ALL’ARMI SON LIBERISTI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ALL’ARMI SON LIBERISTI da IL MANIFESTO

Sui servizi pubblici Draghi impari da Pareto e da Caffè

Privatizzazioni. La filosofia sociale che scaturisce dal Pnrr sembrerebbe ispirata all’idea che per riportare l’Italia su un sentiero di crescita stabile e durevole siano necessari dei controlli specifici ed accurati sulle politiche economiche

Stefano Lucarelli*  10.11.2021

La filosofia sociale che scaturisce dal Pnrr sembrerebbe ispirata all’idea che per riportare l’Italia su un sentiero di crescita stabile e durevole siano necessari dei controlli specifici ed accurati sulle politiche economiche. Questi controlli hanno assunto la forma di vincoli interni posti dallo stesso governo italiano ma presentati all’opinione pubblica come condizioni imposte dalle istituzioni europee.

Tuttavia, non c’è nessun documento europeo che impone all’Italia un ambizioso progetto di riforme della pubblica amministrazione, della giustizia, della semplificazione alla legislazione e promozione della concorrenza. Esistono delle raccomandazioni (non vincolanti) della Commissione europea sul programma di stabilità italiano, dove si legge per esempio che si consiglia di “affrontare le restrizioni della concorrenza, in particolare nel settore del commercio al dettaglio e dei servizi alle imprese” e dove non appaiono riferimenti alle grandi riforme e non si nominano esplicitamente nemmeno i servizi pubblici locali.

Il Ddl sulla concorrenza del governo Draghi, presentato come una conditio sine qua non per accedere alle risorse del Pnrr, dedica un ampio spazio proprio alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. Eppure, tutti gli economisti più esperti di questa materia sono concordi nel ritenere che perché l’attività delle imprese operanti nel settore dei servizi di pubblica utilità conduca all’efficienza è necessaria una qualche forma di controllo dell’autorità pubblica (alcuni motivi sono stati passati in rassegna su queste pagine da Romano nella sua analisi del 7 novembre).

La visione distorta del reale, diffusa irresponsabilmente nel nostro Paese da gran parte della stampa, consiste nel trattare le concessioni di gestione nel settore delle public utilities come se si parlasse di un possibile mercato concorrenziale. La verità incontestabile è che in questi settori l’esposizione alla concorrenza è per definizione debole o assente, altrimenti non sarebbero necessarie le concessioni pubbliche.

I fallimenti delle privatizzazioni sono al centro di molti studi pubblicati dalle migliori riviste di economia pubblica. Si può ricordare una ricerca molto nota agli addetti ai lavori condotta da Massimo Florio in Great Divestiture: Evaluating the Welfare Impact of the British Privatizations, 1979-1997 (MIT Press, 2006). Da questo testo si può ricavare un grande insegnamento molto attuale: un organismo che tassa e reprime, ma non eroga servizi, non potrebbe essere uno Stato che i cittadini sentano proprio.

Anche un campione del pensiero liberale, Vilfredo Pareto scriveva nel suo Corso di Economia Politica (1897): “Respingere l’intervento dello Stato in tali quasi-monopoli facendo appello alla regola astratta di laisser faire, laisser passer, è semplicemente abbandonarsi a speculazioni metafisiche. … L’intervento dei poteri pubblici in certi servizi, quali gli omnibus, i tram, le somministrazioni di acqua e di gas, ecc. può essere o non essere necessario. È l’esperienza, sono i fatti che debbono risolvere la questione”.

Ed è proprio dell’esperienza e dei fatti – fatti che mostrano spesso l’inefficienza e i costi sociali prodotti dalle privatizzazioni delle public utilities – che questo governo sembra disinteressarsi completamente, accecato da un atteggiamento ideologico che stenta ad uscire dalla stanza dei bottoni: il mercato concorrenziale è condizione necessaria per raggiungere l’efficienza economica. Federico Caffé nel 1986 scriveva a proposito di concorrenza e servizi di pubblica utilità: “Sorte come forme di diffusione della democrazia al livello locale, le imprese che provvedono a fornire servizi pubblici non dovrebbero ignorare che loro funzione storica – particolarmente necessaria in un periodo come quello che il nostro paese sta attraversando e in cui appare veramente difficile non rendersi conto delle tendenze autoritarie in atto – non si realizza con procedure di separatezza, ma con un processo di maggiore coinvolgimento, partecipazione ed elevazione del livello di consapevolezza civica degli operatori.”

Ma dimentico di queste sagge parole il governo va avanti, più interessato alle pressioni lobbistiche degli imprenditori-rentier europei che alla democrazia partecipativa. È questa la via per una crescita economica stabile e durevole?

*Università di Bergamo

Una dichiarazione di guerra all’acqua e ai beni comuni

Ddl Concorrenza. La logica che muove l’intero disegno di legge, oltremodo evidenziata nell’art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali

***  10.11.2021

Era il 5 Agosto 2011 quando l’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, insieme al Presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet, scrisse la famigerata lettera al Presidente del Consiglio Berlusconi in cui indicava come necessarie e ineludibili “privatizzazioni su larga scala” in particolare della “fornitura di servizi pubblici locali”.

Uno schiaffo ai 26 milioni di italiani/e che poco più di un mese prima avevano votato ai referendum indicando una strada diametralmente opposta, ossia lo stop alle privatizzazioni e alla mercificazione dell’acqua. Oggi Draghi, da Premier con pieni poteri, ripropone in maniera esplicita e chiara quella stessa ricetta mediante il Ddl Concorrenza approvato dal Consiglio dei Ministri giovedì scorso.

La logica che muove l’intero disegno di legge, oltremodo evidenziata nell’art.6, è quella di chiudere il cerchio sul definitivo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali.
Un provvedimento ispirato da un’evidente ideologia neoliberista in cui la supremazia del mercato diviene dogma inconfutabile nonostante la realtà dei fatti dimostri il fallimento della gestione privatistica, soprattutto nel servizio idrico: aumento delle tariffe, investimenti insufficienti, aumento delle perdite delle reti, aumento dei consumi e dei prelievi, carenza di depurazione, diminuzione dell’occupazione, diminuzione della qualità del servizio, mancanza di democrazia.

Questa norma, di fatto, punta a rendere residuale la forma di gestione del cosiddetto “in house providing”, ossia l’autoproduzione del servizio compresa la vera e propria gestione pubblica, per cui gli Enti Locali che opteranno per tale scelta dovranno “giustificare” (letteralmente) il mancato ricorso al mercato.

Nel Ddl emerge chiaramente la scelta della privatizzazione. Gli Enti Locali che intendano discostarsi da quell’indirizzo dovranno dimostrare anticipatamente e successivamente periodicamente il perché di altra scelta, sottoponendola al giudizio dell’Antitrust, oltre a prevedere sistemi di monitoraggio dei costi”. Mentre i privati avranno solo l’onere di produrre una relazione sulla qualità del servizio e sugli investimenti effettuati. Inoltre, si prevedono incentivi per favorire le aggregazioni indicando così chiaramente che il modello prescelto è quello delle grandi società multiservizi quotate in Borsa che diventeranno i soggetti monopolisti (alla faccia della concorrenza!) praticamente a tempo indefinito.

Tutto ciò in perfetta continuità con quanto previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ed è proprio dal combinato disposto tra Pnrr, Ddl sulla concorrenza e decreto semplificazioni (poteri sostitutivi dello Stato) che il Governo intende mettere una pietra tombale sull’esito referendario provando così a chiudere una partita che Draghi ha iniziato a giocare ben 10 anni fa dimostrando, oggi come allora, di fare solo gli interessi delle grandi lobby finanziarie e svilendo strumenti di democrazia diretta garantiti dalla Costituzione.

L’art. 6 è un proditorio attacco alla sovranità comunale: i comuni da presidii di democrazia di prossimità ridotti a meri esecutori della spoliazione della ricchezza sociale.
È il punto di demarcazione tra due diverse culture, quella che considera un dovere il rispetto e la garanzia dei diritti fondamentali e quella che trasforma ogni cosa, anche le persone, in strumenti economici e merci.

Noi continueremo a batterci per la difesa dell’acqua, dei beni comuni e dei diritti ad essi associati e della volontà popolare. A questo scopo, nelle prossime settimane, a partire dalla manifestazione nazionale in programma il 20 novembre a Napoli in cui chiederemo con forza anche lo stop alla privatizzazione delle partecipate della città partenopea (tra le quali l’azienda pubblica “Acqua Bene Comune”) paventate in questi giorni, metteremo in campo una rinnovata attivazione per ottenere il ritiro di questo provvedimento al pari del Ddl Concorrenza e dei famigerati intendimenti in esso contenuti.

Facciamo appello alla mobilitazione generale, rivolgendoci alle tante realtà e organizzazioni sociali che in questi anni hanno saputo coltivare e arricchire un dibattito e una mobilitazione sui servizi pubblici locali e sui beni comuni per ribadire insieme che essi sono un valore fondante delle comunità e della società senza i quali ogni legame sociale diviene contratto privatistico e la solitudine competitiva l’unico orizzonte individuale.

***Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua