CRISI E DECADENZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CRISI E DECADENZA da IL MANIFESTO

  1935, 2021: crisi e decadenza

Divano. La rubrica a cura di Alberto Olivetti

Alberto Olivetti  02.07.2021

Datate 1935 ci giungono parole che bene si applicano alla odierna condizione quotidiana, segnata dalla persistente pandemia. «I valori ideali perdono la loro pura vitalità universale, la loro capacità idealmente risolutiva, entrano in conflitto con la realtà». Ne consegue che «la vita non si lascia risolvere nei valori ideali, incapace di idealizzazione si dissolve in sé, si svia». Si tratta di pensieri appuntati da Antonio Banfi (1886-1957), dense notazioni che recano i significativi titoli di La crisi e di Inquietudini e certezze dell’ora presente.

Una tale situazione di discordanza, di sfasatura, di «disquilibrio si riflette nei rapporti personali abbandonati o a forze elementari o a velleità individuali, o a intrecci complessi di motivazioni». E Banfi procede nella elencazione dei sintomi di sconnessura che si manifestano nei ‘rapporti personali’: «si sconnettono i rapporti tra ceto e ceti, tra generazione e generazione, tra uomo e donna, dal che deriva un disequilibrio nei rapporti familiari, educativi, erotici, sociali». Ne risultano complicanze e divergenze che investono la stabilità e compromettono i riferimenti e le misure, quei supporti necessari a stabilire gli equilibri di ciascuna persona, i bilanciamenti dai quali «dipendono la certezza della sua esistenza, il suo benessere, la possibilità efficacia e continuità della sua opera, la riflessa coscienza della propria personalità come qualcosa di sicuro, universalmente riconoscibile nell’intimo quindi della personalità stessa, come mancanza di equilibrio spirituale, di certezza di sé, del proprio mondo, della propria attività, una mancata gerarchia delle proprie energie interiori, un gioco incerto di sentimenti, un’incomprensibilità di sé e degli altri».

In quel medesimo anno 1935 Johan Huizinga (1872-1945) pubblica Nelle ombre del domani. La traduzione italiana, con il titolo La crisi della civiltà, esce presso Einaudi nel 1937. Nel primo capitolo – La sensazione del decadimento – si legge: «oggi la coscienza di vivere in mezzo a una crisi di civiltà violenta, e che minaccia rovina, è penetrata in tutti gli strati sociali» e «l’immediato avvenire ci si spalanca davanti come un abisso circonfuso di nebbia». E si chiede: «lo svolgimento culturale cui assistiamo non è piuttosto un processo di imbarbarimento, in virtù del quale una situazione spirituale d’alto valore venga a poco a poco soffocata e ricacciata indietro da elementi di più basso livello?».

La coscienza contemporanea della crisi comporta una corrispettiva meditazione sul concetto storico di decadenza. Huizinga sa ben distinguere, pur nell’intreccio che pare assimilare crisi e decadenza, i tempi e i modi propri dell’una, peculiari e ben diversi da quelli che contrassegnano l’altra. Banfi della crisi privilegia la valenza affermativa: «se la realtà appare in crisi e problematica, non ci resta che accettarla e penetrare nella verità della crisi. E penetrando appunto ci si accorge che gli elementi negativi della crisi stessa si trasformano in positivi; che la problematica si trasforma in vita e vita libera ad assumere in sé la forma più conveniente per la sua espansione».

Huizinga revoca in dubbio questa possibilità di ‘penetrare nella verità della crisi’ se, nella condizione attuale, «con la svalutazione della parola, detta o stampata, sale, in proporzione diretta, l’indifferenza per la verità». Dunque l’imbarbarimento non si lascerebbe scalfire, e si estenderebbero d’attorno i suoi effetti. Banfi considera il «segreto fecondo del negativo della situazione contemporanea», cioè l’intima e più peculiare essenza della crisi, quella di affermarsi come «amore di questa libertà creatrice, di questa energia che nella persona è il superpersonale, come nella storia è il superistorico che attinge appunto solo attraverso l’abisso del negativo, le forze dell’umanità filtrate da ogni elemento impuro».

L’«abisso circonfuso di nebbia» resta innanzi agli occhi di Huizinga. Per Banfi «solo attraverso l’abisso del negativo» ciascuna persona consegue, al contempo, «infinita inquietudine e infinita certezza».

 

Il cuneo del proporzionale nell’orizzonte neoliberista

Riforme. Il sistema elettorale non può invertire il rapporto di sudditanza della politica rispetto all’economia, ma può aprire una breccia in questa che continuiamo a chiamare democrazia

Alessandra Algostino  02.07.2021

La comparsa nella discussione politica dell’opzione per un sistema elettorale proporzionale è stata fugace. Ora, non è il sistema elettorale che può capovolgere il destino di una democrazia asfittica, incardinata in una razionalità neoliberista, distante rispetto al suo ideale plurale e conflittuale sancito nella sovranità popolare, ma la rivendicazione del proporzionale costituisce un passo per una inversione di rotta.

Quando parliamo di sistema proporzionale, non basta il nomen iuris – da anni ormai abbiamo falsi sistemi proporzionali -, ma il riferimento è ad un sistema proporzionale puro, pieno, rigoroso, ovvero senza soglie di sbarramento, senza premi di maggioranza e con un riparto dei voti rispettoso della proporzionalità. Un sistema che garantisca l’eguaglianza del voto in entrata e in uscita, mantenendo il potenziale dirompente del suffragio universale, che non a caso i liberali dell’Ottocento si proponevano di disinnescare attraverso una formula maggioritaria.

Si ragiona, cioè, di un sistema, per dirlo con le parole della Corte costituzionale, che non alteri il «circuito democratico definito dalla Costituzione, basato sul principio fondamentale di eguaglianza del voto» (sentenza 1/2014), un circuito che lega rappresentanza, forma di governo parlamentare e sovranità popolare. Con una precisazione: la Corte non aveva ancora di fronte a sé un parlamento dimidiato nella sua composizione a causa della riforma costituzionale che, riducendo i membri, ha – fra l’altro – amplificato gli effetti distorsivi del sistema elettorale attualmente in vigore.

Perché quindi il proporzionale?

PRIMO. Il legame fra uguaglianza, suffragio universale e proporzionalità è un elemento fondamentale della concretizzazione della democrazia, uno dei tasselli che fungono da barriera contro la sua deriva oligarchica. Intendiamoci, il proporzionale non è una pozione taumaturgica in grado di iniettare fiducia e vitalità nella rappresentanza e restituire ai partiti la capacità di proporre organiche visioni del mondo e fungere da intermediazione fra società e istituzioni, ma è coerente con un percorso in questa direzione.

SECONDO. Il tema della democrazia politica è strettamente correlato a quello della democrazia sociale (ed economica), a quella declinazione della democrazia cioè che muove dalle diseguaglianze, dai bisogni delle persone e dagli ostacoli, per rimuoverli, conferendo effettività e sostanza alla democrazia. La democrazia della Costituzione non è indifferente alle diseguaglianze economiche e sociali, le riconosce in un orizzonte emancipativo, e riconosce il conflitto sociale ad esse connesso. Sia chiaro: il conflitto vive nella società, nei luoghi di lavoro, nei movimenti sociali e territoriali, nello spazio dell’autorganizzazione, ma una democrazia non può mancare di garantire la sua espressione anche nel circuito politico-rappresentativo. La formula proporzionale è quella che maggiormente consente l’espressione dei conflitti che attraversano la società, funge da specchio della realtà, veicola a livello politico-istituzionale le dinamiche sociali.

TERZO. La logica del sistema maggioritario ha favorito una convergenza incardinata nell’orizzonte neoliberista: il proporzionale può facilitare l’emergere di forze politiche che ritrovino la via per rappresentare il conflitto sociale non solo dalla parte di chi lo sta vincendo, reprimendo e mistificando; favorendo così quel pluralismo – conflittuale – che è fondante rispetto alla democrazia.

Il sistema elettorale non può invertire il rapporto di sudditanza della politica rispetto all’economia, rompere la cappa della razionalità neoliberista (in fase di ristrutturazione ma più presente che mai), restituire radicamento sociale e visione ai partiti, ma può aprire una breccia nell’asfissia di una democrazia che del suo etimo non ha più quasi nulla, può quantomeno favorire la possibilità che riappaia sulla scena una rappresentanza effettiva. Rivendicare dunque il proporzionale, come un passo nella direzione della democrazia della Costituzione, per invertire la rotta e reagire al TINA (There Is No Alternative); senza illusioni ma anche senza cedere ad un disincanto paralizzante.