COLPEVOLE DEL REATO DI UMANITÀ da IL MANIFESTO e PENSIERO FILOSOFICO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COLPEVOLE DEL REATO DI UMANITÀ da IL MANIFESTO e PENSIERO FILOSOFICO

LEGALE PERCHÉ GIUSTO, O GIUSTO PERCHÉ LEGALE?

Mimmo Lucano colpevole di reato di umanità

Tonino Perna  01.10.2021

La sentenza del tribunale di Locri, che condanna Mimmo Lucano alla pena di 13 anni e due mesi, lascia esterrefatti, indignati, increduli. Quella parte del nostro paese che ancora crede nella democrazia e nell’amministrazione della giustizia ne resta sconcertata.

Se la richiesta del Pubblico ministero, di una pena di 7 anni, già sembrava una mostruosità, con questa sentenza il giudice ha giocato al raddoppio andando al di là di ogni possibile appiglio giuridico.

Conosco Mimmo Lucano dall’autunno del ’98 quando venne a Badolato, dove il Cric (una Ong molto attiva in quel periodo) aveva realizzato il primo progetto di accoglienza degli immigrati, con la finalità di far rinascere un borgo antico abbandonato.

Mimmo con la semplicità e spontaneità che lo ha sempre contraddistinto ci disse che voleva fare la stessa cosa nella sua Riace: «Mi date una mano?». Così nacque il progetto-Riace, grazie ad un prestito importante di Banca Etica e, soprattutto, alla solidarietà di decine di associazioni, italiane e straniere, a partire dalla comunità anarchica di Longo mai che oltre all’aiuto in denaro organizzò un flusso di centinaia di turisti solidali.

Per non parlare di Recosol, la rete del Comuni Solidali che per quasi vent’anni ha sostenuto in tanti modi questa esperienza, diventata un progetto collettivo.

Mimmo Lucano ne rappresenta l’icona, avendogli dedicato tutta la sua vita da adulto, fino a rinunciare alla propria famiglia per occuparsi dell’accoglienza dei migranti. Colpirlo in questo modo significa colpire il modello Riace, conosciuto in tutto il mondo come simbolo concreto e veicolo formidabile di un’altra immagine della Calabria e dell’Italia, capace di dimostrare l’esistenza di una alternativa reale alle baraccopoli, ai ghetti, alle politiche di respingimento di esseri umani che chiedono solo di poter vivere con dignità.

Non solo. Il modello Riace, per fortuna ripreso da diversi comuni calabresi e di altre regioni, è stata e resta la strada maestra per il recupero delle aree interne abbandonate e degradate, offrendo una risposta efficace ai rischi ambientali di smottamenti, frane, alluvioni, in gran parte dovuti proprio a questo drammatico, progressivo abbandono di territori vasti e preziosi per il futuro sostenibile del paese.

Ma, cosa ha fatto di così grave Lucano per meritare una pena che viene comminata ad assassini incalliti, a mafiosi, a trafficanti internazionali di droghe, a stupratori seriali, a terroristi? L’ex sindaco di Riace viene accusato di favoreggiamento di immigrazione clandestina per aver consigliato ad una donna immigrata, disperata perché stava per essere respinta nel suo paese, di sposare un uomo anziano.

Chi di noi in queste circostanze non si sarebbe sentito di suggerirlo come stremo rimedio? E in ogni caso, se è un reato celebrare un matrimonio tra una giovane donna immigrata e un anziano italiano allora annulliamo migliaia di matrimoni e arrestiamoli tutti.

L’altra pesante e incredibile accusa che gli viene contestata è quella di clientelismo a fini elettorali, di truffa, peculato e abuso d’ufficio, ma non un euro gli è stato trovato nelle sue tasche, né esiste alcuna prova che si sia appropriato di denaro pubblico in qualche modo.

La verità, scomoda, molto scomoda, è una sola: Lucano è accusato di «reato d’umanità» per aver accolto decine di migliaia di immigrati, che la Prefettura gli inviava come ultima spiaggia. Per aver cercato di farli lavorare dignitosamente, per aver fatto rinascere un paese totalmente abbandonato, Lucano è diventato uno dei più pericolosi delinquenti in circolazione.

Le sue lacune amministrative, l’avere poca dimestichezza con le regole burocratiche gli hanno fatto commettere errori amministrativi, dove tuttavia non c’è dolo, appropriazione di denaro, tangenti o associazioni a delinquere, ma solo ingenuità, superficialità e, se vogliamo, faciloneria di chi non sopporta i vincoli della nostra farraginosa burocrazia.

Con questa sentenza il tribunale di Locri inserisce, di fatto se non di diritto, il «reato d’umanità» nel panorama giuridico del nostro paese, creando un precedente inquietante. È un ennesimo segnale che ci mostra la crisi profonda che attraversa la nostra magistratura, e quindi le istituzioni democratiche. Ne prendiamo atto, ma non ci arrendiamo perché non vogliamo finire nella terra di Erdogan.

E per salvare la nostra democrazia e la nostra stessa società, già oggi si terrà una manifestazione a Riace in suo sostegno. Naturalmente non ci fermeremo qui, puntando sul fatto che in Appello si possa smontare questa sentenza incredibilmente iniqua.

Leggi il dispositivo della sentenza qui

Sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia

Divano. La rubrica settimanale a cura di Alberto Olivetti

Alberto Olivetti  01.10.2021

Non è detto che il continuo discorrere di mafia dal quale siamo circondati e quasi travolti, come in questi giorni è accaduto in occasione d’una sentenza relativa alla cosiddetta «trattativa Stato-mafia», non debba essere sottoposto ad attente verifiche e precisazioni. A cominciare proprio dal carattere convenzionale attribuito al termine mafia. Carattere che mette capo a un connotato di mafia per l’appunto convenuto, ossia trito e ritrito, quale si è depositato almeno da un trentennio in qua.

Esso è riconosciuto e recepito dal largo pubblico e nell’opinione diffusa specialmente negli stilemi del cinema e della televisione; negli stereotipi di scontati personaggi e ambientazioni di maniera quali ci vengono descritti da una letteratura corriva e di consumo; nella attrattiva che esercitano resoconti e commenti a crudeli fatti di cronaca; e via dicendo.

Non è invece assunto nella acquisizione critica e meditata dei numerosi e importanti contributi degli studi storici, economici e politici dedicati alla mafia nell’ultimo ventennio. Studi relativi alla mafia in atto, non alla mafia in figura. In figura, ossia a una rappresentazione della mafia per nulla circostanziata, anzi, per dir così, prestabilita e, dunque, niente affatto adeguata (e anzi fuorviante) quando si intenda dar conto della consistenza effettiva di una realtà italiana attuale e viva la cui imponente rilevanza e perentoria presenza segna nel profondo la società del nostro paese e ne determina essenziali dinamiche.

Par giusto affermare insomma che, nel ragionare che si fa di mafia, continuo è oggi il ricorso a una idea riduttiva, fissa e stantia che poco ha a che vedere con la mafia attuale. Un’idea forse capace di dar conto di una mafia dei Corleonesi – «tra città e campagna», tra latifondo e speculazione edilizia – che era già in via di esaurimento mezzo secolo fa, i suoi capi arretrati e sorpassati. Una mafia di pizzini rapidamente sovrastata, in quel torno di anni, dalla mafia mutata e rinnovata della droga, in piena fase di affermazione e rinnovamento dagli anni Settanta, non più a Corleone ma già a Milano, pronta, dalla grande impresa capitalistica, a entrare tempestivamente, con un ruolo di protagonista, nell’inedito universo digitale e ad agire negli ambiti del capitale finanziario globale. Quei vecchi capi che bisognava allora potar via e quasi, diresti, più utili ai nuovi «dirigenti» se affidati alla giustizia dello Stato.

Si potrà così parlare all’opinione pubblica (proprio in concomitanza di un suo mutamento e nel momento d’un suo nuovo inizio all’altezza dei tempi nuovi) di sconfitta della mafia, della sua fine.

«Forse è bene chiarire che cosa è da intendere per fine» della mafia, ha scritto Francesco Renda, che così argomenta: «La mafia, come si evince dal suo essere associazione criminale di tipo speciale, è costituita da due distinte entità: dall’essere associazione criminale organizzata e dall’avere diffusi rapporti con la società, con la politica, con le istituzioni e con il potere. La fine della mafia vuol dire appunto l’interruzione di tali rapporti, perché vive e prospera in tali rapporti come il pesce nella propria acqua». E Renda conclude: «Il compito di annullare tali rapporti è compito della società, della politica, delle istituzioni, del potere, e la liberazione da tali rapporti è da intendersi come un’autoliberazione».

Società, politica, istituzioni, potere diciamo con Renda a intendere Stato. La fine della mafia non si dà come soppressione di un ente, la mafia, altro dallo Stato, ma come soppressione dei costitutivi rapporti Stato-mafia, intrinseci e vitali, ciascuno a suo modo, ai due enti.

Si comprende allora quanto falsificante sia la rappresentazione convenzionale che quotidianamente ci viene propinata dal cinema, dal dibattito televisivo e in gran parte della pubblicistica. Essa riguarda una mafia non più esistente, da intravedere forse proprio nella vicenda della «trattativa Stato-mafia» agli esordi degli anni Novanta, con le sue estreme (e per questo sanguinarie) imprese e le sue mediatiche (e per questo popolate in gran confusione di comprimari e di seconde parti) propaggini.

ATTENTI AL LEGALISMO Filosofia del diritto

11/08/2019  Pierpaolo D’alonzo

Ho notato che spesso discutendo dei più svariati temi, ma soprattutto di attualità politica, ricorre frequentemente da più parti l’appello alla “legalità”. Indubbiamente è importante che lo si faccia, specie in Italia, ma bisogna fare attenzione a non cadere nella trappola del legalismo. Il legalismo infatti è una teoria generale del diritto che riduce la giustizia a pura conformità alla lettera della legge. La legge è a sua volta emanazione di un’autorità a cui, secondo il punto di vista legalista, si deve cieca obbedienza. Le legge è uno strumento che ha lo scopo di garantire l’uguaglianza di tutti i cittadini ( giustizia sostanziale ), nel  legalismo questo principio viene ribaltato: la legge non è più mezzo, ma fine. La legge diventa quindi il criterio ultimo per valutare la giustizia delle azioni ( giustizia formale ).Si capisce come il legalismo è il principio di legalità portato agli estremi e come in questa prospettiva mezzo e fine vengano completamente confusi. Il giusto coincide con la legalità, cioè con una legge vigente. Per legge si intende qualsiasi atto emanato e approvato da un’autorità, da uno Stato di qualsiasi tipo: democratico, teocratico, monarchico ecc. Legale è tutto ciò che è stabilito tale dall’autorità, cioè tutto ciò che è prescritto come tale dal diritto positivo ( attenzione, il termine “positivo” qui non è collegato a un giudizio di bontà del diritto, da contrapporsi ad un ipotetico diritto negativo: deriva invece dal latino “ius in civitate positum” con il significato di “stabilito”).
Alcuni esempi storici faranno capire meglio i difetti della posizione legalista: 
1) la protezione del sangue tedesco proibiva i matrimoni tra ebrei e non ebrei ( leggi di Norimberga 1935 );
2) la soluzione finale della questione ebraica presa dai principali gerarchi nazisti ( conferenza di Wannsee  1942 );
3 ) la persecuzione dei kulaki nell’URSS di Stalin;
4 ) la repressione degli eretici da parte di Torquemada nella Spagna del XV secolo;
5 ) la pena capitale per apostasia nell’odierna Arabia Saudita;
6 ) la punizione per l’omosessualità in Inghilterra e nel Galles fino al 1967.
A capo di tutte queste decisioni c’è stato un atto giuridico ( una legge, un decreto, un ordine esecutivo ecc. ) emanato da un’autorità statale pienamente sovrana con cui si è stabilito ciò che doveva essere legale. L’ elenco potrebbe continuare e a questo può ovviamente affiancarsi un elenco di leggi giuste. Lo scopo di questi esempi era di provocare nel lettore una forte disapprovazione e sono sicuro che mentre leggevate l’elenco avete condannato nel modo più assoluto quelle azioni. Ebbene, concordo con voi. Questo significa che non siete legalisti, per fortuna. Significa che considerate quelle decisioni ingiuste e disapprovate le autorità che le hanno prese. Il mero fatto che esse sono legali non implica quindi che voi siate d’accordo e approviate, questo perché la questione se un’azione sia giusta o sbagliata sta a monte di ogni decisione legislativa. Ci sono cose che sappiamo essere ingiuste prima ancora che la legge le riconosca come tali.Il difetto del punto di vista legalista consiste nell’identificare ciò che è giusto con ciò che è legale, questo porta ad una contraddizione nel caso in cui una determinata azione X è legale nello Stato A ma illagale in quello B. Ne consegue che X è sia legale che illegale. Come può un legalista coerente risolvere tale contraddizione? Il capovolgimento del rapporto tra ciò che giusto e ciò che è legale può essere espresso in una formula che ricorda il dilemma di Eutifrone presentato da Platone:
1) l’azione X è legale perché è giusta;
2) l’azione X è giusta perché è legale.
Il legalista accetta il corno 2) del dilemma, mentre chi non lo è sceglie il corno 1). Se si accetta la 2) la giustizia dipende dalla legalità, invece se si accetta la 1) la giustizia è indipendente dalla legalità.