CERCASI ONU DISPERATAMENTE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CERCASI ONU DISPERATAMENTE da IL MANIFESTO

L’insegnamento inascoltato della guerra

Giulio Marcon  26.08.2021

In questi giorni molti parlano del fallimento in Afghanistan. Ed è sotto gli occhi di tutti. 20 anni in cui sono morti 170mila civili (a cui vanno aggiunti le migliaia di militari e combattenti uccisi) e sono stati spesi 5,4 mila miliardi di euro che, se utilizzati a fin di bene, avrebbero potuto debellare la povertà più estrema nel mondo e garantire l’accesso all’acqua potabile a chi non ha questa «fortuna» (2,5 miliardi di persone).

Per dare un’idea, abbiamo speso per la guerra in Afganistan 33 volte di più di quanto tutti i paesi dell’Ocse (il club delle nazioni più ricche) investono ogni anno per l’aiuto allo sviluppo (161 miliardi). In tutto questo l’Italia è stata attiva complice mandando sul campo migliaia di soldati e – come ha denunciato la campagna Sbilanciamoci – destinando 10 miliardi di euro, più del doppio di quanto spendiamo ogni anno per l’aiuto pubblico allo sviluppo (in tutto il mondo). Ora, le forze politiche italiane si stracciano le vesti, senza ammettere le proprie responsabilità, il fallimento oltre che della missione anche delle loro idee e politiche guerrafondaie.

La popolazione afghana torna sotto il giogo dei talebani, le speranze delle donne e degli uomini di quel paese di vivere senza l’oppressione e la cappa di una dittatura finiscono tragicamente e amaramente. Quanta retorica (umanitaria) è stata fatta su una guerra (camuffata da intervento di pace) che sarebbe servita per permettere alle donne di andare a scuola e all’università e di togliersi il burqa e alla popolazione di sperimentare le virtù della democrazia e dei diritti umani. Tutto finito. La guerra umanitaria, dai tempi del Kosovo, è solo un tragico inganno, un ossimoro insostenibile. La guerra è sempre contro l’umanità.

Nei giorni in cui piangiamo la scomparsa di Gino Strada, val la pena ricordare la sua condanna della guerra «senza se e senza ma». La guerra è un crimine, una violazione del diritto umanitario internazionale, non risolve i problemi ma aggiunge altra sofferenza, nuove vittime. Ci avevano detto che l’intervento in Afghanistan sarebbe servito a debellare il terrorismo, che invece si è propagato nel mondo: l’Isis non è certamente un lontano ricordo; che sarebbe servito a portare la democrazia e i diritti umani, e così non è stato; che sarebbe servito a stabilizzare la regione, e così non è. «L’imperialismo dei diritti umani», come una volta ebbe a definirlo infaustamente Tony Blair si è dimostrato per quello che è: imperialismo, e basta. Ora, Blair dice che l’errore è stato quello di avere affrontato l’Islam paese per paese, mentre va affrontato nella sua globalità: sì, una bella guerra umanitaria mondiale, una nuova crociata dei cristiani contro i musulmani. Una guerra infinita e permanente come – in piena sintonia con Bush jr- torna ad auspicare con la sua bulimia opinionistica Bernard Henry-Levy.

Quello cui assistiamo non è solo il fallimento dell’intervento in Afghanistan ma il fallimento della guerra. È quello che i pacifisti dicono da anni: le guerre sono sempre fatte per interessi economici e strategici, di potere, un affare per i produttori di armi e una tragedia per la popolazione civile.

Bisognerebbe mettere in campo una politica di prevenzione dei conflitti ma nessuno fa. Sarebbero necessarie Nazioni Unite con poteri e strumenti effettivi, veramente riformate e libere dal dominio delle grandi potenze, ma così non è.

Quando nel 1992 il segretario dell’Onu Boutrous Ghali promosse l’Agenda per la pace (che serviva a dare strumenti all’Onu per prevenire le guerre) fu irriso, sbeffeggiato. Quel documento finì nel cestino. Abbiamo visto che Piero Fassino in questi giorni, rivendicando le scelte fatte, ha detto che per la pace serve il «peace enforcement» alludendo alla Nato e ai suoi interventi, Con il piccolo particolare che il «peace enforcement» non è una guerra ed è regolamentato da un capitolo della carta delle Nazioni Unite, capitolo cui le grandi potenze non hanno mai voluto dare attuazione: avrebbe significato cedere sovranità al Palazzo di vetro.

Quasi nessuno dei politici italiani ha il coraggio di ammettere che sull’Afghanistan (e sulle altre guerre) avevano ragione i pacifisti. Servirebbe una politica (non militare) di promozione della pace, della cooperazione, dei diritti umani, ma non succede. Servirebbe il disarmo, ma le spese militari continuano a crescere. Di chi è la responsabilità? Dei governi che continuano ad investire nella guerra, nelle armi, in politiche di potenza economica e strategica. Quello che l’Afghanistan ci insegna è che dobbiamo cambiare strada. La guerra porta solo rovine.

* L’autore è Portavoce di Sbilanciamoci

Disfatte e bugie dell’amico americano

Occidente. La fine tragica della “bolla” afghana. Bilancio umano e morale: per il New York Times gli afghani in pericolo sarebbero 300 mila, evacuati circa 70mila. Gli americani circa 10mila, 4mila già usciti dal Paese

Alberto Negri  26.08.2021

Come ha dimostrato l’inutile G-7 di martedì 24 agosto, agli Usa degli alleati importa poco e niente, e ancora meno degli afghani, altrimenti avrebbero pensato prima a evacuarli e a tenere in piedi le loro forze armate. Si era capito il 2 luglio scorso, quando abbandonarono di notte la grande base di Bagram staccando luce e acqua senza avvertire l’esercito afghano. Un messaggio chiaro: avevano deciso di lasciare l’Afghanistan al buio e all’oscurantismo dei talebani.

Questi erano nella sostanza gli accordi di Doha voluti da Trump: un exit deal senza condizioni e senza strategia.

La vicenda afghana è una storia di disfatte e di bugie, molte avallate dai politici e dai media occidentali. La scadenza del 31 agosto non l’hanno decisa i talebani: in un primo momento Biden aveva indicato quella dell’11 settembre, ventennale degli attacchi del 2001, per dare un significato simbolico al ritiro, poi, sentendosi sicuro di sé, ha anticipato al 31 agosto. La Casa Bianca ha agito in maniera pessima di fronte al crollo delle forze locali, iniziato da almeno un paio di mesi. Il capo della Cia e quello dello Stato Maggiore avevano già avvertito che il governo Ghani stava disgregandosi.

Perché si sono ritirati in questo modo?

Gli Usa avevano intuito, con la corsa ai trasferimenti di valuta all’estero, che ci sarebbe stata la grande fuga dal Paese, soprattutto nella “bolla” filo-Occidentale, anche se la caduta di Ghani fosse stata più lenta. Ma non volevano fare nessun complicato e disturbante ponte aereo per salvare i collaboratori dell’Occidente, limitandosi a portarne fuori un numero limitato.

America First era lo slogan di Trump, quello di Biden è America is back: in tutti e due i casi il corollario è “che gli altri si arrangino”.

Gli Stati, come diceva Churchill, non hanno amici, soltanto interessi. E gli Usa di Biden, che se la prendono con Mosca e Pechino sui diritti umani e civili, alla prova dei fatti hanno abbandonato al suo destino un Paese dove sono stati vent’anni. Quindi hanno poco da dare lezioni, visto che sono alleati di Arabia Saudita e Pakistan, paesi che quanto a oscurantismo non sono secondi ai talebani. I sauditi sono un regime plumbeo di assassini di giornalisti e oppositori, i pakistani sono il maggiore sponsor dei talebani.

Il bilancio umano e morale, in cifre, è il seguente: il New York Times stima che gli afghani in pericolo per avere collaborato con l’Occidente siano 300mila, fino a martedì ne erano partiti 70mila. Non si sa neppure, secondo il quotidiano americano, il numero degli americani da evacuare: si pensa intorno ai 10mila, 4mila sono già usciti dal Paese.

Ricordiamo che Biden aveva detto, testualmente, di non sapere “quanti e dove fossero gli americani in Afghanistan”. Se non conosceva (o forse non voleva dire) il numero degli americani, figuriamoci se aveva piani per evacuare in massa gli afghani: non ci pensava proprio, si è mosso quando non poteva più farne a meno.

La “bolla” filo-occidentale è esplosa da sola e non doveva essere salvata che in minima parte: che ci pensassero i talebani a gestirla con i loro metodi spicci e violenti. Siamo di fronte a un’amministrazione bugiarda e moralmente infima, che ha volutamente ignorato i pericoli pur conoscendoli.

Della disfatta e delle bugie la Nato è stata una complice attivissima. Per vent’anni l’Alleanza atlantica è stata la maggiore protagonista dei piani per trasformare l’Afghanistan in un Paese filo-occidentale. La Nato ha addestrato le truppe – quell’esercito che si è liquefatto in pochi giorni – sono i paesi Nato che hanno venduto all’opinione pubblica i “progressi” che si facevano in Afghanistan, spacciando come un successo una missione fallimentare.

 I nostri ministri della difesa e degli esteri andavano in Parlamento a raccontare cose rassicuranti sull’Afghanistan per rinnovare i finanziamenti alla missione. Si facevano belli volando nella base a Herat del contingente per cerimonie retoriche che per altro duravano poche ore. Perché non sia mai che fermandosi un po’ di più dovessero prendere atto della realtà. Era una veloce abbronzatura afghana da sfoggiare indossando il giubbetto militare davanti alle telecamere per darsi un’aria marziale.

Guerini si è detto “sorpreso” dagli eventi afghani: sarebbe strano altrimenti perché noi in genere seguiamo il manuale dell’alleato perfetto degli americani, comprese le bugie e le sciocchezze contenute nel prontuario.

Quanto alla politica estera americana, bene fa Draghi a puntare sul G-20, sulla Russia e la Cina, perché sugli Usa si potrà contare sempre di meno. Lo avevamo già visto con l’Isis in Iraq, con la Siria e soprattutto con la Libia, dove una sfilata di governi italiani farlocchi si è fatta vendere per anni da Washington la bugia pietosa della “cabina di regia”.

Quanto alla politica estera di Biden eccola: è entrato alla Casa Bianca dicendo che avrebbe fatto una “politica estera per la classe media”. Togliete l’aggettivo “estera” è avrete la verità: c’è solo una politica per la classe media. E soltanto americana, naturalmente. La fine tragica della “bolla” afghana ci sia di lezione.