ALL’ASSALTO DEI SERVIZI PUBBLICI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ALL’ASSALTO DEI SERVIZI PUBBLICI da IL MANIFESTO

Draghi all’assalto dei servizi pubblici locali

Ddl Concorrenza. È arrivato. Il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato. Un nuovo bastimento carico di privatizzazioni

Marco Bersani  06.11.2021

Era atteso da tempo. Faceva parte delle stringenti “condizionalità” richieste dalla Commissione Europea per accedere ai fondi del Next Generation Eu. Era uno degli assi portanti per i quali Draghi è stato definito da Confindustria “l’uomo della necessità”. Era fortemente voluto dalle lobby finanziarie. Ed è arrivato. Il disegno di legge sulla concorrenza e il mercato. Un nuovo bastimento carico di privatizzazioni.

Mentre i media mainstream ancora una volta dirottano l’attenzione (tassisti, stabilimenti balneari etc.) nessuno mette l’accento sulla sostanza del provvedimento, concentrata nell’art. 6: la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitiva mutazione del ruolo dei Comuni.
Un provvedimento vergognoso che, sin nelle finalità espresse all’art. 1, sembra aver completamente accantonato quanto la pandemia ha evidenziato oltre ogni ragionevole dubbio: il mercato non funziona, non protegge, separa persone e comunità.
Senza alcun senso del ridicolo si dice che il provvedimento ha lo scopo di “promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati (…) per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini”.

Se dalle finalità generali passiamo allo specifico articolo sui servizi pubblici locali, va subito notato il salto di qualità messo in campo dal governo Draghi: per la prima volta si parla di tutti i servizi pubblici locali senza alcuna esclusione. Come si evince dall’unico passaggio -paragrafo d- in cui sono menzionati i servizi pubblici locali a rilevanza economica in merito alla necessità di una loro ottimale organizzazione territoriale, il resto del provvedimento supera i precedenti tentativi di privatizzazione per la globalità dei servizi coinvolti. Ad ulteriore conferma di questa estensione, valga il richiamo (par. o) alla normativa relativa al Terzo Settore.

Ribaltando a 360 gradi la funzione dei Comuni e il ruolo di garanzia dei diritti svolto storicamente dai servizi pubblici locali, il ddl Concorrenza (par. a) pone la gestione dei servizi pubblici locali come competenza esclusiva dello Stato da esercitare nel rispetto della tutela della concorrenza. E ne separa (par. b) le funzioni di gestione da quelle di controllo.
I paragrafi successivi sono un vero capolavoro di ribaltamento della realtà.

Mentre all’affidatario privato viene richiesta (bontà sua) una relazione annuale sui dati di qualità del servizio e sugli investimenti effettuati, ecco il tour de force che deve affrontare il Comune che, malauguratamente, scelga di gestire in proprio un servizio pubblico locale: dovrà produrre “una motivazione anticipata e qualificata che dia conto delle ragioni che giustificano il mancato ricorso al mercato” (par. f); dovrà tempestivamente trasmetterla all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (par.g); dovrà prevedere sistemi di monitoraggio dei costi (par. i); dovrà procedere alla revisione periodica delle ragioni per le quali ha scelto l’autoproduzione.

Non contento di puntare alla privatizzazione delle gestioni, il Governo prevede anche (par. q) una revisione della disciplina dei regimi di proprietà e di gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni, nonché di cessione dei beni in caso di subentro, anche al fine di assicurare un’adeguata valorizzazione della proprietà pubblica, nonché un’adeguata tutela del gestore uscente.
In questo contesto, il richiamo (par. t) alla partecipazione degli utenti nella definizione della qualità, degli obiettivi e dei costi del servizio pubblico locale suona come la presa per i fondelli finale.

Un attacco feroce e determinato ai diritti delle persone, ai beni comuni e alle comunità locali. Di questo si tratta. Fatto da un governo che non ha mai fatto mistero di essere al servizio dei grandi interessi finanziari e che ha preteso un Parlamento embedded per poter avere mano libera su tutte le scelte fondamentali di ridisegno della società.

“La zavorra dei vincoli e del debito ci impedisce qualunque movimento. Non avere alcuna agibilità sul bilancio significa impattare enormemente sulla qualità di vita dei cittadini. E’ impossibile governare la città se non possiamo mettere risorse”. Così ha tuonato pochi giorni fa Gaetano Manfredi, nuovo sindaco di Napoli.
La risposta del governo Draghi è che non vi è alcun bisogno di governare i Comuni e le città: basta mettere tutto sul mercato.

Il ritorno della privatizzazione dei servizi

Ddl Concorrenza, tra incompetenza e mercato. Se la politica economica è l’insieme degli interventi con i quali le autorità pubbliche indirizzano il sistema economico verso la realizzazione di determinati obiettivi, lo Stato non può fare a meno di una presenza in determinati settori strategici. Tra le altre cose lo chiede l’Europa

Roberto Romano  07.11.2021

Il ddl sulla concorrenza del governo Draghi è il poster dell’incompetenza. Spiegare l’economia al ministro Franco e a Draghi ormai non è più un inedito. Parliamo esattamente di: 1) promuovere lo sviluppo della concorrenza, anche al fine di garantire l’accesso ai mercati di imprese di minori dimensioni; 2) rimuovere gli ostacoli regolatori, di carattere normativo e amministrativo, all’apertura dei mercati; 3) garantire la tutela dei consumatori.

Quali sono gli oggetti della presunta concorrenza e ben-essere dei cittadini? Energia; trasporti; rifiuti; avvio di un’attività imprenditoriale; vigilanza del mercato. Tra gli oggetti si «agevola l’accesso all’accreditamento delle strutture sanitarie private e introduce criteri dinamici per la verifica periodica delle strutture private convenzionate». Si tratta di beni e servizi che per definizione dovrebbero essere erogati dal pubblico in ragione dei fallimenti del mercato. La pandemia ha insegnato qualcosa? Viva il privato e il denaro?

Possiamo anche rappresentare le liberalizzazioni dei mercati come la politica economica, ma proprio l’economia del benessere e le lezioni di Caffè affermano l’esatto contrario. Non si tratta di aderire acriticamente alla liberalizzazione e alla successiva cessione delle attività pubbliche (imprese), piuttosto di indagare l’equilibrio tra il mercato e la necessità dell’intervento dello Stato nell’economia reale per lo sviluppo. Per essere espliciti, caro Draghi: l’esercizio di impresa è uno strumento di intervento molto incisivo perché permette allo Stato e alla pubblica amministrazione di inserirsi nei meccanismi di sviluppo. Tutti i più importanti Paesi a capitalismo avanzato hanno tratto un enorme beneficio dalla presenza dello Stato nell’economia reale; diversamente sarebbe difficile parlare di capitalismo moderno e società liberale.

L’impresa pubblica non era e non è la rappresentazione del potere o dell’occupazione del mercato, quindi una limitazione dell’intrapresa, piuttosto era e potrebbe essere uno strumento prezioso che la pubblica amministrazione utilizza per risolvere i molti e irrisolti problemi economici, in particolare quando è impossibile realizzare le condizioni necessarie per lo sviluppo della concorrenza perfetta. Parliamo dei monopoli naturali e/o tecnici, dell’asimmetria informativa e dei mercati imperfetti. In queste attività, in particolare quelle che usufruiscono di una rete (network), i prezzi che si realizzano sul mercato, o sono troppo alti o sono prezzi monopolistici, nel senso che per avere dei costi marginali contenuti si è costretti a sviluppare delle economie di scala che nei fatti soddisfano tutta la domanda; ciò fa il paio con i costi fissi e i costi variabili: le grandi strutture a rete (energia – gas ed elettricità -, trasporto su ferro, impianti, telecomunicazioni ed altre ancora) mediamente hanno dei costi fissi più alti dei costi variabili nell’esercizio dell’attività. Indiscutibilmente la tecnologia potrebbe avvicinare alcuni settori alla concorrenza quando abbassa i costi marginali e medi dei beni e servizi erogati in regime di monopolio naturale, ma non tutti i settori e le attività economiche, pur in presenza di forti processi innovativi, devono o possono essere liberalizzati.

La questione vera è la seguente: l’impresa pubblica è ancora oggi uno strumento prezioso per lo sviluppo economico di un paese? Se la politica economica è l’insieme degli interventi con i quali le autorità pubbliche indirizzano il sistema economico verso la realizzazione di determinati obiettivi, lo Stato non può fare a meno di una presenza in determinati settori strategici. Tra le altre cose lo chiede l’Europa. Draghi, NgEu chiede proprio questo e non di regalare le risorse ai privati. Inoltre, determinati servizi pubblici (indivisibili e non rivali), così come quelli universalistici, sono disponibili a tutti i cittadini in ragione del bene o servizio reso (beni di merito). Il mercato, leggasi concorrenza, in questi settori non è efficiente. Infatti, il prezzo di mercato del servizio pubblico e/o universalistico sarebbe troppo alto per i cittadini, cioè si ridurrebbe l’accesso allo stesso servizio. Molti analisti hanno suggerito di ridimensionare la macchina pubblica, come se il mercato avesse comportamenti più virtuosi, ma non per questo hanno chiesto il suo «ridimensionamento». Draghi è figlio di questa storia. La concorrenza è una buona cosa, ma non possiamo applicarla ai servizi di merito e universalistici.