Officina dei saperi | San Lorenzo, Roma. Quando al bar Marani si riunivano le tribù
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
3447
post-template-default,single,single-post,postid-3447,single-format-standard,cookies-not-set,ajax_fade,page_not_loaded,,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-4.6,wpb-js-composer js-comp-ver-5.5.2,vc_responsive

San Lorenzo, Roma. Quando al bar Marani si riunivano le tribù

di Enzo SCANDURRA, da “il manifesto”, 31 ottobre 2018

San Lorenzo. E così nel quartiere rosso sono rispuntati i fascisti quelli che, tanti anni prima, tentarono la marcia su Roma e qui trovarono resistenza accanita

San Lorenzo è uno dei quartieri storici operai di Roma, insieme a Testaccio e Garbatella. “Fuori le mura” è ancora chiamata l’omonima Basilica perché prima della nascita del quartiere (verso la fine dell’Ottocento) il paesaggio di quell’area era sostanzialmente agricolo. Le case sorgono dapprima intorno alla Scalo, vero snodo e deposito ferroviario dove si formavano i convogli che partono dalla vicina stazione Termini. Il quartiere, seppure urbanisticamente centrale non può considerarsi “centro”, senza tuttavia i tratti della periferia. Un quartiere complesso retto da un delicato equilibrio perché nel tempo alla comunità di famiglie operaie di ferrovieri sono via via subentrate varie “tribù” che si sono spartite gli spazi di vita: una forma di coabitazione di gruppi sociali, caratterizzata da una problematica convivenza con i locali. Nel Sessantotto era sede dei movimenti di Lotta Continua, Potere Operaio, e del Movimento Studentesco.

L’arrivo degli studenti ha trasformato il quartiere in un luogo appetibile a intellettuali, giornalisti, professori universitari. Sono sorte librerie, pub, birrerie, trattorie, osterie e pizzerie a buon mercato, seppure in presenza di botteghe artigiane. Il quartiere è uno di quelli che a Roma ha la massima concentrazione di centri sociali, dal Cinema Palazzo occupato, Esc (l’atelier autogestito), Communia e tanti altri che hanno il merito di ostacolare la penetrazione della speculazione immobiliare e di sottrarre luoghi abbandonati al degrado. Infine sono arrivati gli immigrati richiamati proprio dal clima non razzista e inclusivo. Altre “tribù” che si sono aggiunte a quelle esistenti. Sopravvive la tradizione antifascista del quartiere, e meno male, perché è stata l’Anpi che ha organizzato le manifestazioni per la morte di Desirée, insieme ai comitati di Non Una di Meno e ai sindacati. Questa coabitazione di diverse tribù è stata favorita sia dal clima di tolleranza della popolazione, sia dalle particolari condizioni urbanistiche del quartiere che ha dei confini molto rigidi, se non delle vere e proprie barriere: la Stazione Termini, il Verano, la via Tiburtina e quella dello Scalo.

Più che un quartiere sembra una riserva indiana che sopravvive con delle proprie regole interne. Ci si sente (sentiva) protetti dalla velocità della vita che scorre nella città, dalla sua turbolenza, dalla sua brutalità. Tutt’intorno il caos della “modernità” della metropoli; a pochi passi la Stazione Termini luogo di transito di migliaia di persone. Quando vi abitavo, dal mio appartamento al settimo piano che si affacciava sullo Scalo, un giorno, chiuso in casa per via di un’influenza, contai i convogli ferroviari che arrivavano e partivano. Allora, circa 25 anni fa, arrivai a contarne 360.

Il bar Marani era il punto di ritrovo, come i bazar del film di Star Wars dove si danno appuntamento le diverse razze della galassia. In quel posto potevi sentire le notizie sulla città restandone separato e protetto. Lucio Dalla a proposito della Piazza di Bologna cantava: “in Piazza Grande non si perde nessun bambino”. Così anche a San Lorenzo, comunque si rimaneva, protetti, sempre dentro il

quartiere, fino a qualche anno fa. Ma adesso è proprio dentro il quartiere che ci si può “perdere”, come è capitato alla piccola Desirée.

Il quartiere non offre più protezione contro la barbarie della città, si è imbarbarito a sua volta per la circolazione della droga, per la piccola delinquenza che qui trova rifugio; si è periferizzato. Colpa del degrado in cui sono state abbandonate molte aree subito occupate dai piccoli trafficanti della droga e forse della “tolleranza” subita con la criminalità, degenerata lentamente in un clima da Far West. Ora, come avviene in molte città degli Stati Uniti, basta imboccare una via trasversale, magari di sera, quando è poco trafficata, che ti ritrovi in un “altro mondo” e ci si può perdere.

Desirée cercava la sua dose sapendo che lì poteva trovarla, che forse in quel quartiere poteva fuggire dalla sua vita di adolescente disperata. Ha trovato ad aspettarla la morte per mano di una furia maschile (gli stupri non hanno passaporto) che conosce l’abuso sulle donne. Forse non ce ne eravamo accorti, ma la barbarie della città, tenuta per anni a bada da una popolazione caratterizzata da una forte identità, da tempo aveva fatto ingresso nel quartiere, come a Tor Bella Monaca e in tante altre periferie romane.

E così nel quartiere rosso sono rispuntati i fascisti quelli che, tanti anni prima, tentarono la marcia su Roma e qui trovarono resistenza accanita. Ora c’è da riflettere su perché un quartiere popolare, nonostante la sua tradizione, sembra essersi uniformato alle tante periferie romane dove il degrado da elemento di “folclore” corrode la sua fama di quartiere rosso e inclusivo.