AMBIENTE: ATTACCO CONCENTRICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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AMBIENTE: ATTACCO CONCENTRICO da IL MANIFESTO

In parlamento non voteremo il colpo di spugna

Disastri ambientali. Oggi siamo sgomenti perché dopo tanti anni di battaglie, a meno di un auspicabile ripensamento dell’ultimo minuto nell’ambito della riforma della Giustizia, i delitti ambientali non rientreranno tra quei reati considerati gravi e per cui non saranno previsti termini che ne determinino l’improcedibilità

Rossella Muroni*  01.08.2021

A meno di un auspicabile ripensamento dell’ultimo minuto nell’ambito della riforma sulla Giustizia, i delitti ambientali non rientreranno tra i reati gravi e per cui non saranno previsti termini che ne determinino l’improcedibilità. Sarebbe una scelta grave. La storia del nostro Paese è segnata da disastri ambientali che soltanto dopo l’introduzione nel Codice penale del delitto 452 quater sono oggi al centro di processi.

Oggi siamo sgomenti perché dopo tanti anni di battaglie, a meno di un auspicabile ripensamento dell’ultimo minuto nell’ambito della riforma della Giustizia, i delitti ambientali non rientreranno tra quei reati considerati gravi e per cui non saranno previsti termini che ne determinino l’improcedibilità. Sarebbe una scelta grave e dalle gravi conseguenze, ci auguriamo che la sintesi nell’accordo di maggioranza non sia quella di un colpo di spugna sugli ecoreati: delitti gravi e complessi che richiedono lunghe indagini. Per questo ci uniamo all’appello al governo lanciato da Legambiente, Libera, Wwf e Greenpeace e chiediamo, con un emendamento ad hoc, che almeno il reato più grave, ossia quello di disastro ambientale, sia inserito tra i reati per cui non sono previsti termini che ne determinino l’improcedibilità.

Noi di FacciamoECO avevamo già chiesto con un nostro emendamento, sottoscritto anche da colleghe e colleghi di vari gruppi politici, che tutti gli ecoreati introdotti con la legge n. 68/2015 e successive modifiche fossero ricompresi tra i delitti di particolare gravità e complessità per cui sono previsti tempi più lunghi per lo svolgimento delle indagini e dei processi. Una legge di civiltà, quella sugli ecoreati, ottenuta dopo quasi vent’anni di mobilitazione e frutto di una lunga battaglia parlamentare. All’epoca Luigi Di Maio rivendicò il provvedimento anche se in realtà la legge porta la firma di Ermete Realacci del Pd, che si è battuto per ben 3 legislature per ottenerla, così come fu dirimente avere al Ministero della Giustizia la determinazione di Andrea Orlando.

Se non sarà accolta neanche la richiesta di inserire almeno il disastro ambientale tra i reati di particolare gravità il nostro giudizio su questo provvedimento non potrà essere che negativo e il nostro voto contrario. I reati contro l’ambiente non hanno una data di scadenza, sono reati contro l’umanità, contro le generazioni future. Oggi non possiamo vanificare la concreta applicazione di questo prezioso strumento normativo: come denunciato ogni anno dal rapporto Ecomafia di Legambiente i disastri ambientali causati da questo tipo di delitti sono particolarmente odiosi per i danni diretti e gravi che causano all’ambiente certo ma anche per i rischi che comportano per la salute dei cittadini e le conseguenze economiche sulla società. La fase di ripartenza che dovrà essere contrassegnata dalla transizione ecologica non può consentire che ci sia un allentamento delle misure sull’ambiente.

Occorre ricordare che grazie alla norma sugli eco-reati sono stati avviati oltre 4.600 procedimenti penali fino al 2020. Processi che senza questa misura non si sarebbero celebrati.
La fase di ripartenza economica post pandemia e i tanti cantieri che verranno aperti con Pnrr e il fiume di soldi collegati hanno bisogno di controlli efficaci e di una giustizia attenta. Lo sappiamo, basta scorrere le cronache giudiziarie di questo Paese. Ora questa ghigliottina sugli ecoreati non può essere frutto di distrazione. C’è chi in questo Paese, nel parlamento, gli ecoreati nel codice penale non li ha mai voluti ed ora ha trovato il modo di «neutralizzarli». Non certo con il mio voto o con quello dei colleghi di FacciamoECO e spero saremo in molti a dirlo in Aula.

* deputata di FacciamoECO

Ecoreati, la giustizia ambientale non è un gioco di bandierine

Giustizia. La riforma Cartabia non contempla i delitti contro l’ambiente tra i reati gravi. A rischio prescrizione centinaia di processi

Enrico Fontana*  01.08.2021

A nulla sono serviti finora gli appelli lanciati insieme da Legambiente, Wwf, Greenpeace, Libera e Gruppo Abele perché ai delitti ambientali venga riconosciuta quella gravità e complessità dei fatti da accertare che garantisce, con l’ultimo accordo raggiunto in Consiglio dei ministri sulla riforma della giustizia, un regime speciale ai reati di terrorismo, mafia, violenza sessuale aggravata e associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.

ALLE 14 DI OGGI INIZIA l’esame da parte della Camera di questa tormentata riforma della giustizia. E arriverà nei prossimi giorni il momento di discutere gli emendamenti, prima firmataria l’on. Rossella Muroni, che possono consentire quel «ravvedimento operoso» sui delitti ambientali evocato finora invano dalla società civile, sempre che il governo mantenga l’impegno, dopo l’accordo raggiunto, di non mettere la fiducia.

È sempre sgradevole fare una «classifica» della maggiore o minore pericolosità di un delitto, soprattutto quando sono in gioco le sensibilità delle vittime. Ma davvero non si comprende secondo quale valutazione di merito la larghissima maggioranza di governo, insieme alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al premier Mario Draghi, ritenga più meritevoli di maggiori tutele i processi istruiti per chi è accusato di traffico di stupefacenti rispetto a quelli che vedono alla sbarra persone e società a cui viene contestato il delitto di disastro ambientale. Oppure se, come la stessa ministra Cartabia racconta in un’intervista a la Repubblica, è stato solo un «gioco di bandierine» tra le diverse forze politiche. E nessuno, nemmeno lei a dire la verità, ha «alzato» e difeso fino in fondo quella dei delitti ambientali.

I FATTI CHE REGALANO le cronache quotidiane e i numeri del lavoro svolto dal 2015 ad oggi da forze dell’ordine e magistratura basterebbero da soli per giustificare un «ravvedimento operoso» da parte del governo e di chi lo sostiene. Solo nel 2020, secondo i dati del monitoraggio svolto dal ministero della Giustizia, sono stati 883 i procedimenti penali avviati per delitti contro l’ambiente, con 2.314 persone denunciate e 824 ordinanze di custodia cautelare eseguite. Dal 2015 le inchieste sviluppate dalle procure sono state ben 4.636, le persone denunciate 12.733, quelle raggiunte da ordinanze di custodia 3.989. Solo per il delitto di disastro ambientale, i procedimenti che hanno visto impegnati in indagini complesse, anche dal punto di vista scientifico, magistrati, tecnici e ricercatori, ufficiali di polizia giudiziaria e personale delle forze dell’ordine sono stati 249.

CHE FINE FARANNO, senza ripensamenti durante il dibattito e il voto in aula, tutte queste inchieste e le aspettative di chi chiede verità e giustizia? Quale sarà il destino di processi come quello per lo sversamento in mare di milioni di dischetti di plastica dopo il “collasso” del depuratore di Capaccio Paestum? E quali speranze ha di concludersi nei tempi previsti quello frutto delle indagini per disastro ambientale sulle devastazioni causate alle scogliere e alla parte sommersa dei Faraglioni di Capri dalla pesca illegale dei datteri di mare? E perché chi quei delitti li ha denunciati, come hanno fatto i circoli di Legambiente che hanno raccolto centinaia di migliaia di dischetti finiti lungo le spiagge, deve attendere l’esito dei processi con l’ansia della scadenza dei termini previsti dal nuovo «cronometro giudiziario»? C’è una qualsiasi ragione di merito comprensibile oppure è solo il frutto del «gioco delle bandierine» in cui le ragioni della tutela dell’ambiente sono state sacrificate, ancora una volta, ad altre «priorità»?

ERA BEN ALTRO IL CLIMA politico quando, il 19 maggio del 2015, il Senato, con un’ampia maggioranza, diede il via libera alla legge 68 che introduceva, dopo 21 anni di denunce dell’ecomafia, promesse e aspettative tradite, i delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale. Un voto salutato dall’applauso dell’aula e dalle dichiarazioni entusiastiche di ministri e leader delle forze politiche che avevano sostenuto quella riforma di civiltà. Allora Partito democratico e Movimento 5stelle erano su fronti opposti, il primo al governo, il secondo all’opposizione. Adesso che fanno parte della stessa maggioranza, non hanno ancora trovato la forza e la volontà politica condivisa di mettere al riparo gli ecoreati, anche quelli più gravi come il disastro ambientale, dai rischi della improcedibilità.

LA MINISTRA CARTABIA invoca il rispetto dei patti da parte di chi li ha sottoscritti dopo una lunga trattativa. È la stessa richiesta fatta dalle associazioni alle forze politiche che hanno votato nel 2015 la legge con cui sono stati introdotti i delitti contro l’ambiente nel Codice penale: rispettare il patto con cui è stato garantito al Paese che sarebbe finalmente arrivato il tempo della giustizia anche in nome del popolo inquinato.

* responsabile dell’Osservatorio nazionale Ambiente e legalità di Legambiente

Il ministro Cingolani eviti il «bagno di sangue»

Eventi estremi. Nei grandi Paesi europei sono stati approvati piani di adattamento climatico. Il nostro titolare della transizione ecologica nella riforma del dicastero non lo ha neanche previsto

Edoardo Zanchini  01.08.2021

«La transizione ecologica potrebbe essere un bagno di sangue». Questa frase del ministro Cingolani dovrebbe portare a una riflessione seria rispetto a scelte così importanti per il futuro del Paese, ma anche al ruolo che dovrebbe svolgere il dicastero creato dal governo Draghi. Di sicuro sono due oggi le strade da intraprendere per accompagnare la decarbonizzazione, di cui abbiamo urgente bisogno per fermare i cambiamenti climatici, in una direzione capace di creare opportunità per tutti e ridurre gli impatti sui territori e nei settori produttivi di questo scenario.

La prima scelta, non più rinviabile, è quella di preparare i territori ad un’accelerazione di fenomeni di una violenza e frequenza senza precedenti, che in queste settimane ha devastato con alluvioni la Germania e il Regno Unito, con incendi la California e la Siberia, e da noi i boschi di Sardegna e Sicilia.
Sono le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, ossia gli interventi che consentono di ridurre gli effetti di piogge e siccità, grandine e ondate di calore, rafforzando la resilienza dei territori. In tutti i grandi Paesi europei è stato approvato un piano con questi obiettivi, in cui si individuano le aree più a rischio e i progetti prioritari, ma anche i cambiamenti nelle politiche di governo del territorio. A parte l’Italia. E ora, con la riorganizzazione del Ministero della Transizione Ecologica approvata giovedì dal Consiglio dei Ministri, non si prevede proprio di occuparsi del tema.

Se si cerca nella nuova articolazione in tre dipartimenti e dieci direzioni generali non se ne trova traccia. Sarà interessante ascoltare le risposte del ministro dopo il prossimo devastante evento climatico, quando dovrà spiegare come si intende mettere in sicurezza le città e le aree costiere, fronteggiare il dissesto idrogeologico delle aree interne messe a sempre maggiore dura prova da incendi e lunghi periodi di siccità che si alternano a violente piogge.
Non basterà ricordare il lungo elenco di commissari nominati e le semplificazioni per l’apertura di cantieri, perché quelle sono le solite fallimentari ricette del passato. Quelle per cui realizziamo progetti mandati dalle regioni in larga parte inutili e dannosi, solo perché «cantierabili».

La seconda grande questione che il nostro Paese ha di fronte, per evitare il «bagno di sangue» tanto evocato anche da Confindustria, è accompagnare il settore energetico verso una generazione sempre più distribuita e incentrata sulle rinnovabili, e quello dei trasporti verso una prospettiva a emissioni zero, fatta di mobilità pubblica e in sharing, grande spinta alla ciclabilità nelle città e elettrificazione dell’automotive. Una prospettiva che in un Paese come l’Italia, importatore di gas, carbone e petrolio può aprire uno scenario straordinario di investimenti, rilancio industriale e lavoro. Lo raccontano studi e esperienze di successo che stanno crescendo, anche se fino ad oggi è mancata una strategia industriale e un supporto da parte del Governo.

Purtroppo, nessun cambiamento è all’orizzonte visto che nella riforma appena approvata si ripropongono le Direzioni che già stavano allo Sviluppo economico. Non compare la parola fonti rinnovabili, ma tutto viene ricondotto come al solito alle direzioni che si occupano di infrastrutture e incentivi in una visione datata e inadeguata.

Stessa situazione per le trasformazioni delle città e della mobilità che rappresentano oggi una grande sfida nazionale, se vogliamo sul serio ridurre inquinamento e emissioni, dando un’alternativa alle persone per spostarsi. Eppure, nei prossimi mesi il nostro Paese è chiamato a uno sforzo gigantesco per essere parte della rivoluzione in cui si è incamminata l’Unione Europea per ridurre le emissioni al 2030. Dovrà presentare un nuovo piano energia e clima, per arrivare a decuplicare le installazioni di energie pulite, i cantieri per rendere efficienti condomini e scuole, i chilometri di tram e metropolitane. E in cui chiudere davvero le centrali a carbone e farla finita con i sussidi alle fossili.

Solo così si potrà risultare credibili nei prossimi appuntamenti del G20 e della Conferenza sul clima, che si svolgerà prima a Milano e poi a Glasgow, per convincere i Paesi più poveri e riluttanti ad anticipare gli sforzi e fermare la crescita delle emissioni. Saranno banchi di prova interessanti per un governo europeista e per un ministero verso cui crescono preoccupazioni e critiche.