ANCHE LE PAROLE SONO MERCI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANCHE LE PAROLE SONO MERCI da IL MANIFESTO

Anche le parole sono merci, quelle inglesi valgono di più

Parole. Perché la lingua italiana, che custodisce ed esprime uno dei più alti patrimoni culturali dell’umanità, dovrebbe sentirsi nobilitata se tradotta nella lingua inglese?

Piero Bevilacqua  26.03.2021

E invece il fenomeno dell’invadenza dei termini inglesi nella nostra lingua costituisce un problema di notevole rilievo culturale e politico. Premetto che considero l’inglese la lingua franca del nostro tempo, favorisce scambi e rapide comunicazioni internazionali e consente a tanti paesi con lingue «difficili» di uscire dal loro isolamento culturale.

So bene che le lingue sono dei grandi corpi mobili, con stratificazioni profonde di sorprendente durata, ma anche in perenne evoluzione, portate ad accogliere le novità prodotte dalla trasformazioni incessanti della vita materiale. Sicché trovo inutile cercare di dare un nome italiano a chip o a mouse, vale a dire a strumenti dell’industria elettronica, che di termini nuovi ne produce costantemente per dare un nome a oggetti e strumenti industriali che prima non esistevano. Ma non è questo il punto.

Oggi la sostituzione di parole italiane, con espressioni inglesi, costituisce un fenomeno di vaste dimensioni, che tende a impoverire la nostra lingua, a imbastardirla, limitando l’area della comunicazione pubblica. Potrei diffondermi ampiamente in esempi, perfino ridicoli, perché testimoniano l’ignoranza di chi si esercita in produzione di anglicismi. Ma qui solo qualche testimonianza. Capita di sentirsi chiedere, per fare una lezione, una short bio, al posto di un breve curriculum. Dove quel bio, derivante dal bios greco e indicante la vita biologica, il vivente, stride in maniera ridicola nella richiesta di un profilo intellettuale.

Sappiamo quanti oggetti o concetti esprimibili in italiano vengono invece imposti in inglese: jobs act, flat tax, stepchild adoption, ecc. Talora si compiono dei veri abusi, come quando su una pubblica via il passante, davanti alle transenne di una palazzina in restauro, viene avvisato che pedestrians must pass under the tunnel, cioè sotto la galleria provvisoria. E perché non in italiano? Oppure come si può leggere in un cartello pubblico a Catanzaro: «I tamponi si faranno nel Drive Through della funicolare». In tali casi i cittadini vengono letteralmente privati del diritto a essere informati.

A creare una tale deriva contribuiscono più tendenze. La moltitudine degli orecchianti e semi acculturati che popola il mondo dei media e del ceto politico ha la sua parte, perché crede di elevare culturalmente le proprie scritture con l’allure cosmopolita dell’inglese. Altri, soprattutto i pubblicitari, ricorrono agli anglicismi perché aggiungono una patina di novità internazionale ai prodotti che intendono lanciare. In tutti i casi, quali che siano le motivazioni, introdurre sempre nuovi termini inglesi rientra in una tensione materiale e ideologica più generale che solo uno sguardo radicale può cogliere.

Anche le parole sono merci, da gettare sul mercato, da innovare continuamente secondo la logica dell’obsolescenza programmata. È la ratio del capitalismo, che deve riempire di nuove merci, anche solo virtuali, ogni dimensione del tempo e dello spazio.

In realtà chi crede di nobilitarsi usando parole inglesi al posto di quelle italiane esibisce la sua vasta ignoranza e insieme la sua coatta subalternità a un processo di colonizzazione, quello dell’americanismo, che dura da oltre un secolo. L’italiano, come le altre lingue romanze, deriva dal latino. Una lingua che, a parte la sua grande letteratura, non solo ha inventato il lessico del diritto, vale a dire una delle più alte forme della civilizzazione umana, quello delle scienze agrimensorie e dell’ingegneria civile, ma che ha assorbito e diffuso la cultura e la lingua dei Greci.

Il popolo che ha inventato la tragedia e la commedia, la poesia epica e lirica, la filosofia, la favolistica della mitologia, dato linguaggio al corpo umano, alla medicina, alla geografia, alla geometria, alla botanica e alle scienze naturali. E ha donato poco l’italiano alla lingua della letteratura, dell’arte, della musica, del teatro, dell’economia, della scienza? Dunque, perché una lingua che custodisce ed esprime uno dei più alti patrimoni culturali dell’umanità dovrebbe sentirsi nobilitata se tradotta in inglese?

In realtà gli anglicismi sono i vettori ideologici dell’attuale capitalismo atlantico i quali veicolano valori, attitudini, mode, stili di consumo ecc. interni a un sistema egemonico da combattere. Gli Usa sono un grande paese, dotato di un ricco patrimonio culturale e scientifico, ma bisogna sapere che l’americanismo costituisce un gigantesco processo di colonizzazione culturale e politica.

Per intenderci: l’americanismo è riuscito a trasformare il genocidio dei nativi americani nel genere western, nell’epopea hollywoodiana dei pellirossa selvaggi e crudeli. Oggi vuol convincerci che l’innovazione, la velocità, il consumo, il lavoro insonne, il successo e la competizione, siano il fine supremo della vita umana. Noi auspichiamo che nell’Europa dei prossimi anni i cittadini lavorino per metà giornata e, a parte l’inglese, conoscano almeno un’altra lingua europea oltre alla propria. Per poter leggere l’Infinito di Leopardi in originale, i Fiori del male nella lingua di Baudelaire, le Elegie romane di Goethe in tedesco, le poesie di Lorca in spagnolo.