I RICCHI INVIDIANO IL REDDITO DI CITTADINANZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I RICCHI INVIDIANO IL REDDITO DI CITTADINANZA da IL MANIFESTO

La povertà non ha colpa, è il mercato del lavoro che è il problema

Reddito di cittadinanza. Secondo i più recenti dati Inps, sono stati più di 1,6 milioni di nuclei familiari a ricevere almeno una mensilità del RdC nel periodo giugno-luglio 2021 (per un totale 3,7 milioni di persone interessate), per un importo medio di 579 euro

Pier Giorgio Ardeni  08.09.2021

La discussione sul reddito di cittadinanza (RdC) che si è riaperta di recente ha finora avuto il merito di svelare le posizioni in campo, rivelando un discrimine dalle origini antiche tra chi ritiene quella della povertà come una condizione subita e chi invece la considera una colpa. La povertà, ovvero la mancata disponibilità di mezzi sufficienti alla sussistenza – definizione dell’Istat – è infatti il risultato di una esclusione non volontaria e spesso duratura dal mercato del lavoro. Sostenere che questa sia «ricercata» è ovviamente insensato, anche quando questa potrebbe essere sostenuta dalla ricezione di un sussidio. Perché non guarda a come quella condizione si genera.

La povertà in Italia esiste e riguarda una fascia di popolazione non esigua. Se prima della pandemia quella che l’Istat chiama povertà assoluta riguardava già 4,6 milioni di persone, nel 2020 ha interessato ben 5,6 milioni di cittadini. Che sarebbero stati anche di più, secondo uno studio della Caritas, se non vi fosse stato il RdC (ma su 100 indigenti, solo 44 ricevono il sussidio). Il fatto è che per avere il RdC è richiesta una residenza di almeno dieci anni – tagliando fuori un buon numero di immigrati – e un reddito (e patrimonio) la cui soglia è unica a livello nazionale. Essendo però il costo della vita superiore al Nord, il tasso di copertura del 44% è pari al 95% al Sud e scende al 37% al Nord, escludendo così molti dei poveri che risiedono nel Settentrione (dove si trova anche la maggior parte degli immigrati).

Secondo i più recenti dati Inps, sono stati più di 1,6 milioni di nuclei familiari a ricevere almeno una mensilità del RdC nel periodo giugno-luglio 2021 (per un totale 3,7 milioni di persone interessate), per un importo medio di 579 euro e con percentuali molto diverse nelle varie regioni sul totale degli abitanti (dall’1,2% del Trentino A.A. al 15% della Campania). Il costo medio mensile per le casse statali è sui 750 milioni di euro. Come fa notare l’INPS, peraltro, la correlazione tra la percentuale di percettori di RdC e il tasso di povertà regionale stimato dall’Istat è molto alta, il che fa ritenere che il RdC riesca in parte ad indirizzarsi alle persone «giuste».

Tuttavia, il RdC era stato pensato non solo come uno «strumento di civiltà» – è rimarchevole come l’Italia sia buona ultima in Europa nelle misure di supporto agli indigenti – e di sostegno al reddito dei cittadini nella fase transitoria fra un impiego e l’altro o nell’inserimento lavorativo. Tuttavia, molte delle persone in condizione di povertà non sono inseribili, necessitano di percorsi di inclusione sociale (le madri sole, i disabili e i minori a carico), tanto che appena un sesto dei percettori, in passato, ha trovato un’occupazione.

Il fatto è che il nostro mercato del lavoro non solo è «segmentato» per settori e qualifiche, ma soprattutto sul versante delle basse remunerazioni e delle basse qualifiche è particolarmente «respingente» (contratti precari, a tempo determinato e parziale, in occupazioni con alto turn-over, salari infimi). In più, l’economia non attrae occupazione, come confermano Istat e Eurostat. L’Italia ha un tasso di disoccupazione (9.3%) secondo solo a Grecia e Spagna, la disoccupazione giovanile è al 27.7%, il tasso di inattività è del 35.5% (molto più alto che in Europa). E sono le donne con figli a pagare il prezzo più alto: mentre in Europa nel 2020 il 72.2% di esse aveva un lavoro, in Italia erano solo il 57.3%, meno anche di Grecia e Spagna. Tra l’altro, gli andamenti dei prezzi delle materie prime e dei mercati della logistica e delle catene delle forniture sono stati finora assorbiti dalle nostre imprese frenando la domanda di lavoro, con un ulteriore aggravamento delle previsioni occupazionali.

L’Italia, nell’ambito del Pnrr, si è impegnata ad adeguare le misure per l’occupazione agli standard europei e a renderle uniformi sul territorio ma il processo non è ancora partito. Il sostegno all’occupazione (Ease) della UE indirizza tutti gli stati membri a garantire, tra le altre cose, un maggiore sostegno alle transizioni occupazionali. Ma le nostre politiche attive del lavoro stentano.

L’aver legato le misure di sostegno alla povertà a queste politiche complica ulteriormente il quadro mentre sarebbe più ragionevole farle marciare su binari diversi. Si aiutino le persone in condizioni di povertà con un reddito minimo e si migliorino le condizioni del mercato del lavoro. Perché non siano sempre gli ultimi della scala sociale a portare il peso della «congiuntura», accusandoli di «preferire il divano» alla ricerca di un impiego che non sia solo di sfruttamento e di sopravvivenza. Il nostro tessuto sociale è come un vecchio drappo logoro: si operi per ricomporlo, emendandolo, invece di lacerarlo ancora accusando i poveri della loro colpa.

Una riforma fiscale che impoverisce lo Stato e favorisce i ricchi

Tasse. Niente patrimoniale, riforma del catasto, imposte sulle successioni e donazioni. È disattesa la raccomandazioni Ue di spostare la pressione fiscale dal lavoro alla rendita

Gaetano Lamanna  08.09.2021

La riforma fiscale non sarà la riforma strutturale e organica di cui il presidente Draghi aveva parlato nel suo discorso d’insediamento, ma un compromesso al ribasso. Un atto dovuto per accedere alla seconda tranche dei fondi del Recovery plan. Da questa maggioranza di governo tanto larga quanto eterogenea, non ci si poteva aspettare di più.

Alcune questioni spinose e divisive sono state accantonate e rinviate. Non si parla di imposta patrimoniale, di riforma del catasto, di imposte sulle successioni e donazioni. Viene dunque disattesa una delle raccomandazioni della Commissione europea di spostare il peso della pressione fiscale dal lavoro alla rendita. Eppure tra prelievo sul reddito da lavoro e prelievo sulla rendita c’è in Italia un rapporto di 11 a 1.

L’UNICA PREOCCUPAZIONE del legislatore sembra essere la conservazione dell’esistente, con qualche ritocco. La ratio è far pagare meno tasse a chi ha di più. Sono confermati i regimi sostitutivi differenziati, le agevolazioni e le esenzioni che hanno stravolto la riforma fiscale dei primi anni Settanta. Sui redditi da capitale e sulle rendite finanziarie si propone un minore prelievo, allineandolo a quello della prima aliquota Irpef (23 per cento). Un risparmio fiscale non da poco. Non giustificato. Non si sa per quale motivo i guadagni di tipo finanziario, oggi tassati al 26 per cento, debbano essere equiparati al reddito dei contribuenti meno abbienti.

Manca uno sforzo innovativo, dunque. Si rinuncia a fare dell’Irpef una tassa onnicomprensiva (comprehensive income tax) perché il cumulo dei redditi penalizzerebbe le categorie con i patrimoni più consistenti. I criteri di progressività sono in pratica disattesi. Non si recupera la base imponibile erosa da continue e scoordinate misure legislative in questi decenni. L’intervento di maggior rilievo riguarda il ceto medio, con la riduzione dell’aliquota, oggi al 38 per cento, per i redditi tra 28 e 55 mila euro. Anche in questo caso, però, lo sconto fiscale per i redditi medi si estende ai contribuenti degli scaglioni più alti (sopra i 55 mila euro e sopra i 75 mila).

LA DIMINUZIONE del prelievo Irpef sui ceti medio-alti, però, non è compensata, come ci si sarebbe aspettati, nemmeno da una rimodulazione delle aliquote Iva. Nessun aggravio per i beni di lusso. Si propone soltanto il ribasso dell’aliquota ordinaria. Una misura che, per il carattere regressivo delle imposte sui consumi, favorisce ancora una volta i più ricchi. E’ un impianto che si basa sull’assunto che il calo della pressione fiscale sia la via maestra della crescita economica. Mano a mano che si esce dall’emergenza pandemica, durante la quale sembravano tutti keynesiani, ritornano a farsi sentire, numerosi e più agguerriti che mai, i liberisti che chiedono di «affamare» lo Stato.

Se una cosa risulta certa, alla luce dell’esperienza, è che la curva dell’ineguaglianza non si inverte in virtù delle forze del mercato. Questi due anni terribili hanno mostrato quanto sia fondamentale il ruolo dello Stato e quanto poco affidabile la «mano invisibile» del mercato. Se non si ripristina la progressività del sistema fiscale, chi garantirà la maggiore spesa sociale per la sanità, la scuola, i trasporti pubblici? Chi pagherà il debito pubblico cresciuto per contrastare la recessione e per dare sussidi alle categorie e ai settori più colpiti? Le leggi di bilancio dei prossimi anni saranno, infatti, condizionate dalle risorse che il sistema fiscale riuscirà a raccogliere.

IN UN PAESE in cui la diserzione fiscale è così alta, è del tutto illusorio pensare che si possa recuperare gettito abbassando le aliquote. Tanto più che non cambia nulla per quelle categorie e quei settori che sfuggono al criterio della progressività e beneficiano di imposte di favore. Non è vero neanche che «quando la marea sale solleva tutte le barche». La crescita non è la panacea di tutti i mali. Spesso crea disparità sociali e sacche di povertà.

In realtà, dietro lo schermo ideologico della crescita e dell’efficienza, le aziende continuano a massimizzare i profitti, ad accaparrare incentivi e agevolazioni pubbliche, a pagare meno tasse, a remunerare di meno i lavoratori, a licenziare. Il capitalismo «mordi e fuggi», figlio del laissez faire, può continuare a prosperare. I manager, i rentier, gli speculatori finanziari, che conoscono bene i trucchi per pagare meno tasse o per non pagarle affatto, ringraziano.

LA RIFORMA CHE SI preannuncia, infine, non guarda allo sviluppo sostenibile. La transizione ecologica, fulcro del Pnrr, sul piano fiscale è declinata blandamente. Si punta alla graduale riduzione dei sussidi alle imprese ambientalmente dannosi (Sad), che assorbono annualmente oltre dieci miliardi, ma si propone al tempo stesso di attivare meccanismi di compensazione e premialità. Anche il principio «chi inquina paga» viene sacrificato sull’altare della riduzione della pressione fiscale complessiva. Ci vorrebbe il coraggio di andare controcorrente. Per la sinistra sindacale e politica c’è tanta carne al fuoco e ci sarebbero tante battaglie da combattere.