DISFATTA POLITICA, MORALE E MILITARE PER L’OCCIDENTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DISFATTA POLITICA, MORALE E MILITARE PER L’OCCIDENTE da IL MANIFESTO

Disfatta atlantica, game over a Kabul

Afghanistan. Le onde d’urto della mossa “talebano-pakistana” non potranno non aver ripercussioni sui restanti Paesi dell’area, sugli equilibri mondiali e sulla stessa esistenza della Nato

Enrico Calamai  18.08.2021

Sul finire di una guerra, una sola cosa è chiara: ciascuna delle parti interessate cerca di assicurarsi posizioni di vantaggio da giocare a proprio favore sul tavolo negoziale, se mai ci sarà. Dal rapidissimo effetto domino che una dopo l’altra ha fatto cadere le principali città afghane in mano ai talebani, fino al loro arrivo a Kabul, da una parte, e, dall’altra, dalle altisonanti dichiarazioni del presidente Ashraf Ghani, che si manifestava deciso ad asserragliarsi nel Palazzo Presidenziale fino alla fine, in quanto – a suo dire – democraticamente eletto dal popolo afghano, sembrava fino a ieri di essere giunti all’istante che precede la resa dei conti e, come capitato più volte in passato, al bagno di sangue. Erano invece trattative tese allo spasimo, che alla fine hanno partorito una soluzione win-win, per le forze in campo, anche se non per il popolo afghano.

Usa e Occidente, in primo luogo, che, sconfitti, hanno realisticamente abbandonato il Paese, ma non si sono arresi. L’«Arrivano i nostri» di un contingente di tremila soldati americani (se non di più) e seicento inglesi presso l’aeroporto di Kabul, ha di sicuro esercitato un peso sulle ultime febbrili trattative, in cui tutto era possibile. Gli Usa, e gli occidentali con loro, hanno infatti bisogno di difendere la loro credibilità di fronte agli alleati del mondo arabo e l’ultima cosa che avrebbero voluto sarebbe stata l’onta di una seconda Saigon, con i disperati che cercano di aggrapparsi agli elicotteri. Avevano bisogno di un “face saving device” e lo hanno trovato. L’evacuazione, se ci sarà, avverrà con tutta calma.

C’era poi il problema di cosa fare con il governo messo su dagli occidentali. Se inevitabilmente si stava sfaldando, il suo Presidente, Ashraf Ghani, con il quale i talebani rifiutavano di trattare, negava l’evidenza di essere diventato ormai un ostacolo e, in quanto tale, destinato a essere messo da parte. Non si escludeva a Kabul la possibilità che, dall’aeroporto, un ben armato corpo di spedizione occidentale si recasse al palazzo presidenziale per dimettere, in un modo o nell’altro, il querulo quanto ormai inutile fantoccio.

Innegabile è la vittoria dei talebani, dopo il prodigioso blitz, che li ha visto in pochi giorni conquistare tutto il Paese ed arrivare a Kabul. Un po’ troppo prodigioso, tuttavia, per non ricordare quanto avvenuto all’epoca della loro prima, e altrettanto veloce, presa del potere, all’inizio degli anni ’90. I body bag che numerosi nei giorni scorsi, secondo persone ben informate, sarebbero stati caricati su camion diretti in Pakistan, sembrano indicare che ancora una volta la travolgente offensiva dei talebani potrebbe non essere stata esclusivamente opera loro, bensì da attribuirsi in gran, se non massima, parte agli uomini dell’ISI (il servizio d’intelligence pakistano) pashtun come loro, parlanti la stessa lingua, come loro vestiti e con loro confusi, ma soprattutto con un’esperienza militare e una dotazione di armamenti che i talebani, quelli veri, non avrebbero potuto neanche immaginarsela. Quella attuale non sarebbe che il ripetersi della stessa messa in scena.

Il Pakistan sarebbe insomma rientrato alla grande nel Grande Gioco, deciso a controllare il Paese, le sue scelte geopolitiche e le sue risorse e ottenere finalmente il riconoscimento da parte afghana della Durand Line del 1893, come confine ufficiale tra i due Paesi, attraverso una forza politico-militare che ha saputo conquistarsi credibilità a livello locale, attraverso anni e anni di resistenza all’occupazione occidentale.

Dimesso ormai il Presidente afghano – la cui partenza, sia detto per inciso, più che una fuga sembra una cacciata con la minaccia dell’uso della forza – la scelta da parte del governo uscente di un politico accettabile come interlocutore per i talebani, dovrebbe a questo punto spianare la strada a un governo di transizione che possa tentare un atterraggio morbido per la compagine che finora ha retto l’Afghanistan, in verità con poca efficienza e molta corruzione.

Da parte occidentale dovrebbe esserci una bella stretta di mano all’amico/nemico talebano all’aeroporto di Kabul, con tanti saluti a chi rimane a terra o, peggio ancora, tenta di arrampicarsi sugli aerei in partenza, ma si saprà presumibilmente anche promettere un profluvio di aiuti di emergenza per il popolo afghano, che esce spossato da questa ventennale invasione per ritrovarsi, dopo aver dato retta alle nostre incaute promesse in fatto di diritti umani e in particolare delle donne, in un regime fondamentalista islamico tipo Arabia Saudita.

Ma le onde d’urto della mossa “tale-stana” o “paki-bana” che dir si voglia, non potranno non aver ripercussioni sui restanti Paesi dell’area e più in generale sugli equilibri mondiali.

E se da una parte, sembra fare il gioco dell’Arabia Saudita e più in generale dell’Occidente nel contenimento dell’Iran sciita, dall’altra non può che destare preoccupazioni nel gigante indiano che sicuramente avrebbe preferito uno Stato cuscinetto piuttosto che uno subalterno al Pakistan, preoccupazioni susciterà anche in Russia che, dopo le protocollari strette di mano con i nuovi arrivati, non potrà che invitarli con forza ad astenersi da qualunque tentativo di esportare la rivoluzione sunnita fondamentalista di cui sono portatori verso le repubbliche caucasiche, mentre la Cina avrà probabilmente già sollecitato e ottenuto assicurazioni di non intervento nella situazione degli Uiguri nello Xinjiang, oltre che di apertura all’ambizioso progetto della Via della Seta.

A rimetterci, come inevitabilmente accade a chiunque abbia perso una guerra, sono gli Stati Uniti e la Nato, perché si dimostrano ancora una volta tragicamente incapaci di vincere le guerre che tanto facilmente intraprendono (come non ricordare con orrore la granguignolesca citazione di Cesare da parte di Hillary Clinton, alla notizia del linciaggio di Gheddafi: “We came.We won, he died / siamo venuti, abbiamo vinto, è morto”), il che non potrà non seminare dubbi anche negli alleati più affidabili (noi compresi, si spera). E quanto alla Nato, già accusata di morte cerebrale dall’alleato Macron, non potrà a sua volta che riflettere sul collasso degli ambiziosi piani di difesa degli interessi occidentali nel mondo e, ma forse sarebbe chiedere troppo, sull’utilità della sua stessa esistenza in vita. In fondo, in fondo, il ritorno di un bell’isolazionismo americano non potrebbe che far piacere al mondo intero.

Disfatta politica, morale e militare per l’Occidente

Missione fallita. In guerra non vince sempre il più forte; o meglio, la forza non si misura solo col numero dei soldati, o il «peso» e la tecnologia delle armi. In guerra vince chi riesce a creare un equilibrio tra motivazioni, risorse, obiettivi; tra lo spazio e il tempo; tra i costi e i benefici della lotta.

Gastone Breccia  18.08.2021

Abbiamo davanti gli occhi le immagini della «liberazione» di Kabul: i talebani che entrano vittoriosi in città vent’anni dopo l’inizio della Long War; l’inviata della Cnn Clarissa Ward, coperta con lo chador di fronte all’ambasciata americana abbandonata, che dice «non avrei mai creduto di essere testimone di scene del genere nella mia vita»; gli afghani che avevano sperato in un futuro diverso, compromessi con il governo amico dell’Occidente, ammassati sulle scalette di aerei che non partiranno mai. Sguardi e voci che chiedono – ai compagni attorno, alla propria coscienza, al primo straniero che passa – come sia potuto accadere.
Da storico militare posso dire non è stata una sorpresa.

Soltanto il ritmo frenetico preso dagli avvenimenti dopo il 10 agosto mi ha stupito: perché l’incapacità delle forze di sicurezza afghane di affrontare l’offensiva degli insorti era evidente – per chi avesse voglia di guardare in faccia la realtà – già da alcuni anni. Nel 2019, quando lavoravo al mio saggio Missione fallita. La sconfitta dell’Occidente in Afghanistan, i militari della Nato impegnati come addestratori di reparti dell’Afghan National Army mi confessavano di avere grossi dubbi sulla loro efficienza. «Quando si arriverà al combattimento, non avranno alcuna speranza. Gli ufficiali vendono la benzina al mercato nero, i sottufficiali vendono le munizioni, i generali firmano organigrammi falsi per intascare gli stipendi di soldati che non esistono»: di 300 mila uomini dichiarati «presenti» ce n’erano in servizio forse la metà; di questa metà, un terzo era pronta a disertare al primo colpo di fucile, un altro terzo a passare direttamente con gli insorti. Nonostante i quasi 90 miliardi di dollari spesi dagli Stati uniti per le sole forze armate afghane, oltre alle cifre investite dagli alleati della Nato, vent’anni non sono stati sufficienti a creare un esercito capace di respingere l’offensiva di poche decine di migliaia di guerriglieri armati alla leggera – pick-up con mitragliatrici, AK-47, lanciagranate a razzo (Rpg).

Di nuovo: come è potuto accadere? Per vincere una guerra bisogna provare almeno a combatterla; per combatterla, bisogna essere disposti a morire. Il fallimento dell’Occidente in Afghanistan è stato politico e morale, prima che militare: l’impossibilità di creare un esercito afghano dotato della volontà di lottare per il proprio paese nasce dalla percezione, condivisa da molti, che la parte migliore del paese fosse altrove. Un governo corrotto, diviso tra fazioni, incapace di garantire giustizia e sicurezza alla popolazione non potrà mai essere un buon motivo per rischiare la pelle contro uomini che affermano di lottare per grandi ideali – in questo caso, per Dio e la patria: agli americani dovrebbe suonare familiare – e sono disposti a sacrificare la vita in combattimento. Si può continuare a combattere per soldi: ma negli ultimi mesi, a quanto pare, erano finiti anche quelli.

I più gravi errori sono stati commessi subito dopo la vittoria sul campo dell’autunno 2001, quando l’Occidente ha scelto di appoggiarsi a una classe dirigente screditata, che mai avrebbe potuto conquistare il consenso della propria gente; il resto è venuto da sé. In guerra non vince sempre il più forte; o meglio, la forza non si misura solo col numero dei soldati, o il «peso» e la tecnologia delle armi. In guerra vince chi riesce a creare un equilibrio tra motivazioni, risorse, obiettivi; tra lo spazio e il tempo; tra i costi e i benefici della lotta.

I talebani hanno vinto perché hanno condotto una paziente campagna di logoramento delle risorse morali e materiali del nemico, costretto a spendere cifre comunque enormi per risultati inconsistenti, visto che una «guerra tra la popolazione» si vince se si garantisce sicurezza alla gente, e non si può garantire la sicurezza di un paese come l’Afghanistan senza una presenza capillare sul territorio. Alla fine i talebani hanno costretto l’Occidente ad abbandonare la partita per manifesta inferiorità politica: le democrazie hanno bisogno di consenso per combattere, e la loro resistenza lo aveva cancellato. Il fastidio dell’elettorato americano convinse Obama a dichiarare l’inizio del ritiro delle truppe nel giugno del 2011: errore fatale, perché a quel punto i talebani sapevano che il tempo giocava dalla loro parte. Trump ha proseguito nella stessa direzione; Biden, in maniera tragicamente dilettantesca, ha fatto solo l’ultimo passo lungo una strada sbagliata.

Quando i pacifisti dicevano che i patti si fanno con i nemici

Afghanistan . Due obiettivi sono ora importanti: trattare con i Talebani per ottenere canali per l’espatrio e dialogare con Teheran per far passare ai profughi di Kabul la lunga frontiera

Luciana Castellina  18.08.2021

Vi ricordate uno degli slogan che esprimeva una delle più importanti verità che il movimento ci aveva fatto capire nell’epoca gloriosa del pacifismo, il solo, grande movimento realmente europeo che si sia sviluppato, quello degli anni Ottanta, quello che recitava: ”I patti non si fanno con gli amici ma con i nemici”? Voleva dire no ad Alleanze Atlantiche e invece ricerca di un accordo, o almeno di un compromesso, di un dialogo, con quelli che stiamo combattendo.

Ed era il corollario di un’altra verità: “La guerra è un retaggio medioevale, la politica estera non può più affidarsi alla rozza semplificazione militare”.
So bene che poi nel concreto spesso non è facile applicare queste indicazioni; e infatti in questo stesso scorcio di tempo sono state calpestate. Con i risultati che abbiamo sotto gli occhi, non solo in Afganistan, ma anche in Irak e altrove.

Ripenso a questi slogan in questo momento terribile in cui le conseguenze dell’averli ignorati scorrono drammaticamente sugli schermi televisivi: se si è arrivati a questo è perché si è scelto di dar peso alla Nato a – i nostri “amici” – (e alla loro guerra) e di non tentare neppure di dialogare con chi in Afganistan stava dalla parte dei Talebani. Quello che invece hanno fatto le Ong che si sono impegnate ad aiutare con scuole e ospedali la società civile del paese anziché ad armare le bande di altre fazioni (quella ufficialmente al governo a Kabul, del presidente fuggitivo Ghani, non era molto di più di una fazione, ma una fazione alleata della Nato; e infatti si è dissolta in pochi giorni).

Non vorrei che oggi ci dimenticassimo di quanto abbiamo predicato, e invocassimo il “Mai riconoscere i Talebani” in nome di una radicalità che non è tale, perché è solo una assenza di riflessione. Dire “accordi” coi nemici, non vuol dire riconoscere il governo dei talebani (non l’hanno del resto fatto nemmeno Russia e Cina). Vuol dire cercare di trattare e strappare qualche possibilità di salvare chi ora rischia la vita. In molti casi significa accordarsi per ottenere vie d’uscita dal paese. Se non otteniamo questo non vedo cosa potrebbe servirci, di per sé, l’impegno dei nostri paesi ad accogliere i fuggitivi. Prima, ora, subito, bisogna ottenere canali per l’espatrio. Qualche spazio di trattativa, ancorché limitato, sembra esserci, bisogna profittarne e allargarlo, non chiudersi nella demagogica invocazione ”con i talebani non si tratta”. Se non si tratta, vuol dire che si continua la guerra. E cioè che chiediamo alla Nato di non partire dal paese e di riprendere i combattimenti.

A Doha, nel negoziato promosso da Trump e poi proseguito da tutta la Nato, non c’è stata una trattativa sull’Afganistan, ma solo sulle garanzie a favore dei militari Nato che se ne volevano andare, i soli per i quali è stata espressa preoccupazione dal presidente Biden: ”Riportare a casa i nostri ragazzi!”. E tanto peggio per quelli che vivono in un paese che i nostri ragazzi hanno massacrato in questi 20 anni, in nome della guerra come risolutrice dei conflitti.

C’è un altro obiettivo urgente, che sembra dimenticato e invece è importantissimo: il grosso di chi ha bisogno di scappare dal paese premerà inevitabilmente sulla lunga frontiera con l’Iran. E’ dunque urgente dialogare con il governo di questo paese, che non è nostro amico, per facilitare il passaggio di quella frontiera, non per farci accordi analoghi a quelli con la Turchia, ovviamente. Ma per dialogare bisognerà anche riconoscere le ragioni di Teheran, che patisce un durissimo embargo quando Washington ha deciso che andava punito perché avrebbe violato l’accordo sul nucleare (che non chiede solo ai paesi che non hanno le bombe di non cominciare a farle, ma anche a quelli che le hanno di non continuare a produrle. Come poi è risultato clamorosamente si tratta della stessa pretestuosa bugia che dette il via all’aggressione all’Iraq). Mobilitarsi per “liberare l’Iran”, è la cosa più utile che si possa fare per aiutare ora i profughi afgani. Ogni tempo ha le sue priorità, in questo è prioritario bloccare la ripresa della guerra.

Sono consapevole di rischiare un attacco di tanti che sono da sempre miei compagni di lotta perché può sembrare che quanto dico sia simile a quanto, tatticamente, dice il Segretario Generale della Nato, Stoltenberg. Ma sono certa che la vecchia guardia pacifista sarà d’accordo sull’importanza di ricordare sempre che si fanno patti con il nemico e non con gli amici. Con questi, se sono veri amici, non è necessario, perché ci si intende lo stesso. Con la Nato ho i miei dubbi.