EVOLUZIONE CULTURALE VS EVOLUZIONE BIOLOGICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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EVOLUZIONE CULTURALE VS EVOLUZIONE BIOLOGICA da IL MANIFESTO

Libertà è una parola grande. Ma la Libertà non esiste, se non in una collettività. “La Libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale. (B. Croce).

Ossia Persone che si riconoscono in una società basata sul principio: “Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”.(K. Marx)

Poi c’è la Libertà personale, quella interiore, che nessuno ci può togliere. È quella che permette di sopravvivere in una finta democrazia, basata sull’avidità e lo sfruttamento.

 

L’arroganza antropocentrica dei filosofi no vax

Rimuovono la sconfitta dell’uomo tecnologico, credono nella sua illusoria infallibilità e pretendono che continui la sua marcia trionfale al centro del creato

Piero Bevilacqua  06.01.2022

Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, noti e prestigiosi filosofi, cui si è aggiunto un giurista di rango come Ugo Mattei e altri intellettuali, hanno già ricevuto più di una sensata obiezione alle loro posizioni sostanzialmente no vax. Credo tuttavia che lo spettro delle critiche da muovere a questi volenterosi difensori delle nostre libertà, debba essere meno limitato e riferirsi a una visione più radicale.

Quel che in realtà appare sorprendente e meritevole di approfondimento è la cultura di fondo, l’implicito “inconscio filosofico” su cui si reggono le posizioni di questi studiosi, che non differiscono in nulla rispetto alle vulgate popolari dei no vax di strada. La rivendicazione della libertà di spostamento e di movimento degli individui, al centro delle critiche e delle proteste, che pare essere una trincea di lotta democratica, rivela in realtà una concezione squisitamente neoliberista, se non aristocratica, della società. Non a caso si tace del tutto il fatto che la libertà di spostamento degli individui, in quanto esseri sociali, comporta relazioni e vicinanza con gli altri ed è quindi il vettore unico e universale della trasformazione di una malattia virale in una pandemia planetaria. Senza contatti il virus non si diffonde, così che la loro limitazione per intervento statale costituisce una iniziativa di salute pubblica, mirata a difendere la comunità, contro il diritto solitario del singolo che vuole essere libero di contagiare gli altri.

I filosofi potevano esaminare e lamentare i guasti di una società già devastata dall’individualismo edonistico della nostra epoca, cui si aggiunge, per dolorosa necessità, questa ulteriore spinta dall’alto alla disgregazione. Ma non lo fanno, figli poco filosofici della propria epoca, lamentano le restrizioni subite dall’individuo solitario.

Non meno rivelatore di un atteggiamento che non si discosta dalla psicologia corrente del comune uomo medio, è la posizione critica e recriminatoria contro la scienza medica che si occupa di monitorare l’andamento della pandemia e che orienta il governo nelle sue strategie di contenimento. Si tratta di rivendicazioni che muoverebbero al riso per la loro superficiale ingenuità, ma che rivelano rimozioni più profonde.

La continua protesta di Cacciari, come di tanti non filosofi, per la scarsa informazione fornita dagli scienziati, per le loro comunicazioni contraddittorie, per gli effetti collaterali del vaccino non perfettamente indagati, rivelano in realtà l’ingenua pretesa della infallibilità della scienza, che vorrebbero simile a quella dei papi medievali. Ma non sanno i filosofi che anche nel mondo della scienza esistono diverse scuole, differenti approcci metodologici, molteplici esperienze sperimentali, che portano anche a conseguenze e risultati difformi? E davvero i filosofi possono, senza arrossire, rimproverare agli scienziati errori e contraddizioni, dimenticando che costoro hanno dovuto far fronte a un nemico sconosciuto, che nei primi tempi combattevamo a mani nude, e che in poco tempo ci hanno fornito conoscenza e strumenti efficaci di contenimento?

Ma la ragione di fondo, la base “filosofica” di quasi tutte queste posizioni di recriminazione contro le scelte istituzionali è con ogni evidenza quella che potrei definire l’arroganza antropocentrica di un pensiero che oggi appare invecchiato di fronte alle emergenze ambientali del nostro tempo. Perché non riconoscono il virus, non riescono a concepire la superiorità e la potenza della natura, di qualcosa che sfugge al dominio dell’uomo e lo sovrasta. Rimuovono del tutto la sconfitta sul campo dell’uomo tecnologico, la cui illusoria infallibilità hanno introiettato come un dato naturale e pretendono perciò fanciullescamente che esso continui la sua marcia trionfale al centro del creato.

Ma la rimozione del virus come un accidente transitorio è in questo caso la spia di un distacco profondo del pensiero filosofico, e in genere di quasi tutta la cultura italiana, dal mondo della natura, dagli sconvolgimenti inflittale dall’uomo. Il quale rimane il signore di tutte le cose, secondo l’antica concezione giudaico-cristiana. Non si è compreso il salto epocale, generato dal fatto, per dirla con Edgar Morin, che «più l’uomo possiede la natura, più la natura lo possiede».

Tutte le pandemie degli ultimi decenni provengono dagli allevamenti intensivi e in genere da un assoggettamento sempre più vasto del mondo selvaggio alle economie umane. Non si pretende che i filosofi si occupino di zootecnica, ma forse qualche visione generale del mondo dovrebbero trarre dal fatto che miliardi di animali, sono oggi ammassati in giganteschi lager, imprigionati in gabbie, fatti vivere per breve tempo in condizioni di sofferenza inaudita. Su tale realtà, soprattutto fuori d’Italia, è fiorita una vasta letteratura, perfino una corrente di pensiero, quella sui diritti degli animali (animal rights). La nostra civiltà si regge sul dolore e sullo sterminio quotidiano di milioni di creature viventi, ma in Italia il fenomeno non viene degnato di alcuna considerazione da un pensiero umanistico invecchiato, rimasto fermo all’homo sacer.

Leggere la pandemia attraverso un’indagine sulla vulnerabilità

Salute. Un percorso tra testi che si segnalano per una riflessione originale, «Un virus classista», «La società chiusa in casa» e «La salute del mondo»: tre saggi per saperne di più

Domenico Ribatti  06.01.2022

Nel profluvio di saggi dati alle stampe di recente su Covid-19 e dintorni se ne possono selezionare tre, che si discostano dagli altri per una riflessione particolare e originale. Si tratta di Un virus classista pandemia, diseguaglianze e istituzioni di Benedetto Saraceno (Edizioni Alpha Beta Verlag, pp. 112, euro 12.00), La società chiusa in casa. La libertà dei moderni dopo la pandemia di Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi (Marsilio, pp. 336, euro 15.00), e La salute del mondo. Ambiente, società, pandemie di Paolo Vineis e Luca Savarino (Feltrinelli, pp. 224, euro 16.00).

Saraceno nel suo saggio pone l’accento su come la crisi scatenata dal Covid abbia evidenziato la drammatica insufficienza di sanità e welfare territoriali e più in generale il grave deficit di democrazia nella gestione della sanità pubblica. I morti nelle Rsa generalmente non erano anziani benestanti e i più poveri, i più socialmente vulnerabili, hanno sofferto in misura maggiore e pagato i prezzi più alti.

Appare evidente come la vulnerabilità non dipende soltanto da condizioni biologiche (obesità, diabete, cardiopatie), ma anche sociali. I più poveri e vulnerabili arrivano alla attenzione dei servizi sanitari in stadi più avanzati della malattia, quando gli esiti dell’infezione si rivelano più pesanti se non letali. Va tenuto in conto come le diseguaglianze non esistono solo fra Paesi poverissimi, poveri, medi o ricchi, ma anche all’interno degli stessi Paesi, a seconda che si parli della salute dei ricchi o di quella dei poveri, come è accaduto e continua ad accadere anche in Italia, dove una fascia sempre più alta della popolazione non è più in grado di accedere ai servizi sanitari essenziali.

SU QUESTA LINEA si inscrive anche l’analisi di Corbellini e Mingardi, che ha il merito di svolgere una indagine storica retrospettiva molto accurata e articolata. Nel passato non si conoscevano le cause delle pandemie: ad esempio, quale fosse stata la causa della spagnola lo si capì solo negli anni Trenta del Novecento. I due autori ritengono che nel caso della pandemia da Covid-19, la causa è stata identificata ancora prima che mettesse in crisi i sistemi sanitari a livello planetario. Se da una parte la possibilità di scambiare informazioni in tempo reale è stata un vantaggio per la comunità scientifica, dall’altra ha finito per generare una ansia e un disorientamento collettivi, che hanno finito per influenzare enormemente le politiche pubbliche.

DIVERSA È STATA la modalità di affrontare la pandemia se mettiamo a confronto le scienze medico-sperimentali e quelle medico-sanitarie, che hanno avuto una interazione che non sempre è stata concretamente costruttiva. I modelli matematici e predittivi non hanno sempre trovato riscontro nella realtà quotidiana delle manifestazioni cliniche della malattia, il cui trattamento spesso si è avvalso di approcci empirici, che sono stati sconfessati dal riscontro al letto degli ammalati. In realtà, l’unica innovazione scientifico-tecnologica che abbia dato dei risultati inequivocabili è stato il vaccino e incontrovertibile è stato il merito di coloro che lo hanno messo a punto in tempi così brevi.

IL CERCHIO SI CHIUDE con il saggio di Vineis e Savarino, che pongono l’accento su come la pandemia abbia significato anche una diversa narrazione della malattia che non può più essere considerata come accadeva nel passato come un evento incentrato sul paziente, sui suoi sintomi, e su una rete di cause prossimali di breve-medio periodo.

Oggi, invece, la malattia deve essere messa in relazione, come mai era accaduto prima, come il frutto di un flusso continuo di interazioni bidirezionali tra l’individuo e l’ambiente che lo circonda. Si parla correntemente di «olobionti», ovvero di colonie costituite da cellule umane e da cellule batteriche che colonizzano il nostro organismo. La dicotomia «self-non self», che ha costituito una dei capisaldi della riflessione immunologica nel Novecento, è stata oggi in parte superata. Il numero totale di cellule microbiche (microbiota) presenti sulla cute e in altre zone anatomiche è ≈ 10 volte più alto del numero totale delle cellule che compongono il nostro corpo. L’intestino umano è l’habitat naturale per una popolosa comunità di batteri, che ha caratteristiche dinamiche, perché i suoi membri possono variare nel tempo, per vie naturali, legate a diversi fattori come dieta, igiene, antibiotici. Le ricerche sul microbioma stanno a rimarcare una continuità sostanziale tra l’interno e l’esterno dell’individuo.

PERCIÒ È RACCOMANDABILE la lettura di questi tre libri, che si discostano dal pensiero agiografico ricorrente e che ha anche contribuito a disorientare il nostro pensiero nel corso di questi due ultimi anni in ogni caso così difficili.

«La crociata», il progetto utopico e la favola ecologista

Al cinema. Nel nuovo film di Louis Garrel un messaggio per ogni generazione

Giuseppe Gariazzo  06.01.2022

Nasce da un’idea di Jean-Claude Carrière, che l’avrebbe poi sviluppata in sceneggiatura insieme a Louis Garrel, La crociata, il nuovo film che il regista francese ha realizzato sorprendendo per la «deviazione» compiuta rispetto alle sue opere precedenti, per l’adesione alla commedia contaminata con la favola, per la leggerezza e l’umorismo con cui ha raccontato, dalla parte dei bambini, un argomento centrale nelle nostre vite come quello dei cambiamenti climatici e di come affrontarli. «Non avevo l’ambizione di far cambiare le coscienze, ma di fare un film nella posizione giusta, e che facesse ridere. Dopo, più segretamente, spero che ciò colpisca la generazione dei quindicenni-ventenni, che quei ragazzi si dicano che il film parla della loro realtà, della loro epoca, delle loro preoccupazioni», afferma Garrel.

TUTTO COMINCIA, è la scena d’apertura de La crociata, con una coppia, Abel e Marianne (ovvero lo stesso Garrel e Laetitia Casta, che sono una coppia anche nella vita privata), che scopre che il figlio tredicenne Joseph (Joseph Engel, già nel precedente film del regista L’uomo fedele del 2018) ha venduto non solo il suo monopattino ma, di nascosto, molti oggetti preziosi dei genitori per finanziare un progetto misterioso che coinvolge una moltitudine di ragazzi sparsi nel mondo. La camera a mano segue quanto accade restituendo l’ansia e il turbamento degli adulti di fronte a quell’inatteso stato di cose, i dialoghi serrati tra madre, padre e figlio che si spostano da una stanza all’altra «catalogando» gli oggetti mancanti. Che serve possedere tante cose se poi non si usano, se sono solo segno di accumulazione, se non si nota neppure che sono sparite da tempo? «Li ho venduti quattro mesi fa e non ve ne siete accorti!», dice loro Joseph. Garrel non usa preamboli e scaraventa subito lo spettatore nel cuore della situazione. La missione dei ragazzi è salvare un pianeta che sta sempre peggio e farlo senza l’aiuto degli adulti, chiusi nei loro egoismi, circondati di oggetti inutili, disillusi. I ragazzi si radunano in un bosco dove hanno costruito una mappa dell’Africa, il loro obiettivo è spostare un mare nel Sahara, creare un mare interno, hanno già contattato ministeri e istituzioni, sono pronti ad agire per trasformare l’utopia in realtà.

https://www.youtube.com/embed/SetWSDhI5rw?feature=oembed GARREL filma il loro entusiasmo, la loro energia, gli stereotipi nei quali sono confinate le forze del potere (la retata della polizia nel bosco pensando che si tratti di un giro di pedofilia), ma anche i primi innamoramenti, la tenerezza fra coetanei, gli sguardi razzisti che al commissariato si posano su chi ha la pelle scura, l’angoscia per la diffusione di polveri sottili che svuota le strade, costringe a stare chiusi in casa, andare in giro indossando una mascherina (la scena è stata pensata prima del Covid).
Nel suo terzo lungometraggio da regista (ma in tutti e tre è pure attore e i suoi personaggi si chiamano sempre Abel, a indicare un percorso di continuità e di cinema «familiare» rivendicato dallo stesso autore), Garrel, in un film che dura poco più di un’ora, si rivolge tanto ai più giovani quanto alle generazioni precedenti e consegna infine l’utopia, l’adesione al progetto, a una donna, alla madre di Joseph, che si recherà in Africa e diventerà la loro «portavoce». Durante un’escursione nel deserto, Marianne, con gli altri turisti e la guida, vedrà «sorgere» il mare. Una figura femminile e l’acqua, come nel finale di un film di Marco Ferreri. Un’illusione, un miraggio. In cui credere. Garrel è esplicito: «Il finale è un miraggio, un miraggio di cinema a significare che il film stesso crede al progetto utopistico».

Reportage fotografici sulla Terra sommersa dalla plastica

 

Manuela De Leonardis  06.01.2022

Bari, 29 dicembre 2021. Il cavalluccio marino afferra con la coda il cotton fioc che porta con sé, nuotando ignaro nelle acque verdi dell’arcipelago indonesiano, nel noto scatto del fotografo statunitense Justin Hofman. La fotografia (Sewage Surfer) è stata finalista al Wildlife Photographer of the Year 2017. Altro che acque trasparenti, il titolo va dritto al punto: surfista nelle acque nere! Sulla parete di fronte, nello storico Teatro Margherita di Bari dove è allestita la mostra fotografica Planet or Plastic? (fino al 13 marzo) – curata dal National Geographic e organizzata nell’ambito di Io scelgo il Pianeta (primo festival della sostenibilità ambientale di Bari) da Cime con il sostegno della Regione Puglia, del Comune di Bari e la partecipazione del corso di Laurea in Scienze Ambientali dell’Università degli Studi di Bari – è esposta un’altra immagine iconica: il campione mondiale indonesiano di surf, Dede Suryana, che cavalca l’onda con la sua tavola.

Eppure in questa foto del 2013 firmata da Zak Noyle, tra i fotografi d’avventura più celebri della nostra epoca, la scena da Un mercoledì da leoni trasporta il visitatore in una dimensione certamente più spaventosa che avventurosa. In quel posto sperduto a sud dell’isola di Giava, a 15 ore di auto da Jakarta, l’onda porta con sé i rifiuti più inquinanti dell’uomo. Un vero campionario di oggetti di plastica coloratissimi – a modo loro anche potenzialmente seduttivi – che vengono prodotti prevalentemente in Cina (un quarto del totale globale viene dal paese asiatico) ed esposti negli oltre 70mila stand del più grande mercato all’ingrosso del pianeta, nella città di Yiwu a circa 300km da Shanghai.
Il percorso di Planet or Plastic? inizia proprio con il reportage dell’inglese Richard John Seymour che porta a riflettere sul concetto di quantità, come elemento di decodificazione della società, andando ben oltre l’inquadratura dell’apparecchio fotografico. Un dato di fatto imprescindibile. Paradossalmente, le prime plastiche sintetiche furono inventate nel XIX secolo, negli Stati Uniti, con l’obiettivo di salvaguardare lo sterminio degli animali selvatici, soprattutto gli elefanti. Un’azienda newyorkese che fabbricava biliardi mise a disposizione un premio di 10mila dollari per chi avesse scoperto un materiale alternativo all’avorio, usato fino a quel momento per produrre palle da biliardo, tasti del pianoforte e pettini.

Il brevetto, nel 1868-69, è di John Wesley Hyatt che inventò la celluloide: nitrocellulosa di azoto plastificata con canfora. Una ventina d’anni dopo questo stesso materiale sarà impiegato anche da Hannibal Goodwin per la realizzazione delle pellicole fotografiche. Se, tuttavia, durante la seconda guerra mondiale e nel dopoguerra l’utilizzo del polimero è decisivo nel dare un imprinting alla qualità della vita – basti pensare al suo ruolo in medicina e nella tecnologia chirurgica (la siringa monodose è del 1955) – negli anni Settanta la produzione e l’uso della plastica aumenta in maniera esponenziale, arrivando a toccare il 400% tanto da superare addirittura quella dell’acciaio. Il problema, però, è il suo smaltimento e l’inquinamento incrementato dalla pandemia: dalle immense discariche negli slum agli animali che muoiono ingerendo rifiuti plastici, gli aspetti sono molteplici come è evidente nei lavori di fotografi e filmmaker internazionali, tra cui Mandy Barker, Jordi Chias, Shawn Miller, Randy Olson, Dan Westergren, David Liittschwager, Nick Pumphrey.

La situazione allarmante in cui versa il pianeta è sottolineata anche dai cambiamenti climatici, con la proiezione del documentario del National Geographic Before the Flood (2016), diretto da Fisher Stevens, che vede protagonista l’attore Leonardo Di Caprio, Messaggero della Pace per conto dell’Onu che incontra Barack Obama e Papa Francesco. Infine, Dolcetto o scherzetto (Trick or treat)? si chiedono – rivolgendo la domanda alla collettività – i tre giovani studenti d’arte Hong Yi-chen, Guo Yi-hui e Zheng Yu-ti raccogliendo i campioni d’acqua (inquinata) di 100 siti di Taiwan, con cui realizzano dei ghiaccioli ambrati dal sapore (neanche a dirlo) disgustoso.

Alghe e meduse no nuke

Storie. Diverse centrali nucleari nel mondo sono state costrette a spegnere i reattori, bloccate dall’invasione delle specie marine provocata dai cambiamenti climatici

Paolo Ponga  06.01.2022

Le meduse possono bloccare una centrale nucleare? Potrebbe sembrare una barzelletta, ma la risposta è sì. Solo che la domanda in effetti non è per niente precisa, perché è già successo: in realtà le meduse hanno più volte bloccato il funzionamento di una centrale nucleare. L’ultima volta in ottobre quando, secondo quanto riporta il quotidiano scozzese The Herald, i tecnici addetti al controllo di Torness hanno dovuto spegnere il reattore della centrale con una procedura di emergenza. La notizia non è arrivata sui media italiani? Strano. Forse è mancato lo spazio a disposizione, visto che oltre al Covid non pare esserci altro di cui parlare; oppure semplicemente non è il caso di andare contro al rinnovato interesse per il nucleare, sbandierato ormai come totalmente sicuro ed esente da problemi di qualsiasi sorta.

La natura però non sembra pensarla allo stesso modo e la sua risposta sembra appartenere a un film di fantascienza degli anni Cinquanta: L’invasione delle meduse. Potrebbe essere. Il caso scozzese non è infatti l’unico, tutt’altro. Anzi, il problema è ben noto da oltre ottant’anni, da quando questi semplici animali senza nemmeno una spina dorsale hanno bloccato nel 1937 il funzionamento di una centrale elettrica a carbone in Australia.

COME POSSONO FARLO? La risposta è semplice, sia per la spiegazione del meccanismo, che del peggioramento della situazione. Le centrali nucleari sono spesso costruite in prossimità del mare o di grandi laghi, visto che necessitano di enormi quantitativi di acqua per raffreddare i nuclei dei reattori e le apparecchiature ad essi associate. Se le pompe che aspirano l’acqua attirano grossi quantitativi di questi animali, i filtri rimangono intasati da essi, impedendo il corretto afflusso dell’acqua e costringendo il personale di controllo a fermare l’impianto, con costi considerevoli: la chiusura di Torness costa per esempio 1,5 milioni di dollari al giorno.
In Scozia era già successo altre volte, ma è capitato anche negli Stati Uniti, in Canada, in Svezia, in Giappone e in Francia. La notizia è stata confermata tempo fa proprio dal Bulletin of Atomic Scientists e non da un giornale ecologista, contrario alla proliferazione delle centrali atomiche: per fare degli esempi, quella giapponese di Shimane ha dovuto chiudere per alcuni giorni nel 2011, quella svedese di Okarshamns nel 2005 e nel 2011, St. Lucie in Florida più di una volta, e così via.

QUESTI STRANI EVENTI sembrano oltre tutto diventare sempre più comuni, a causa della proliferazione delle meduse: in Giappone, per esempio, si assisteva alla «fioritura» di una specie molto grossa di dimensioni, la Nemopilema Nomurai, circa due volte ogni secolo. Negli ultimi anni sembra invece essere diventato un fenomeno assai comune, tanto che il professor Shinichi Ue docente di Scienze Marine all’Università di Hiroshima, ha lanciato un allarme nel 2014, avvertendo che occorrerà prendere serie contromisure contro la proliferazione delle meduse e le sue cause, per evitare guai seri. Si tratta di un fenomeno volontario da parte di questi animali? Ovviamente no. Come sa chiunque ami nuotare nei nostri mari, ed è magari stato punto da una di esse, stiamo parlando di forme di vita con una limitatissima capacità di movimento. Sono infatti animali planctonici, cioè organismi acquatici che, non essendo in grado di muoversi attivamente, vengono trasportati passivamente dalle correnti e dal moto ondoso. Non si dirigono quindi verso i collettori delle centrali, ma vengono passivamente attirati in numero tale da bloccare l’afflusso di acqua, risucchiati fino a morire senza motivo.

COSA PUÒ DUNQUE ESSERE IL MOTIVO scatenante della loro massiccia presenza? Innanzitutto, il riscaldamento globale (che strano), sommato alla pesca intensiva delle specie marine che si nutrono di meduse. Sapete quale sia per esempio un animale ghiotto di esse? Le tartarughe, diventate così rare nel mondo. Oltre a questi fattori, si sta studiando un altro fenomeno: l’acidificazione degli oceani, dovuta all’assorbimento di acido carbonico che deriva dall’anidride carbonica atmosferica. L’inquinamento, insomma. Questo sembra interferire con il processo di calcificazione delle creature col guscio, e dei coralli.

Bene. I filtri sono intasati e così le centrali pompano fuori acqua per ripulirli, oppure ci mandano a farlo dei subacquei, non molto felici immagino. L’impianto è rimasto spento per qualche giorno e sono stati spesi un mucchio di soldi. La soluzione? Semplice, costruiremo le prossime centrali nucleari vicino a fonti di acqua dolce, dove non vivono le meduse. Ma anche in questo caso Madre Natura ha in serbo una brutta sorpresa. Sono infatti avvenuti grossi problemi anche nel caso dei condotti di aspirazione di acque dolci, come testimoniato dagli episodi occorsi alle centrali situate sulle rive dei Grandi Laghi americani. Si è scoperto infatti che Cladophora, un raggruppamento tassonomico che include diverse specie di alghe verdi, ha causato diversi casi di malfunzionamento. Anche in questo caso le alghe hanno beneficiato per la loro riproduzione del degrado ambientale, compreso l’aumento della presenza di fertilizzanti nelle acque rese più calde dallo scarico di quelle utilizzate per raffreddare il nucleo. Inoltre, si è vista una crescita esponenziale di una specie di cozze presente anche nelle acque lacustri di casa nostra, come ben sanno i subacquei che vi si immergono: la Dreissena polymorpha. Questa specie, aggressiva e invasiva, collabora alla crescita della Cladophora, formando grandi colonie che puliscono l’acqua, permettendo alla luce di penetrare e formando un substrato alle alghe. In questo modo la centrale nucleare canadese di Pickering ha dovuto chiudere due volte e una quella di Darlington, sempre in Ontario; entrambe sono inoltre soggette a interventi manutentivi sempre più frequenti. I responsabili hanno quantificato un costo globale per la società di circa 3 milioni di dollari all’anno. Stesso discorso per la centrale statunitense di Fitzpatrick nello stato di New York.

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO HA POTUTO solo peggiorare la situazione, incrementando la fioritura di alghe d’acqua dolce e meduse marine, che hanno passivamente e involontariamente “attaccato” centrali nucleari dall’Atlantico al Pacifico, e addirittura nei Grandi Laghi, causando un loro breve ma inevitabile arresto.

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