CONTRIBUTO TEMPORANEO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTRIBUTO TEMPORANEO da IL MANIFESTO

Tassazione più equa o cambio di paradigma?

Nuova Finanza pubblica. La rubrica a cura di Nuova Finanza pubblica

Matteo Bortolon  10.04.2021

Secondo le stime ISTAT preliminari diffuse il 4 marzo scorso, nel 2020 le persone in condizione di povertà assoluta sono aumentate di un milione (raggiungendo i 5,6 milioni, dal 7,7% al 9,4% della popolazione). E non è una stima particolarmente pessimista, visto che Unimpresa valuta gli italiani a rischio povertà nel novero di 10,4 milioni: 1,2 più rispetto al 2015.

Non si tratta di un caso isolato, com’è possibile immaginare : la Banca Mondiale ha rivisto a gennaio scorso le statistiche sull’aumento di poveri assoluti nel 2020 da 88-115 milioni aggiuntivi a 119-24 milioni. Un aumento inedito dalla creazione di queste statistiche. L’aumento della povertà assoluta è solo una delle conseguenze sociali della recessione con caduta dei redditi e delle ore lavorate, disoccupazione galoppante, diminuzione di domanda e di offerta, crisi delle filiere globali.

A fronte di ciò si registra una stringente necessità da parte dei governi a reperire risorse per sostenere i costi sociali ed evitare sommovimenti popolari di cui le proteste attuali potrebbero essere solo una pallida avvisaglia. Dove trovare i soldi, visto la caduta dei redditi nazionali – che quindi comporta minor prelievo fiscale ?
Da marzo si registra una avanzata verso l’impensabile : dogmi e tabù prima impronunciabili arrivano alla bocca dei più blasonati rappresentanti del mainstream come Draghi.

Ad aprile si registra un altro passo in questa direzione : tassare i ricchi. Ai primi del mese è stato presentato dal presidente Biden il suo Tax Plan, che pare segnare un cambio di passo: tassare più duramente le multinazionali e contrastare la elusione fiscale per creare politiche di sviluppo ; riequilibrare la tassazione in senso più favorevole al lavoro rispetto ai profitti. In particolare mentre Trump aveva abbassato le aliquote per le aziende al 21%, la nuova amministrazione le vuole riportare al 28% – al di là delle somme sottratte al fisco via elusione.

A suggellare la nuova temperie di equità fiscale è addirittura il Fondo monetario internazionale, alfiere della ortodossia finanziaria globale che in uno dei suoi rapporti più importanti, il Fiscal Monitor che in un passaggio afferma che «Per rispondere alle necessità finanziarie legate alla pandemia, i decisori politici potrebbero considerare un contributo temporaneo per la ripresa imposto sugli alti redditi o patrimoni. Per trovare le risorse necessarie a migliorare l’accesso ai servizi di base e le reti di sicurezza sociale, nonché per rinvigorire gli sforzi per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, riforme del sistema fiscale sono indispensabili sul piano nazionale e internazionale».

Va dato il giusto peso a tali « conversioni ». Da un lato va riconosciuto che una parte dell’establishment ha la lucidità necessaria ad andare oltre gli stessi dogmi proposti come indiscutibili per omnia sæcula sæculorum fino a pochi anni fa.

Ma intanto va visto il limite temporale : lo stesso passo del Fondo Monetario internazionale allude a un contributo temporaneo; in ogni caso si può supporre che una fiscalità più redistributiva sia unicamente funzionale a sorreggere la tenuta del sistema, per tornare sui suoi passi appena è passata la tempesta, visto che il ruolo più incisivo delle autorità statali nella crisi del 2007-08 è durato appena lo stretto necessario per stabilizzare la situazione. In secondo luogo una fiscalità più redistributiva non basta.

Se l’architettura dei rapporti economici attuali resta indiscussa il cambio delle politiche di tassazione può risolversi in un piccolo drenaggio di risorse per sostenere un sistema che, forse in modo meno manifestamente iniquo, sarà sempre diretto più dalla governance di mercato che da una politica democratica incline agli interessi dei lavoratori. Questo rimane ancora un tabù.

Accesso ai vaccini, i movimenti tornano in piazza

In Italia e in Europa. I brevetti e i segreti industriali ostacolano infatti l’allargamento della produzione di vaccini a favore di aziende e paesi che attualmente non hanno tutti i vaccini che servono alla popolazione. La scarsità di dosi si fa sentire soprattutto nei paesi poveri, e in particolare in Africa, dove per le vaccinazioni ci si affida alle dosi riservate dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione Mondiale della sanità: finora circa 33 milioni di dosi da dividersi tra 92 paesi poveri

Andrea Capocci  10.04.2021

Tornano oggi in piazza i movimenti per l’accesso alle cure, per dire no ai brevetti sui farmaci e per chiedere di rilanciare la sanità pubblica. Le piazze tornano a parlare di farmaci e brevetti. Non lo facevano dai tempi del movimento di Seattle, quando i farmaci negati al sud del mondo erano quelli contro l’Aids. Oggi In moltissime città d’Italia e di Europa si chiederà all’Unione europea di appoggiare la proposta di Sudafrica e India all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

La proposta di sospendere i brevetti su vaccini e farmaci anti-Covid e sul know how necessario a produrli. I brevetti e i segreti industriali ostacolano infatti l’allargamento della produzione di vaccini a favore di aziende e paesi che attualmente non hanno tutti i vaccini che servono alla popolazione. La scarsità di dosi si fa sentire soprattutto nei paesi poveri, e in particolare in Africa, dove per le vaccinazioni ci si affida alle dosi riservate dalle organizzazioni umanitarie e dall’Organizzazione Mondiale della sanità: finora circa 33 milioni di dosi da dividersi tra 92 paesi poveri. La disparità non può non colpire: mentre la metà degli inglesi e un terzo degli statunitensi sono già vaccinati, solo il 5% della popolazione mondiale ha finora avuto accesso ai vaccini. In Africa la percentuale scende allo 0,6%.

Nell’Ue si è vaccinato finora il 14% della popolazione. Più che in Africa, certo, ma non abbastanza per avere un impatto sui numeri della pandemia. La posizione dell’Unione Europea a difesa delle barriere è dunque paradossale perché persino paesi ricchi come Germania, Francia o Italia oggi non trovano vaccini per mettere in sicurezza la popolazione.

Anche a Roma, a piazza Montecitorio alle 10, si terrà un sit-in. Le istituzioni italiane in questo frangente hanno infatti un ruolo decisivo. Da un lato, quello di restituirci una sanità pubblica che sappia prendersi cura della comunità prima che diventi clientela per la sanità privata o privatizzata. Ma l’Italia oggi è anche presidente di turno del G20, un consesso in cui si incontrano gli attori più importanti per la produzione e la distribuzione dei vaccini. Se si riuscisse a trovare una posizione condivisa in quella sede, gli equilibri cambierebbero anche al WTO.

Anche sul piano europeo l’Italia gioca un ruolo importante. L’Italia è il primo paese del continente per produzione di farmaci, davanti a Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, con oltre 32 miliardi di euro di produzione secondo i dati Nomisma (2020). La tradizione farmaceutica italiana affonda le sue radici negli anni ‘60 e ‘70, quando nacque una rete di aziende piccole e medie, particolarmente abili nel trasferimento tecnologico di conoscenze sviluppate altrove, che fece dell’Italia la quinta industria farmaceutica al mondo. Il settore andò in crisi alla fine degli anni ‘70 quando, anche in Italia, furono riconosciuti i brevetti sui farmaci.

Quella vicenda dovrebbe renderci più consapevoli di altri che i brevetti possono essere un ostacolo alla disponibilità dei farmaci, e anche all’economia. La posizione italiana è ancora meno comprensibile se si pensa che il ministro della salute italiano è stato eletto in una lista (LeU) affiliata alla sinistra europea, che a Strasburgo promuove l’Iniziativa dei Cittadini Europei “Nessun profitto sulla pandemia”. L’Iniziativa è il principale strumento di democrazia diretta che l’Unione mette a disposizione della cittadinanza: raggiunto il milione di adesioni, la Commissione è tenuta ad affrontare il tema proposto. Le firme raccolte finora nell’Unione sono 142 mila. Di queste, quasi un terzo arrivano dall’Italia, la cui popolazione finora ha aderito con più entusiasmo all’iniziativa. Oltre alla sinistra, anche alcuni parlamentari europei del M5S hanno dato appoggio alla proposta.

Eppure dal governo italiano, e in particolare dal ministro Speranza, non è giunta alcuna voce di sostegno alla moratoria sui brevetti. Ci si chiede quale sinistra rappresenti nel governo Draghi un ministro che in patria parla di vaccino “bene comune”, ma sul piano internazionale si accoda agli interessi delle lobby farmaceutiche.

https://www.greenreport.it/risorse/poverta-nel-mondo-i-conti-non-tornano/