UN ALTRO VIRUS SI AGGIRA PER L’EUROPA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN ALTRO VIRUS SI AGGIRA PER L’EUROPA da IL MANIFESTO

Il virus contagioso della cattiveria e dell’inimicizia sociale

Autodistruzione della specie. Un furore collettivo e una trasgressività conformista animano le piazze dove un tempo le persone si ritrovavano accomunate da passioni di cambiamento

Enzo Scandurra  05.11.2021

Un altro virus si aggira per l’Europa, non meno socialmente pericoloso del Covid: è quello che potremmo chiamare dell’incattivimento sociale o inimicizia sociale che porta a vedere nell’altro il nemico da cui difendersi o da demolire.

I due virus interagiscono l’uno con l’altro come parti di un sistema finalizzato ad un unico scopo finale: l’autodistruzione della specie.

La manifestazione più evidente e drammatica dell’inimicizia sociale è la sindrome di accerchiamento che spinge ad un odio spietato e molecolare di ognuno contro tutti: il vicino di casa, il commerciante all’angolo della strada, l’immigrato, il medico, colui che professa semplicemente idee diverse dalle nostre. La sindrome da accerchiamento prende spesso anche la forma più estrema, come nel caso dei due giovani uccisi in auto perché sospettati dal proprietario di una villetta di essere potenziali rapinatori.

Il virus si propaga velocemente, la sua diffusione avviene attraverso i mass media, i talk show televisivi, la pubblicità, giornalisti alla ricerca di gossip e, infine, per mezzo di una classe politica che vede nell’avversario solo un pericoloso nemico da distruggere.

Gli esempi non mancano, anzi si moltiplicano quasi che il paese fosse diventato un arena dove si svolgono combattimenti mortali, come nella serie televisiva Squid Game. Dove masse di diseredati lottano tra loro per conquistare un ricchissimo premio in denaro.

Thomas Mann attraverso la descrizione della vita quotidiana di una famiglia borghese, i Buddenbrook, ci restituì l’immagine della dissoluzione della società borghese e dei suoi valori destinati inesorabilmente a sparire. Oggi ci vorrebbe un analoga opera letteraria per descrivere la trasformazione antropologica di una famiglia degli anni Cinquanta, dei suoi valori, delle speranze e delle passioni politiche che l’animavano.

Perché c’è stato un tempo, subito dopo la guerra e per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui famiglie di tramvieri, ferrovieri, operai che con il loro lavoro e facendo grandi sacrifici, erano sorrette da una fede nel futuro e c’era un clima di convivenza pacifica cui contribuiva l’opera di assistenza del Partito comunista e del sindacato. Le sezioni di strada accoglievano chiunque si affacciasse alla loro porta, le discussioni politiche favorivano l’emancipazione dei singoli, una solidarietà universale tra lavoratori creava quella cornice di convivenza pacifica.

Ora quelle famiglie senza più guida sono state catturate dalle lusinghe di una destra rancorosa: al momento del voto il figlio più piccolo non va alle urne, quello più grande forse sceglie 5S, la mamma vota Salvini e il vecchio padre, un tempo militante comunista, non lo dichiara, vergognandosene un po’.

Un furore collettivo anima le piazze dove un tempo le persone si ritrovavano accomunate da passioni e sentimenti di cambiamento. Ognuno con le sue motivazioni personali come è dato osservare a proposito delle manifestazioni no-vax, no green-pass. Prevalgono individualismo, trasgressività conformista, edonismo permissivo, azioni fuori da ogni ideologia e da ogni finalità politica: rabbia, furore, risentimento, rancore, frustrazione.

Le cause sono note ma spesso mal dibattute: la sfiducia nella classe politica tutta, l’impoverimento generale in un mondo dove la gente povera diventa sempre più povera e quella ricca sempre più ricca, la delusione per le aspettative della globalizzazione, salutata negli anni Novanta, anche dalla sinistra, come benefica e portatrice di un nuovo progresso, la disoccupazione, il cinismo di gruppi padronali che delocalizzano fabbriche in base ai costi della manodopera, l’informazione carente e contraddittoria sul Covid. Ne è testimone la bassa affluenza alle urne e la disaffezione, fattasi rancore, per tutta la sinistra.

Sembra cadere anche il naturale sentimento di rispetto per gli anziani: la famosa metafora attribuita a Newton dove i giganti (i vecchi) hanno il compito di portare sulle loro spalle i nani (i giovani) ancora incapaci di muoversi autonomamente. Ora i giganti, umiliati ed offesi, vagano smarriti privati di questo nobile ruolo e molti giovani, liberi da tutte le regole di convivenza, credono di acquisire prestigio attraverso gadget e oggetti e scambiano la felicità con il consumo.

La parata del G20 a Roma è stata un ulteriore elemento di frustrazione: vedere la città paralizzata mentre file di suv blindati impazzavano per consentire ai Grandi della Terra di gettare monetine nella Fontana di Trevi. Parata smisurata se confrontata coi magri risultati ottenuti.

Quant’è lontana questa manifestazione smodata e teatrale da quella silenziosa di Papa Francesco che, in mesta solitudine attraversava via del Corso o a quella dello stesso Francesco che, solitario, saliva le scale della Basilica di San Pietro per inginocchiarsi di fronte alla croce. Forse, di questi tempi, un po’ di umiltà e sobrietà farebbe bene anche alla sinistra.

Come riaprire i canali della democrazia tra Palazzo e Paese

Gaetano Azzariti  05.11.2021

Il voto sul Ddl Zan – ha scritto su queste pagine Norma Rangeri – ha mostrato tutta l’arretratezza del nostro Parlamento rispetto alle spinte innovatrici provenienti dalla società. Penso sia vero, ma non ritengo ci si possa fermare a questo crudo giudizio. Almeno un altro paio di corollari disegnano il quadro.

In primo luogo, la società non può interpretarsi in termini unitari, assistiamo anzi alla sua progressiva divisione. Alle straordinarie manifestazioni in difesa dell’ambiente, dei diritti civili, del lavoro, si affiancano manifestazioni assai meno apprezzabili, in difesa degli interessi più retrivi. L’estendersi degli atti di violenza contro le persone fragili, la perdita del senso di solidarietà, il riapparire di ideologie votate all’odio non devono essere sottovalutate. La lotta per affermare entro la comunità, dentro le coscienze collettive e dei singoli, i valori di civiltà e di progresso è ancora lunga e ci impedisce di affidarci solo alla “nostra” parte di società.

In secondo luogo, l’osservazione della distanza ormai abissale tra il Parlamento e i bisogni che attraversano la società non può che essere intesa come un drammatico problema cui farsi carico. Purtroppo non possiamo fare a meno della rappresentanza politica ed istituzionale, poiché l’alternativa al parlamentarismo è l’autocrazia, che oggi è ben visibile.

Per questo la constatazione, vera ma drammatica, della pericolosa distanza tra il Palazzo e la Piazza ci impone di interrogarci su come salvare il Parlamento. Riavvicinare la società alle istituzioni democratiche sembra essere un compito che non può essere eluso, tanto meno dai più critici. Le lotte sociali se non trovano sbocco entro le istituzioni democratiche finiscono per esaurirsi, generare frustrazione, ribellione, sdegno, e – infine – regressione.

Dobbiamo allora essere strabici, attrezzarci per una doppia battaglia: dentro la società per dare coscienza alle persone, dentro le istituzioni per riuscire a tradurre i “fatti” (sociali) in “norme” (politiche). Una prospettiva che deve superare alcune pur legittime ritrosie, ma che deve essere perseguita nella consapevolezza che non esistono scorciatoie. Non è facile convincere la società civile – neppure la migliore e più impegnata – che non si può abbandonare il campo istituzionale, nonostante i suoi ripetuti tradimenti (il Ddl Zan è solo uno dei tanti casi di aspettative disattese). Non è facile neppure convincere chi opera nelle istituzioni – neppure i migliori e più impegnati – che non si ha legittimazione a governare se non si dà ascolto alla nazione che si rappresenta.

Questo reciproco disconoscimento non è il frutto di semplice incomprensione, trova la sua ragione nell’indebolirsi dell’idea fondante il nostro Stato democratico dell’esercizio della sovranità popolare nelle forme e nei limiti della Costituzione. Una Costituzione che afferma la centralità del parlamento e il diritto di tutti i cittadini di associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale.

Sono ben note le cause di tale progressivo scostamento: quelle sociali legate all’imporsi del neoliberismo come unica forma di sviluppo, che sottrae alle persone la possibilità di essere padrone del proprio futuro; quelle istituzionali legate all’imporsi della disintermediazione che non tanto ha fatto venir meno le forme politiche (i partiti anzi hanno aumentato il proprio potere entro le istituzioni), quanto ha inaridito i canali della rappresentanza (i partiti non riescono più a dirigere e organizzare gli interessi e i soggetti sociali). È così che la società è rimasta senza voce, privata della possibilità di farsi valere entro le istituzioni.

Al popolo, rappresentato nelle sue divisioni, si è sostituito il populismo, con la sua finta omogeneità. In fondo, la stessa svolta tecnocratica (il governo dei saggi) non rappresenta altro che una variante di questo processo di progressiva sterilizzazione della società.

Avremmo bisogno di ridare voce alla società, ai cittadini, alle persone concrete, ma dovremmo riuscire anche a far maturare entro il diviso corpo sociale una coscienza civile improntata ai valori della costituzione repubblicana. Ma per far questo avremmo bisogno di forze politiche ed intellettuali organizzate. Dove sono?

La lente della storia per non smarrirsi nei labirinti della paura

SCAFFALE. Riflessioni intorno al libro «Tremare è umano» di Adriano Prosperi, pubblicato da Solferino. Le fonti del passato fanno affiorare qualcosa di già conosciuto, e ci aiutano a illuminare lo sfondo sul quale è accaduto l’evento pandemico

Girolamo De Michele  05.11.2021

Scritto nei mesi del lockdown in quella particolare condizione del lucreziano «naufragio con spettatore», nella quale da una posizione di (apparente) rifugio si assiste alla catastrofe, questo ultimo libro di Adriano Prosperi Tremare è umano. Una breve storia della paura (Solferino, pp. 158, euro 9.90) comincia dove terminava Un tempo senza storia.

IN QUELLA APOLOGIA della storia che era anche una preoccupata meditazione sulla distruzione del passato, Prosperi si chiedeva se dietro le tonalità compassionevoli in tempo di pandemia non si celasse la grave sconfitta delle classi subalterne nella lotta per il loro riscatto: una conclusione che si accompagnava al franco riconoscimento che una brusca scossa nella vita ordinaria come il virus obbliga a cercare risorse nella memoria, mentre il benjaminiano vento di bufera spinge verso l’ignoto futuro.
In questo nuovo libro, che ha nella paura al tempo stesso il soggetto e l’oggetto, Prosperi sviluppa con lucidità i veloci spunti del precedente testo: la saggezza dell’età sembra quasi resistere alla paura dettata dalla constatazione di essere passibile di quella selezione che ha portato a staccare la spina ai più anziani in mancanza di posti negli ospedali.

NELLA CATASTROFE, Prosperi fornisce un nuovo argomento in favore della storia: le fonti del passato fanno affiorare qualcosa di già conosciuto, e ci aiutano a illuminare lo sfondo sul quale è accaduto l’evento pandemico. Al tempo stesso, la conoscenza storica mette al riparo – consentendo allo storico un giusto sarcasmo – da ilari saggisti, sedicenti storici e filosofi che volano ad altezze tali da non percepire il suolo su cui camminano: nondimeno, queste figure ci avvertono «di come la realtà possa restare oscura a molti in regime di peste e il senso comune possa divorziare del tutto dal buon senso».
Si tratta, usando la memoria storica come filo per non smarrirsi nei labirinti della nuova Babele delle lingue, di non perdere la distinzione fra vero e falso – smarrimento implicito nella svolta galileiana, che ha separato la conoscenza scientifica del mondo dalla percezione ordinaria – che, grazie alla forza della paura, ha favorito ieri la nascita di quei no vax che oggi, negazionisti in preda alle sindromi del complotto, ostacolano la diffusione dei vaccini.

DI QUESTA SCISSIONE, il conflitto mediatico fra gli esponenti di una scienza che rischia di apparire un’opinione fra le altre e «un populismo incolto e dominato dalla sindrome complottista» è la punta dell’iceberg.
Allargando il discorso, Prosperi sottolinea la separazione fra storia dell’uomo e storia della natura, connessa all’istintivo e radicato «suprematismo umano»: «una forma di autoprotezione umana ma anche una superba volontà di concepirsi come i padroni del mondo, ignorando sia le altre specie esistenti sia la natura stessa del pianeta».

TALE ANTROPOCENTRISMO è in relazione con le «gravi responsabilità collettive della cultura europea e delle nazioni ricche nei confronti dei popoli privi di libertà e di diritti»: il virus ha portato in primo piano quelle ingiustizie sociali, frutto non casuale del neoliberismo selvaggio (vedi Clausi e Murri, Pandemia capitale, manifestolibri 2021), il cui prezzo è pagato dai subalterni, dal mondo della scuola e della cultura, dalle nuove figure lavorative ricadute nella condizione di schiavitù, mentre l’impreparazione delle classi politiche e il loro asservimento al capitalismo finanziario acuiscono quelle ingiustizie che pretenderebbero di risanare.
Dietro lo spettro del Leviatano di Hobbes e del governo della paura, si manifesta una crisi ancor più radicale della politica nella tarda modernità: l’impopolarità della verità, e il timore di dirla sono alla base di quei sentimenti che hanno portato masse di lavoratori a sostenere col loro voto politici populisti che promettevano la chiusura dei porti, la devastazione dell’ambiente e le guerre commerciali.

È PROPRIO LA FIGURA del Leviatano ad indicarci, in negativo, la proposta dello storico: quella liberazione dalla paura fondata sulla comprensione razionale della storia umana all’interno della più vasta storia della natura – non va dimenticato che i virus sono non solo un enti di natura, ma anche ben più antichi della specie umana – che Spinoza pensò inter spem et motus, senza cedere ne a questo né a quella. La geometria delle passioni di Spinoza, in esplicito omaggio alla lettura di Bodei, si ricongiunge a quell’altro grande materialista interprete della natura, che è Lucrezio.