“BRUTTITALIA”: C’È LAVORO PER LA SINISTRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“BRUTTITALIA”: C’È LAVORO PER LA SINISTRA da IL MANIFESTO

Desideri e bisogni dei giovani cittadini di Bruttitalia

Sindaci metropolitani. Sindaco metropolitano cercasi nelle aree vaste dell’Italia interna dove è difficile vivere e lavorare. Una ricerca di Lega-coop e Coop-fond sugli abitanti delle giovani generazioni

Filippo Barbera  24.10.2021

Nelle grandi città, le recenti elezioni hanno indicato anche il sindaco della Città Metropolitana. Il governo dei flussi e degli scambi di beni, persone e servizi nelle aree vaste dovrebbe essere importante quanto quello del governo del Comune.

Ma così non è: l’evidente fallimento della legge “Del Rio” pare non preoccupare il parlamento e i ministri competenti. A guardarle da vicino, le aree metropolitane sono in realtà “metromontane” (si veda: F. Barbera e A. De Rossi (a cura di), Metromontagna, Roma, Donzelli, 2021), con percentuali elevatissime di comuni montani o parzialmente montani all’interno dei confini che le delimitano.
Accanto all’altimetria, poi, la diversità territoriale è alimentata dalla distanza dai servizi: l’Italia è un paese “rugoso”, dove le aree lontane dai servizi di cittadinanza – scuole-ospedali-trasporti – sono pari al 22,5% della popolazione, al 51,7% dei comuni e al 59,8% della superficie. Diversità territoriale e policentrismo, però, che sono inghiottiti dalla semplicistica narrazione sui “borghi”. Narrazione a cui corrispondono misure come il Piano Nazionale Borghi, da cui scompaiono le reti fra comuni e gli abitanti a favore di interventi su comuni singoli (uno per regione!) con scopi di potenziamento del turismo, ovviamente lento e sostenibile.

Come già per la cultura, anche la valorizzazione del territorio è tale solo se inglobata nella goffa egemonia del “turismo petrolio d’Italia”, oggi condita con una spruzzata di ecologismo. Ma le aree interne non sono solo borghi e il loro rilancio non passa solo dal turismo lento: sono luoghi da riabitare fin dalla vita quotidiana delle persone. Occorre, per questo, pensare al policentrismo territoriale fuori dall’estetismo che caratterizza lo sguardo del turista e abita le copertine patinate delle riviste specializzate.
L’Italia è un paese bellissimo stracolmo di luoghi brutti di cui nessuno parla: campagne spopolate, tristi fondovalle, coste orfane senza più turismo di massa, città medie prive di beni storico-culturali, distretti turistici invernali dove non nevica più. Bruttitalia, potremmo definirla. Territori che nessun turista vorrebbe mai visitare, spesso pieni di bar dai tavoli di formica che servono prodotti industriali privi di ogni legame con la “tipicità”. Ma davvero c’è qualcuno che vuole restare nelle aree interne del Paese, tanto in quelle “belle” che in quelle “brutte”? Il potere attrattivo delle città non ha – sempre e comunque – la meglio?

Le risposte a queste domande si trovano nella ricerca realizzata dall’Associazione “Riabitare l’Italia”, dal significativo titolo “Giovani Dentro”, un progetto di ricerca sulla vita e sulle prospettive dei giovani abitanti delle aree interne italiane (18-39 anni). L’indagine è stata sostenuta da Fondazione Vismara e dal fondo Mutualistico Legacoop – CoopFond e realizzata grazie alla collaborazione con vari partner scientifici (https://riabitarelitalia.net/RIABITARE_LITALIA/giovani-dentro/).

Le diverse fasi di indagine hanno coinvolto circa 3.300 cittadini delle aree interne italiane, di cui circa un terzo attraverso un campione di 1.000 individui stratificato e per quote, rappresentativo della popolazione 18-39 anni rispetto a genere (maschio, femmina), età (18-29 anni, 30-39 anni) e zona di residenza (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud e Isole). Per la prima volta, delineato il profilo del giovane abitante delle aree interne con particolare riferimento alle tappe di vita in ambito di formazione e lavoro, indagate le motivazioni valoriali del “restare” sui territori (o del tornare, nel caso dei “nuovi montanari/abitanti”), investigato il rapporto con la natura e la potenziale motivazione a lavorare in agricoltura dei giovani.

Il dato non scontato è che circa la metà dei rispondenti (52%) vorrebbe restare nel luogo in cui vive e pianificare lì la propria vita, mentre solo il 12% vorrebbe invece vivere e lavorare altrove e ha in programma di partire. Gli altri si dividono tra chi vorrebbe partire ma non può (21%) e tra chi invece vorrebbe restare ma si vede costretto a partire (15%). Tra le principali motivazioni a restare ci sono il forte legame con la comunità (65 %), la possibilità di contatti sociali più gratificanti (68%) e la migliore qualità della vita (79%). Per ciascuno di questi motivi il sud e le isole hanno percentuali più alte.

Esiste, quindi, una rilevante domanda di aree interne e montane, che attende politiche pubbliche attente alle specificità dei luoghi, che diano servizi pubblici e opportunità di lavoro alle persone. Politiche non solo orientate dalla narrazione dei borghi e alla valorizzazione dell’immancabile turismo lento, ma incentrate sul valore della vita quotidiana degli abitanti dei territori, tanto di quelli con i paesaggi da cartolina come di quelli dove nessun turista vorrebbe mai trascorrere più di qualche ora. Temi, questi, per l’agenda dei nuovi Sindaci “metromontani”.

La sanità lombarda ai privati, «è una controriforma»

Al Duomo contro il piano Moratti-Fontana. Prove tecniche di unità per immaginare di giocarsela alle elezioni regionali

Roberto Maggioni  MILANO  24.10.2021

Quella contro la privatizzazione della sanità regionale è stata la prima manifestazione unitaria del variegato mondo del centrosinistra lombardo in vista delle prossime elezioni regionali del 2023. Prove tecniche di unità per immaginare di giocarsela la partita delle elezioni, in una terra che, al di fuori delle grandi città, premia da anni la destra con numeri importanti. Le ultime elezioni amministrative però dicono che qualcosina in quella megamacchina si è inceppato e il centrosinistra ora ci crede, almeno a parole.

La riforma sanitaria che sta disegnando l’assessora al welfare Letizia Moratti insieme al presidente della giunta Attilio Fontana è il banco di prova per misurare questa unità e per rimettere al centro del discorso pubblico la sanità per tutti. Così alle 10.30 di ieri mattina alcune centinaia di persone si sono ritrovate in piazza Duomo con le bandiere e gli striscioni di partito o associazioni. A far da scenografia il cartonato di un grande flacone di vaccino contro le privatizzazioni e centinaia di candele bianche davanti a una grande croce in memoria dei 35.000 morti di Covid 19 in Lombardia. A tenere le fila della manifestazione gli attivisti della campagna «Dico 32». Con loro Medicina Democratica, tutti i partiti di opposizione al centrodestra lombardo, dal Pd a Rifondazione Comunista, sindacati e associazioni. «La salute non si vende, la sanità pubblica si difende! Vogliamo un servizio pubblico universale, gratuito, partecipato e di qualità. Nessun profitto sulla nostra pelle» è stato il messaggio condiviso dalle varie anime della protesta.

Sotto accusa c’è la riforma della sanità regionale a cui stanno lavorando Letizia Moratti e Attilio Fontana. Nonostante la pandemia abbia mostrato tutti i limiti del sistema lombardo la contro-riforma Moratti-Fontana sta spingendo la sanità ancora di più verso i privati.
«È stato un passaggio molto importante questa manifestazione, abbiamo presentato un piano in 25 punti contro questa riforma di Letizia Moratti» spiega Vittorio Agnoletto, tra i promotori dell’iniziativa. Il testo della riforma tende ad aumentare il peso dei privati nella sanità lombarda, anche in quella territoriale. «Danno al privato persino le case della salute, gli ospedali di comunità, anche una forte quota dei fondi destinati all’abbattimento delle liste d’attesa» dice ancora Agnoletto. Come proseguire questa mobilitazione? «Tutte le sigle che potevano aderire hanno aderito» spiega ancora Agnoletto, «adesso si tratta di far diventare questi temi dei temi di consapevolezza quotidiana». Che significa spiegare agli anziani del quartiere Giambellino di Milano che se sono rimasti senza medico di famiglia la colpa è anche delle scelte sanitarie della Regione.

Nella piattaforma in 22 punti redatta dalla rete «Dico 32» si chiede un servizio socio-sanitario basato sui bisogni dei cittadini, con obiettivi di salute misurabili con gli strumenti dell’epidemiologia; una medicina territoriale basata sui distretti, sulla integrazione dei servizi sanitari e sociali, sulla prevenzione e su ruoli ben definiti fra ospedali e case della comunità.
«Non c’è nessuno spazio per migliorare la legge e quindi se non verrà ritirata, e se non vogliamo consegnare il sistema sanitario nazionale completamente in mano ai privati, occorre che il governo intervenga sottoponendo al vaglio della corte costituzionale la legge» ha detto Marco Fumagalli dei 5 Stelle lombardi. Per Fabio Pizzul del Pd: «In Lombardia esiste un privato che ha sempre fatto e continua a fare affari sulle spalle dei cittadini, ma ce n’è anche uno no profit, il terzo settore, di cui abbiamo estremo bisogno per poter garantire la prossimità di cura a tutti i cittadini. Se cammineremo insieme, da qui al 2023, potremo fare davvero il bene dei cittadini lombardi».

Rifondazione ha 30 anni, il congresso si interroga sul suo futuro e della sinistra

A Chianciano. Che fare, dopo che da tredici anni le forze politiche a sinistra del Pd, sia in alleanza che in opposizione al «partito di centro», non hanno mai superato il 4 per cento

Riccardo Chiari  INVIATO A CHIANCIANO TERME (SI)  24.10.2021

Che fare, dopo che da tredici lunghi anni le forze politiche alla sinistra del Pd, sia in alleanza che in opposizione al «partito di centro che guarda a sinistra» (recentissimo copyright di Enrico Letta), tranne una volta (2014) non hanno mai superato il 4% nelle due consultazioni nazionali, cioè le politiche e le europee?

L’interrogativo agita anche il partito della Rifondazione comunista, che si ritrova a Chianciano Terme per il suo undicesimo congresso piuttosto ammaccato per l’esito dell’ultima tornata amministrativa. Dove ai pochi successi, come l’esempio unitario calabrese con Luigi De Magistris citato da Maurizio Acerbo quale percorso virtuoso, o la lista Sinistra per Savona che ha contribuito non poco alla vittoria del neo sindaco Marco Russo a capo di un centrosinistra larghissimo, si sono accompagnate numerose sconfitte, unite a una certa sofferenza per alcune supposte «rigidità» dei vertici. E non è certo di consolazione vedere che anche i cugini di Sinistra italiana e Articolo Uno, in genere alleati del Pd, sul piano della rappresentanza non riescono a trovare sintonia politica con l’elettorato. Restato a casa per il 45%. E per il 40% indeciso, secondo i più accreditati sondaggisti, su cosa votare alle future elezioni politiche del 2023.

La risposta che cerca di dare il congresso, che è unitario ma al tempo stesso sta chiamando in questa tre giorni di Chianciano a un ricambio generazionale – tema spesso delicato ma imprescindibile per un partito che oggi ha solo 10mila iscritti ma anche 50mila sostenitori con il 2×1000 – non riguarda il merito. Sul punto Rifondazione non solo ribadisce una motivata opposizione al «governo dei migliori» guidato da Mario Draghi. Sposa anche le analisi pubblicate sul manifesto il mese scorso da Tommaso Nencioni e da Paolo Favilli, solo per fare due esempi.

Quel che invece sembra latitare è la traduzione sul territorio di un metodo di lavoro innovativo, anche tecnologicamente. E in grado di portare, passo dopo passo, al progressivo coinvolgimento di quella parte di società che si sente di sinistra, ma che dalla sinistra è stata spesso e volentieri delusa, fin dai tempi dell’Unione prodiana. A tal punto da abbandonare la contesa elettorale. O riversarsi, come successo negli ultimi dieci anni, su una forza populista come il M5S.

Sull’argomento il giovane Simone Di Cesare, under 30 che non è delegato ma è venuto ad ascoltare e «sentire» gli umori del congresso, la vede così: «Secondo me è arrivato il momento di ‘rompere’ alcune ritualità che abbiamo. Ad esempio, quando si parla di riunire la sinistra si rischia di parlare di come riunire il pochissimo che è rimasto, quasi il niente».

Niente scorciatoie organizzativo-elettorali dunque, che fin dai tempi della Sinistra Arcobaleno hanno mostrato le loro debolezze. «Piuttosto – osserva la delegata milanese Silvia Conca, poco più che trentenne – sarebbe necessario un lavoro comune, fuori dalle dinamiche elettorali, per cercare insieme di ricostruire una coscienza di classe, in una società che subisce da molti anni la vittoria del capitale sul lavoro e che sembra essersi rassegnata a un eterno presente, senza la possibilità di un’alternativa di società. Poi tutte le forze di sinistra sono in difficoltà anche perché continuano a scontare le ruggini del passato. E, in questo senso, un ricambio generazionale potrebbe essere utile». «Perché – aggiunge il delegato fiorentino Andrea Malpezzi – se andiamo male non può essere sempre colpa degli altri».

Però potrebbe essere utile, annota il cronista, anche un pur minimo interesse dei media, che invece disertano il congresso nazionale di Rifondazione comunista, a trent’anni dalla nascita del partito, non considerandolo evidentemente come un avvenimento politico di un qualche interesse.

Non una notizia, non un inviato, non una telecamera, con la lodevole eccezione del manifesto. Allora torna alla mente il congresso di Sinistra italiana a Rimini, quando gli inviati e le tv c’erano. Ma non ripresero né scrissero molto. Forse perché in quell’assise le delegate e i delegati sancirono una rottura politica, rientrata qualche mese dopo in segreteria, con il centrosinistra dell’epoca.