COLONIALISMI: INCULCATIO DEL POTERE DA IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COLONIALISMI: INCULCATIO DEL POTERE DA IL MANIFESTO

L’eredità inquieta della negritudine

Colonialismi. Parla Felíx Valdés García, ricercatore dell’Istituto di filosofia dell’Avana. L’opera di Aimé Césaire e Frantz Fanon, l’eredità politica della rivoluzione di Haiti e di José Martí. «Dopo il caso Floyd ci si deve augurare che crescano non solo le mobilitazioni, ma anche lo studio epistemologico, cercando nella conoscenza e nella cultura gli strumenti di lotta»

Paolo Vittoria 08.07.2020

Mentre Donald Trump si arrocca dietro all’ennesimo muro costruito a protezione della sua incapacità politica, la brutale violenza razzista negli Usa continua a lasciar segni indelebili nei settori più emarginati. Le discriminazioni razziali trovano parte del proprio consenso in un’epistemologia di carattere eurocentrico e coloniale. In molti saranno stati obbligati ad imparare a scuola i nomi delle caravelle o la biografia di Cristoforo Colombo, senza capir nulla del genocidio e dello sfruttamento sistematico che ha dato vita alla società moderna, da cui prende piede lo squilibrio sociale che ancora viviamo e soffriamo. E anche nei libri scolastici di alcuni Paesi dell’America Latina, si trasmette la conoscenza in forma eurocentrica, narrata mediante la falsa voce dei colonizzatori: una giustificazione silenziosa del razzismo, un consenso occulto alla sua ideologia. Non è un caso che tra le statue a cadere nelle proteste degli Stati Uniti ci sia stata proprio quella di Colombo.

Felix Valdés García, attivista e studioso dei movimenti antirazzisti nei Caraibi, ricercatore dell’Instituto de Filosofía dell’Avana, invita a riflettere sugli elementi cruciali di un’epistemologia coloniale, eurocentrica che, negando o distorcendo le identità culturali delle popolazioni emarginate banalizza secoli di sfruttamento, schiavitù e violenza finendo col giustificare culturalmente il razzismo. «Nelle isole dei Caraibi – spiega lo studioso – a soli trent’anni dallo sbarco (di Colombo), si è verificata una catastrofe demografica che ha sterminato la popolazione Arahuacan a causa del vaiolo, delle malattie veneree, dello sfruttamento del lavoro, dell’abbandono forzato delle precedenti condizioni di vita comunitaria, ma anche per i numerosi casi di suicidio e in conseguenza della violenta reazione alla cimarronaje, la resistenza al sistema coloniale. A causa di tutto ciò, perì tra l’80 o il 90 per cento dei nativi».

EPPURE IN ALCUNI LIBRI di storia si leggono ancora descrizioni folkloristiche e caricaturali dei colonizzati e addirittura esaltate agiografie dei colonizzatori. La pagina drammatica del genocidio di popolazioni inermi viene «digerita» con la definizione di «Conquista delle Americhe». Al riguardo, ricorda Valdés García, «non so quanto sia conosciuto qui a Cuba l’atto di disobbedienza civile compiuto da Bartolomé de Las Casas. Il suo fu un gesto di insubordinazione, di critica radicale all’impostazione coloniale e razzista della conquista, contro il massacro dei popoli Taino delle isole di Hispaniola e Cuba. Rinunciando pubblicamente al suo dipartimento di “indios” – in base al sistema dell’encomienda la popolazione nativa di uno o più villaggi era affidata a un colono spagnolo, ndr – mise fine alla complicità con la conquista, riconoscendo di aver assistito ad atti di estrema violenza, incendi, assassinii. Il suo gesto ci dice che il potere e l’interesse dominano mediante la falsa idea di “razza” che è il più efficace strumento di violenza e classificazione sociale inventato negli ultimi 500 anni».

«Ma – aggiunge Valdés García – c’è una storia dietro questa classificazione, ed è che una volta giunti i colonizzatori, le popolazioni locali hanno smesso di essere se stesse per diventare “indios”. Una volta saliti sulla nave, uomini e donne, hanno smesso di essere qualcuno per diventare “negri”. Non provenivano più da un luogo, da una comunità, da una cultura, ma erano ridotti a un’astrazione che sussiste fino ad oggi».

QUESTO VUOL DIRE che lo stereotipo in sé è utile al processo di assoggettamento e sfruttamento economico e del lavoro ed andrebbe compreso il nesso tra il sistema di produzione e le relazioni sociali e culturali. In Europa si utilizza difficilmente l’espressione «negro», a riprova di una nebbia fitta di ipocrisia che offusca un processo storico, un’epistemologia – quella della «negritudine» – caratterizzata da colonizzazione, schiavitù ma anche emancipazione culturale. Un modo per occultare i meccanismi politici e culturali dei conflitti sociali.

«Diversi intellettuali e attivisti – sottolinea il ricercatore cubano – ci hanno permesso di conoscere e comprendere il concetto di negritudine, come quelli di indigenismo, transculturazione, alienazione per il colore della pelle, mimesi del colonizzato, creolizzazione, razzismo epistemico. Pensiamo a Fernando Ortiz, Nicolás Guillén, C.L.R. James, Aimé Césaire, Frantz Fanon, Walter Rodney, Sylvia Winter, Michel Rolph-Trouillot. Oltre a rendere visibile l’invisibile, il concetto di negritudine distingue un’altra realtà, quella che viene lasciata ai margini, non vista dalle verità e dagli assiomi imposti dal dominio egemonico. La questione è scomoda perché porta a rotture epistemiche che dalla denuncia del fatto in sé (come il caso di George Floyd), passano alla teoria politica, alla filosofia, alla riscrittura della storia in senso critico. Un intellettuale haitiano, Antenor Firmin, afferma che non dovrebbero esserci disuguaglianze tra le razze umane, semplicemente perché esse non esistono. Anche José Martí affermava che non ci sono razze, che si tratta di un’invenzione funzionale all’assoggettamento».

PROPRIO IL GRANDE PENSATORE e rivoluzionario cubano in Nuestra América si batteva per una società aperta, accogliente, indipendente, multiculturale mediante un’educazione popolare che includesse tutte le classi sociali e costruisse la sua epistemologia a partire dai più emarginati, i colonizzati. «José Martí – aggiunge Valdés García – conosceva bene l’orrore della schiavitù a Cuba. Da bambino tremava davanti a uno schiavo morto, appeso a un albero tra le montagne, e giurò di lavare questo crimine con la sua vita. Gli era chiaro che sarebbe stata l’indipendenza dell’isola a portare gli schiavi fuori dall’invisibilità. Poi la Rivoluzione del ’59, erede del suo pensiero, ha concesso a tutti legalmente le stesse condizioni e opportunità. Anche se bisogna stare attenti perché le idee e i giudizi razzisti possono essere latenti nelle società che provengono della schiavitù: Martí stesso riconosceva che ciò che viene risolto dalle leggi può restare nelle coscienze».

ANCORA UNA VOLTA emerge la questione culturale: l’educazione, la scuola, l’università sono strumenti indispensabili perché raggiungono le coscienze, senza cui le leggi stesse non hanno senso. «Proprio per questo il Che nel 1960, dopo aver ricevuto l’honoris causa dalla Facoltà di Pedagogia dell’Ateneo Central de las Villas di Santa Clara, difendeva l’idea di un’università che si dipingesse di nero, mulatto, che fosse popolata da operai e contadini».

Un annuncio che non è chiaro se si sia tradotto o meno in realtà, se Cuba sia effettivamente libera dal razzismo. «In parte. – replica Felix Valdés García – Ci sono ancora forme velate di razzismo dovute a secoli di schiavismo ed esclusione, all’eredità di un processo di destrutturazione, di possesso materiale. Molti discendenti degli schiavi continuano a vivere nelle periferie e a fare i lavori più umili. Devo dire che si menziona poco il successo paradigmatico della rivoluzione haitiana e l’azione e il pensiero di Tussaint de Louverture, che hanno posto fine al regime di schiavitù negra e al sistema coloniale francese, costituendo la prima Repubblica indipendente dell’America Latina. La costituzione che fu promulgata nel 1801 è stato il primo grande testo anticoloniale, antischiavista e emancipatore scritto da soggetti fino a quel momento soggiogati e ridotti in schiavitù. Eppure si tratta di una vicenda che nella storia ufficiale è spesso ignorata».

ANCHE I CASI DI VIOLENZA razzista a cui stiamo assistendo negli Usa ci dicono che c’è ancora molto cammino da fare e non solo a livello politico. Come suggerisce Valdés García. «George Floyd è stato soffocato perché era negro. Una banconota da 20 dollari, che si sospettava falsa, è stato il pretesto per la sua morte. Come ha detto suo fratello, la vita di un negro vale meno di tale somma irrisoria. È orribile che sia accaduto nel XXI secolo e in un Paese leader per lo sviluppo economico e tecnologico ma così povero se si guarda a quante coscienze sono preda di convinzioni inammissibili. Non ci si deve augurare soltanto che la denuncia e le mobilitazioni contro i crimini razziali si estendano e trovino ancora maggiore sostegno, ma che si approfondisca lo studio e si moltiplichino i dibattiti sul tema dal punto di vista epistemologico, cercando nella conoscenza e nella cultura gli strumenti politici di lotta al razzismo che vadano oltre ogni forma di banalizzazione e silenziamento, spesso perpetuati in base a una concezione coloniale della storia e del pensiero».