossime pandemie. I paesi creditori del G20 hanno accumulato un debito ecologico enorme verso il sud globale: i salti di specie degli ultimi decenni, e la predizione di spillover futuri, sono connessi alla necessità di affrontare la crisi globale del debito, così dichiarata dalla Banca Mondiale, che esige anch’essa un nuovo paradigma di gestione a livello internazionale.

Glasgow, grande è il caos sotto il cielo

Bla 26. Apre Cop26, sulla crisi climatica capi di stato e di governo in ordine sparso. Guterres (Onu): ci stiamo scavando la fossa da soli. In Scozia la sfilata dei big apre il summit, ognuno parla per sé, forfait di Cina e Russia. Il «padrone» di casa Johnson parla come Greta, l’India: emissioni zero solo nel 2070.

Anna Maria Merlo  02.11.2021

È un multilateralismo ammaccato e quasi a una dimensione che è andato in scena a Glasgow all’apertura della Cop26, in un contesto di guerre commerciali e di aumento dei prezzi dell’energia che fanno tremare i governi.

LA GRANDE MESSA DELL’ONU, a sei anni dall’Accordo di Parigi dovrebbe impegnare il mondo a mettere in atto e migliorare le decisioni del 2015. I leader delle grandi democrazie, il giorno dopo le vaghe conclusioni del G20 di Roma che ha ceduto volentieri alle esigenze dei grossi produttori di Co2 extra Usa e Ue, hanno fatto gara di retorica negli interventi di apertura, in risposta all’allarme ripetuto del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres: «è tempo di dire basta», «basta alla brutalità sulla biodiversità», «basta ucciderci con il carbone», bisogna «salvare l’umanità» invece di «scavare la nostra tomba».

MENTRE I LEADER dei principali regimi autoritari erano assenti o lontani: Cina e Russia sono tra i maggiori responsabili per il Co2, ma Xi Jinping non si è neppure collegato in video (come al G20) e ha inviato un foglio dove invita «a fare di più», Vladimir Putin assente, come il brasiliano Bolsonaro e il presidente del Messico Lopez Obrador. Erdogan ha deciso all’ultimo momento di rientrare in Turchia. Per l’indiano Modi la neutralità carbone sarà tra 50 anni, per il 2070.

IN MEZZO, I PAESI POVERI, vittime di «una storia di diseguaglianza – ha detto il naturalista inglese David Attenborough – i meno responsabili sono i più colpiti», che aspettano che si concretizzi l’impegno preso 12 anni fa di finanziamenti di 100 miliardi l’anno per la transizione e l’adattamento, mentre il G20 ha aggiornato il rispetto dell’obiettivo a non prima del 2023. Per il rappresentante di una piccola isola, «1,5 gradi per sopravvivere, 2 gradi è la pena di morte».

IL PADRONE DI CASA BORIS Johnson ha persino ripreso Greta Thunberg, che invita tutti a firmare un’accusa di «tradimento» dei leader: «tutte le promesse sarebbero solo un blablabla» se ci sarà un fallimento a Glasgow, che scatenerebbe «collera e impazienza incontrollabili», «sì, sarà difficile, ma possiamo farlo, mettiamoci al lavoro».

JOE BIDEN, che ha dovuto ridimensionare la riforma ambientale, assicura che gli Usa sono «in grado di ridurre le emissioni a effetto serra del 50-52% entro il 2030, rispetto al 2005». Per il presidente statunitense, che si è scusato per l’uscita di Trump dall’Accordo di Parigi, «agire contro il riscaldamento climatico è un obbligo morale e economico». Entra qui in gioco la carta vincente che l’occidente spera di avere nella manica: la salvezza arriverà dalla tecnologia, riusciremo a produrre energia senza inquinare e nella quantità necessaria per evitare di cambiare di modello.

MARIO DRAGHI PARLA di «alternative» alle rinnovabili. Israele offre la sua tecnologia. Ma persino il principe Charles ha dei dubbi: «Molti paesi già risentono dell’impatto devastante del cambiamento climatico, il costo della non azione e ben superiore a quello della prevenzione». Emmanuel Macron afferma che «gli accordi commerciali devono riflettere gli impegni climatici», dopo che un tribunale francese ha condannato il governo per il non rispetto degli impegni climatici. «Ambizione», «solidarietà», «fiducia e trasparenza» per il presidente francese, che ha dato la medaglia a Ue, Francia e Gran Bretagna, invitando gli «altri» ad «alzare gli obiettivi. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, mette sul tavolo altri 5 miliardi Ue (sono 27 per il 2020).

PER IL PRESIDENTE DELLA COP26, Alok Sharma, «quello che dobbiamo fare a Glasgow è più difficile che a Parigi» nel 2015. Allora, con molte difficoltà, è stato raggiunto l’accordo. Adesso ci sarà un test di credibilità dell’Accordo del 2015: siamo alla prima revisione (ogni cinque anni, ma i paesi più vulnerabili riuniti nel Climate vulnerable Forum chiedono che sia ogni anno), dove dovrebbero essere riviste le regole di trasparenza, il calendario, il bilancio previsto per il 2030, il funzionamento del mercato carbone internazionale (lasciato in sospeso dalle Cop 24 e 25) con nuove regole di scambio, su cui ha insistito Angela Merkel. Non è previsto un nuovo accordo a Glasgow, ma una serie di decisioni concrete e precise, c’è bisogno di «onestà, serietà, chiarezza», riassume la negoziatrice dell’Accordo di Parigi, Laurence Tubiana, direttrice del Fondo europeo per il clima. L’unico risultato concreto finora è che, con le misure promesse dagli stati, a fine secolo ci sarà un aumento medio della temperatura di 2,7 gradi (cioè una piccola inflessione rispetto a +3,2 gradi, se non viene fatto nulla), «una catastrofe climatica» secondo l’Onu.

IL G20, CIOÈ LE VENTI nazioni più ricche che producono l’80% di Co2, si è impegnato a «proseguire gli sforzi» per restare a +1,5 gradi, ma ha evitato di dare una data precisa per la neutralità carbone («verso la metà del secolo», Cina e Russia vogliono il 2060) e ha rifiutato di impegnarsi a mettere fine all’estrazione di carbone (c’è solo la promessa, già fatta al G7, di non finanziare più centrali a carbone all’estero dalla fine di quest’anno). 17 paesi su 20 hanno precisato gli obiettivi di neutralità carbone, e si va dal 2050 (la Ue, con diminuzione del 55% nel 2030), al 2070, per l’India, mentre Indonesia e Messico non hanno preso decisioni.

AUSTRALIA, RUSSIA, CINA, Arabia Saudita, Brasile e Turchia non intendono prendere impegni per il 2030 e rimandano a metà secolo.

Difendono il clima mentre preparano la fine del mondo

L’arte della guerra . La rubrica su geopolitica e conflitti a cura di Manlio Dinucci

Manlio Dinucci  02.11.2021

Agli inizi di ottobre l’Italia ha ospitato la riunione preparatoria della Conferenza Onu sul cambiamento climatico, attualmente in corso a Glasgow. Due settimane dopo l’Italia ha ospitato un altro evento internazionale che, a differenza del primo ampiamente reclamizzato, è stato passato sotto silenzio dal governo: l’esercitazione Nato di guerra nucleare Steadfast Noon nei cieli dell’Italia settentrionale e centrale. Vi hanno partecipato per sette giorni, sotto comando Usa, le forze aeree di 14 paesi Nato, con cacciabombardieri a duplice capacità nucleare e convenzionale dislocati nelle basi di Aviano e Ghedi. Ad Aviano è schierata in permanenza la 31a squadriglia Usa. con cacciabombardieri F-16C/D e bombe nucleari B61.

A Ghedi il 6° Stormo dell’Aeronautica italiana con cacciabombardieri Tornado PA-200 e bombe nucleari B61. La Federazione degli Scienziati Americani conferma nel 2021 che «all’Aeronautica italiana sono assegnate missioni di attacco nucleare con bombe Usa, mantenute in Italia sotto controllo della US Air Force, il cui uso in guerra deve essere autorizzato dal Presidente degli Stati uniti». Le basi di Aviano e Ghedi sono state ristrutturate per accogliere i caccia F-35A armati delle nuove bombe nucleari B61-12. Lo scorso ottobre è stato effettuato nel Nevada il test finale con lo sgancio di B61-12 inerti da due caccia F-35A. Tra non molto le nuove bombe nucleari arriveranno in Italia: nella sola base di Ghedi possono essere schierati 30 caccia italiani F-35A, pronti all’attacco sotto comando Usa con 60 bombe nucleari B61-12.

Una settimana dopo aver partecipato all’esercitazione di guerra nucleare, l’Italia ha partecipato alla Conferenza Onu sul cambiamento climatico, presieduta dal Regno Unito in partenariato con l’Italia. Il premier britannico Boris Johnson ha avvertito che «manca un minuto a mezzanotte e abbiamo bisogno di agire ora» contro il riscaldamento globale che sta distruggendo il pianeta. Usa in tal modo strumentalmente il simbolico Orologio dell’Apocalisse, che in realtà segna a quanti minuti siamo dalla mezzanotte nucleare. Lo stesso Boris Johnson pochi mesi fa, in marzo, ha annunciato il potenziamento dei sottomarini britannici da attacco nucleare: gli Astute (prezzo 2,2 miliardi di dollari ciascuno), armati di missili nucleari Usa da crociera Tomahawk IV con raggio di 1.500 km, e i Vanguard, armati di 16 missili balistici Usa Trident D5 con raggio di 12.000 km, dotati di oltre 120 testate nucleari.

Questi ultimi verranno presto sostituiti dagli ancora più potenti sottomarini della classe Deadnough. I sottomarini britannici da attacco nucleare, che incrociano in profondità lungo le coste della Russia, navigano ora anche lungo quelle della Cina, partendo dall’Australia a cui Usa e Gran Bretagna forniranno sottomarini nucleari. La Gran Bretagna, che ospita la Conferenza per salvare il pianeta dal riscaldamento globale, contribuisce in tal modo alla corsa agli armamenti che porta il mondo verso la catastrofe nucleare.

Su questo sfondo è fuorviante il video promozionale della Conferenza: il Dinosauro, simbolo di una specie estinta, che dal podio delle Nazioni Unite avverte gli umani di salvare la loro specie dal riscaldamento globale. In realtà, confermano studi scientifici, i dinosauri si estinsero non per il riscaldamento, ma per il raffreddamento della Terra dopo l’impatto di un enorme meteorite che, sollevando nubi di polveri, oscurò il Sole.

Esattamente ciò che avverrebbe in seguito a una guerra nucleare: oltre a catastrofiche distruzioni e alla ricaduta radioattiva sull’intero pianeta, essa provocherebbe, in aree urbane e forestali, enormi incendi che immetterebbero nell’atmosfera una coltre di fumo fuligginoso, oscurando il Sole. Ciò determinerebbe un raffreddamento climatico della durata anche di anni: l’inverno nucleare. Si estinguerebbe di conseguenza la maggior parte delle specie vegetali e animali, con effetti devastanti anche sull’agricoltura. Il freddo e la denutrizione ridurrebbero la capacità di sopravvivenza dei pochi superstiti, portando la specie umana all’estinzione.