DEBITO E CONTABILITÀ PUBBLICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DEBITO E CONTABILITÀ PUBBLICA da IL MANIFESTO

Problemi e soluzioni per il nostro mastodontico debito

Economia . Nel Def si sottolinea che “la riduzione del rapporto debito/Pil rimarrà la bussola della politica finanziaria del Governo”. Noi sappiamo bene cosa questo voglia dire, come questo fiero proposito finisca per tradursi in una nuova, feroce riduzione della spesa sociale

Pino Ippolito Armino  22.06.2021

«Niente sarà più come prima». Questa parole, che ci hanno accompagnato nella fase iniziale della pandemia, sono state rapidamente cancellate dal desiderio di un rapido «ritorno alla normalità». C’è, però, almeno una cosa destinata a non restare com’era. È il nostro debito pubblico che, essendo cresciuto di ben 25 punti nel rapporto sul Pil, raggiungerà quest’anno la storica vetta del 160 per cento (Def – Documento di Economia e Finanza – 2021), il livello più alto di sempre, al di sopra di quello toccato nel 1919 al termine della Grande Guerra.

Nello stesso Def si sottolinea che “la riduzione del rapporto debito/Pil rimarrà la bussola della politica finanziaria del Governo”. Noi sappiamo bene cosa questo voglia dire, come questo fiero proposito finisca per tradursi in una nuova, feroce riduzione della spesa sociale.

Lo abbiamo sperimentato in passato e niente lascia sperare che stavolta le cose andranno diversamente. Ecco perché la sinistra non può lasciare il campo al déjà vu mentre in Francia il dibattito è aperto come mostra l’articolo di Renaud Lambert sull’ultimo numero di Le Monde diplomatique (n. 6, giugno 2021); e se la preoccupazione per nuove politiche di austerity è forte oltralpe, dove il rapporto debito/Pil ha raggiunto il 120 per cento, è evidente che non possiamo essere noi italiani a ignorare il problema.

Nel dibattito avviato dalla sinistra transalpina spicca, tra le altre, una proposta di cancellazione (parziale) del debito in cambio dell’impegno dei singoli paesi a investire in progetti di transizione ecologica i capitali che, a scadenza, andrebbero rimborsati alla Banca centrale europea. Due piccioni con una fava: abbattere il peso che grava sui paesi europei più fragili e accelerare la transizione ecologica. Lambert ammette, tuttavia, che la Bce non ha altro compito, per statuto, che il controllo dell’inflazione e che la Germania insieme ai paesi cosiddetti “frugali” non accetterà mai proposte del genere.

Niente da fare allora? Forse c’è qualcosa che va in quella stessa direzione ma non richiede l’intervento della Bce o il consenso tedesco. La quota di debito pubblico italiano detenuta dalla Banca d’Italia è salita al 21,6 dal 16,8 per cento del 2019, mentre la quota detenuta da non residenti è scesa dal 31,9 al 29,8 per cento (Relazione annuale Banca d’Italia 31 maggio 2021). Una parte, dunque, rilevante del nostro debito pubblico si trova nelle mani di istituzioni, società finanziarie e famiglie italiane.

Se la conversione automatica di questo debito in investimenti è impraticabile per le note ragioni di difesa della reputazione del debitore, nulla vieta che il risparmiatore, su base volontaria, acconsenta alla conversione delle obbligazioni a scadenza in quote azionarie di capitali destinati a imprese pubbliche nel campo delle energie rinnovabili, della mobilità sostenibile, della cura del territorio. Anche qui prenderemmo due piccioni con una fava: riduzione del debito pubblico e nuovi posti di lavoro nei settori dove, da tempo, più arranchiamo.

I risparmiatori sarebbero remunerati con i dividendi delle imprese che hanno contribuito a capitalizzare oltre che dall’eventuale incremento del valore dei titoli azionari. Siamo così sicuri che non esistano nel nostro Paese risparmiatori disposti a correre qualche rischio pur di onorare quel patto tra generazioni tante volte evocato?

Semplificare per migliorare la rappresentanza

Contrattazione. Fino a quando capitale e lavoro possono permettersi il lusso di rimanere estranei alla contabilità pubblica?

Roberto Romano  22.06.2021

La Storia delle idee e della società non si presentano mai allo stesso modo, ma le domande che la politica, gli economisti e gli attori sociali devono rispondere sono sempre le stesse. Così come Reagan e Thatcher consegnavano al mercato il soddisfacimento dei bisogni individuali, riconducendo a questi ultimi gli interessi collettivi, Roosevelt assegnava alle istituzioni pubbliche il compito di rimuovere i vincoli di ordine economico e sociale per liberare la società dal bisogno.

Così come nell’era rooseveltiana sono state create le istituzioni per tenere in tensione la domanda effettiva utilizzando la spesa pubblica e la crescita del potere contrattuale del lavoro, oggi la politica deve dotarsi di nuove e coerenti istituzioni del capitale per rispondere in modo adeguato alle domande inedite che la Covid 19 ha dischiuso.

In ragione della forte incertezza legata alla pervasività dell’innovazione tecnologica e dei processi innovativi, di cui è difficile percepire l’esito finale, si pensi alla sfida legata al Green New Deal, la società nel suo insieme dovrebbe costruire degli equilibri superiori e coerenti con le sfide che l’attendono. Si tratta, quindi, di re-declinare gli strumenti e le attività pubbliche, ovvero: 1) l’efficienza nell’allocazione delle risorse tra pubblico e privato; 2) lo sviluppo economico sostenibile sia nel breve che nel lungo periodo; 3) la stabilità del reddito nazionale; 4) la redistribuzione del reddito.

Le parti sociali come e quanto possono concorrere all’emergere di nuove e coerenti istituzioni del capitale? Più precisamente, quale è l’equilibrio più avanzato tra stato-finanza-capitale e lavoro? Occorre una qualche consapevolezza della stretta relazione tra i mercati indicati: senza capitale non potrebbe esserci il lavoro, così come senza il lavoro non potrebbe esserci il capitale; il capitale potrebbe sopravvivere senza lo Stato? Potrebbe generare reddito e ricchezza in assenza di un pavimento concordato con gli altri attori?

La finanza è un flusso sanguineo utile fino a quando anticipa il rischio d’impresa, così come è utile quando presta denaro alle persone che vogliano intraprendere, ma quando l’utile della finanza si realizza sulla singola operazione di mercato e non sul bilancio consolidato, la finanza diventa pericolosa e diventa Ponzi. Lavoro, finanza, Stato e capitale devono quindi trovare un nuovo ordine che potrebbe anche condurre a un parziale controllo dei movimenti dei capitali finanziari. Il lavoro come il capitale necessita di un ridisegno all’altezza della sfida. Non possono continuamente inseguire le news e manifestare una loro preferenza.

Capitale e lavoro rimangono legati, ancorché perseguono interessi diversi: il primo possiede i beni capitali che conducono al profitto, il secondo ha solo la sua forza lavoro che nel bene e nel male sono un pezzo fondamentale della domanda effettiva. Quello che è un costo per una impresa, è in realtà domanda per un’altra impresa. Un sistema economico che tende a ridurre i costi è un sistema economico che 1) opera al di sotto delle sue possibilità, 2) genera crisi di struttura e da domanda ingovernabili. Ciò suggerisce che l’organizzazione del reddito e del lavoro devono concordare norme e regole consolidate, almeno nella definizione dei diritti di II generazione di Bobbio.

Il lavoro può e deve fare il proprio progetto. Innanzitutto, è necessario uniformare i contratti almeno alla statistica dei settori Nace (Ateco) senza superare il secondo numero. Domando: possiamo avere dei contratti di lavoro che attraversano orizzontalmente i codici che codificano l’economia? Fino a quando capitale e lavoro possono permettersi il lusso di rimanere estranei alla contabilità pubblica? Il numero dei contratti (più o meno 900) frammentano la rappresentanza. Occorre ridare senso ai contratti come alla rappresentanza, non per abbattere i costi e/o fare pulizia, piuttosto per avere un minimo di economia di scala (nazionale e territoriale) e per condizionare, meglio ancora condividere, i passaggi storici che attendono la società, il capitale e il lavoro.

Questa è la prima e universale battaglia di civiltà. Riscrivere i contratti e piegarli alla contabilità nazionale ed europea ha il pregio di alzare l’impatto economico degli stessi contratti, così come l’impatto nel controllo capitale. La rappresentanza diventa il naturale effetto della riscrittura dei contratti; cambierebbero financo in trenta e passa modelli contrattuali di assunzione. Penso a una riforma di struttura, non alla modernizzazione del modello esistente.