Officina dei saperi | Puglia. Proposte per la legge sulla bellezza
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Puglia. Proposte per la legge sulla bellezza

di Laura MARCHETTI –

PROPOSTE PER LA LEGGE SULLA BELLEZZA DELLA REGIONE PUGLIA [qui il documento in versione pdf]

Proposta di emendamento al Regolamento regionale:

  • Si propone di aggiungere nell’art.2, comma 3, alla frase “La Regione tutela, valorizza e promuove la bellezza del territorio e dell’ambiente pugliese”, la frase “la bellezza del paesaggio”.
  • Si propone di aggiungere all’art 2, comma 3, dopo la frase “sia nelle formazioni sociali nelle quali si esprime la sua personalità”, la frase “sia nelle formazioni naturali che ne fanno da contesto”.

Proposta di Preambolo alla Legge sulla bellezza:

Mi permetto di dire che il valore di una tale legge consiste proprio nella definizione del concetto di bellezza: concetto che può decidere (o negoziare) dove mettere il limite, ovvero quale parte del territorio, dell’ambiente e del paesaggio pugliese, vada conservata, tutelata, valorizzata o liberalizzata.

Apporrei perciò un Preambolo alla legge, in cui appunto si ricostruisca tale concetto, basandolo però non solo su considerazioni empiriche o filosofiche, ma sulle Leggi italiane analoghe o sulle Convenzioni/Direttive europee in cui tale questione è già stata postulata.

Facendo un po’ di storia (e mi aiutino i giuristi), dalla tradizione giuridica nazionale ed europea possiamo ricavare un allargamento progressivo, democratico, antropologico, ecologico e psicologico e interculturale, dell’idea di bellezza, di cui non possiamo tener conto. Lo ripercorro brevemente:

1. La prima legge italiana dove si è posta organicamente la questione della bellezza è stata la legge n. 364 del 20 giugno 1909Per l’antichità e le belle arti”, istruita dal Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava. Fu una legge travagliata e meritoria perché, contro il primato della proprietà privata sancito dallo Statuto albertino, tutelava forme di publica utilitas e di conservazione per cose “di sommo interesse storico ed artistico», senza però riuscire a estenderle, per un veto del Senato, a zone di interesse naturalistico e paesaggistico. Essa fu accompagnata da un’appassionata Relazione di Giovanni Rosadi, che faceva proprie sia le richieste di una raccolta di firme lanciata, l’anno prima, per la difesa di Roma e delle sue storiche ville (petizione a cui avevano aderito grandi intellettuali d’Italia, fra cui Puccini, Villari, Salvemini), sia le riflessioni di un più vasto movimento di opinione ispirato dalla difesa di Lucca e di Ravenna e animato dalla Rivista “Emporium” di Corrado Ricci, a cui avevano partecipato appassionatamente anche Pascoli, Carducci e D’Annunzio. Proprio quest’ultimo però – Sgarbi ante litteram – aveva insistito su una concezione aristocratica ed esclusiva della bellezza, usandola come arma sia contro la borghesia d’impresa, sia soprattutto contro le plebi. Scriveva infatti il Poeta, chiamando a raccolta solo gli spiriti eletti: “difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il sogno che è in voi! …Bollate voi sino all’osso le stupide fronti di coloro che vorrebbero mettere su ciascuna anima un marchio esatto come su un utensile sociale e fare le teste umane tutte simili come le teste dei chiodi sotto la percussione dei chiodaiuoli. Le vostre risa frenetiche salgano fino al cielo, quando udite gli stallieri vociferare nell’assemblea. Proclamate e dimostrate per la gloria dell’Intelligenza che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una legge nell’assemblea. Difendete il Pensiero ch’essi minacciano, la Bellezza ch’essi oltraggiano”.

2. Tale concezione estetica, alta e aristocratica della bellezza, fu anche in qualche modo ripresa (senza i toni irrazionalisti e prefascisti di D’annunzio), dalla altrettanto travagliata Legge n. 778, 11 maggio 1922, a firma di Benedetto Croce, Ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo Governo Giolitti. Croce era meridionale quanto europeo e, per istruire la legge, si ispirò sia alla precedente legislazione degli antichi Stati italiani, in particolare ai Rescritti Borbonici del 1841, 1842 e 1843, che «vietavano di alzare fabbriche, che togliessero amenità o veduta lungo Mergellina, Posillipo, Capodimonte», sia alla legislazione europea, in particolare ai Movimenti tedeschi di Heimatschutz che avevano fatto approvare in Germania la prima legge di tutela dei Kunst-, Geschichts- e Naturdenkmäler (“monumenti dell’arte, della storia e della natura”), intendendoli come beni costitutivi della Heimat (la Patria, anzi la “Matria”[1]). Ne venne fuori una Legge che – come si legge nella Relazione introduttiva che vi fa da Preambolo, scritta dallo stesso Croce [2], intendeva tutelare le bellezze naturali, storiche e paesaggistiche in quanto erano “la rappresentazione materiale e visibile della patria, il volto amato della patria con i suoi caratteri particolari quali si sono formati e son pervenuti a noi attraverso la lenta successione dei secoli”, ovvero come il segno stesso della identità, della memoria e della coesione nazionale[3] (un tema che andrà ripreso nell’art.1 della nostra Legge regionale). Onde «contemperare le ragioni superiori della bellezza coi legittimi diritti dei privati», si introducevano perciò speciali limitazioni del diritto di proprietà, nonchè una servitù per pubblica utilità per le bellezze di “veduta”, comprese quelle naturali (poiché sarebbe egualmente inammissibile «deturpare un monumento o oltraggiare una bella scena paesistica, destinati entrambi al godimento di tutti»). Si ripristinava così, come disse il filologo Augusto Mancini, deputato al Parlamento, nella sua relazione alla Camera del 16 dicembre 1921 un riferimento al diritto romano, appunto la “servitù di veduta” (servitus prospectus), e in particolare le norme a tutela del prospectus montium o anche del maris aspectus, che una novella di Giustiniano protesse in quanto res omnium gratissima e che molto sarebbe utile ripristinare in Puglia a tutela delle coste contro l’invasività dei gasdotti e delle trivelle in mare.

3. La legge di Croce però, per quanto di altissimo valore, era troppo “crociana”, nel senso che si rifaceva ad un modello di bellezza così colto e alto, così “connesso con la storia civile e letteraria e pittorica”, che finiva con il tutelare solo, le “bellezze naturali panoramiche» e i “paesaggi di grande interesse”, cioè i paesaggi che appunto assomigliavano ad un quadro, dentro “una schiuma edonista, un elisir di albe e di tramonti, di montagne e di valli entro cui nessuno mai doveva lavorare, vivere e sopravvivere” [4]. Era cioè una bellezza sostanzialmente morta, il cui fascino non aveva nulla a che fare con le genti vive e con il paese reale: come ribadì, in continuità, anche la nuova Legge di tutela del ’39 (Legge 1947, detta “Legge Bottai”), la quale indicava l’ambito da proteggere solo “in quelle bellezze naturali considerate come quadri e in quei punti di vista o di belvedere accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di tali bellezze» (Preambolo). Bellezze dunque funzionali ad un paesaggio-cartolina, “pittoresco” per alcuni scorci, da cui veniva distaccato tutto il paesaggio trasformato dal lavoro umano, così come erano stati cancellati, dalle classi dirigenti fasciste, coloro che la natura percepivano attraverso un rapporto di fatica.

4. Contro la bellezza ridotta a ornamento, si batterono perciò i Costituenti, soprattutto Concetto Marchesi, grande maestro, latinista e studioso del mondo classico, uno dei Padri nobili del movimento antifascista. Ispirandosi anche lui alla cultura europea e alla Costituzione della Repubblica di Weimar (come alla idea di bellezza di quelle straordinarie avanguardie)[5], in un dibattito che durò più di sei mesi e che lo vide interloquire con chi ironizzava sull’eccessiva importanza data ad un tema che in fondo era solo “affare di contesse”, Concetto Marchesi chiedeva alla neonata Repubblica (ottenendolo, con l’inserimento nella Costituzione di quello che fu poi l’art. 9) un impegno straordinario sul paesaggio, sottolineando come non si trattasse solo di una richiesta di anime belle rivolta a scopi estetici, ma di una battaglia politico-educativa per la difesa dei più alti valori civili, per una patria comune fondata non sulle imprese militari, ma sulla bellezza di un patrimonio artistico e memoriale e naturale lasciato dal lavoro dei Padri: un patrimonio nazional-popolare dunque, che, pur nella terra di Michelangelo e di Leonardo, doveva includere anche una cosiddetta arte “minore”, tramandata per generazione da maestri artigiani, maestri che lavoravano insieme con il cervello e con le mani.

Essi avevano forgiato, sempre sulla lunga durata, un cosiddetto “paesaggio minore” in cui si incarnava lo spirito dell’articolo primo della Costituzione e in cui andava incluso al primo posto il paesaggio agrario, scrittura viva delle genti vive, come aveva mostrato Emilio Sereni, emblema di fattori civili e culturali e identitari non solo aristocratici, valori che ridavano voce e riscatto all’intero popolo, anche al popolo contadino meridionale da sempre così vessato (ripreso nell’art. 2 della nostra Legge)[6]. Prenderlo in cura, l’intera Repubblica si impegnava in un’allargamento veramente radicale dell’idea di bellezza che includeva non solo l’ambiente geo-fisico ma anche l’ambiente antropico, i manufatti dell’uomo, la cultura materiale delle comunità locali, i valori espressi da mondi aggrediti dalla metropoli e dalla modernizzazione legati ai saperi artigiani e alla civiltà contadina, con una nuova sensibilità per i segni naturali della terra, le sue risorse vitali, le specificità agro-alimentari, le conoscenze tradizionali, il tessuto architettonico rurale. Era un impegno che richiedeva una maggiore attenzione per la cultura orale di quel mondo così addolorato ma anche così magico[7]. Il paesaggio agrario è infatti un vero e proprio paesaggio culturale, come poi specificherà l’UNESCO. Esso, per quanto gravato di dolore e di silenzio umano, racconta, come dice Eugenio Turri[8], è infatti un deposito di storie, pieno di fiabe e di canti, di riti pagani e di feste agrarie, che, tramite la voce viva di cantastorie popolari, ricoprono di simboli ogni albero, ogni zolla, ogni sorgente, perfino la montagna e la stella.

5. Gli anni ’70 del Novecento vedono avanzare anche in Italia, come in tutta Europa, una nuova sensibilità per l’ecologia, scienza della complessità e della cura, attenta alle sorti future del pianeta. Al centro una nuova immagine della Natura non più macchina morta, come nella scienza matematica cartesiana, ma materia intelligente, autopietica, animata, regista di relazioni intrecciate, evolutive, e cooperative fra tutte le specie viventi [9]. Da questa concezione è derivata anche l’idea di paesaggio come “rete ecologica viva”, idea che ha prodotto una serie di norme che hanno allargato la tutela alla natura “vuota” (la wilderness), alle zone umide o desertiche, ai corridoi ecologici, alle piste per le migrazioni animali, alle enclaves delle specie: leggi ecologiche e conservative come la Direttiva CEE 79/407/EC (Birds Directive); la Direttiva CEE 92/43/EC (Habitat Directive), che individuava le aree SIC (Sito di importanza comunitaria e ZPS (zone di protezione speciali), fondamentali nella tutela della biodiversità; oppure le Direttive miranti a tutelare un sistema di aree destinato alla conservazione del territorio dell’Unione Europea (Rete Natura 2000, Programma ECONET, ecc.), e che in Italia sono state addirittura anticipate da una legge straordinaria del 1991 – la 394 nota come Legge sui Parchi – che obbligava alla rinaturalizzazione e al ripristino ad uso pubblico di almeno il 10% del territorio italiano e assumeva come soggetti di interlocuzione «le future generazioni», costringendoci addirittura “a colloquiare con gli animali” e a vivere “come Adamo nel Paradiso”[10].

Esse, a loro volta, scaturivano ed educavano, ad “una idea di bellezza non come miraggio narcisistico, ma come “atto di una singolarità che sconfina nella totalità per trovare equilibrio, amicizia, comunanza ontologica di tutti gli esseri viventi”, dunque comeappartenenza comune alla ‘grande catena dell’esserÈ, una costellazione dove l’uomo intreccia la sua vita con altre vite, con la bella famiglia di vite, piante, stelle, erbe e animali”[11]: una idea romantica, anzi rinascimentale, anzi più antica, in cui cioè si fa visibile l’invisibile ordine unitario della Natura, in un mirabile intreccio di microcosmo e macrocosmo, di anima individuale e Anima Mundi. Bellezza diventa quindi la cura, il senso del limite, la responsabilità, la ricerca di una armonia perduta grazie ad una storia di violenza e di sfruttamento fatta in nome dell’economia[12], che va recuperata allargando la comunità sociale e giuridica ad una biocomunità di uomini, animali, piante e sistemi viventi, in cui in cui si ricollegano e si compenetrano tutti gli elementi che lo sviluppo insostenibile ha reso separati: la storia umana, la memoria collettiva e la biodiversità naturale intesa non solo come ricchezza degli organismi viventi ma come co-appartenenza fra la mente dell’uomo e la “Mente” della natura, condizione indispensabile per la educazione cosmica e per una nuova maniera, non più aggressiva, di abitare la Terra[13].

(In questo senso, in nome di questa “biocomunità” e di un umanesimo che non può dirsi tale se non include la protezione di tutte le specie viventi e del loro ambiente, ho incluso l’emendamento al pr. 3 dell’art. 2 del Regolamento regionale (aggiungere: “sia nelle formazioni naturali che ne fanno da contesto”).

6. La globalizzazione non ama questo tipo di bellezza. La globalizzazione – una estensione senzala elaborazione del residui della «economia-mondo» fondata sul mercato – in realtà non può sopportare né le reti ecologiche, né gli ambienti incontaminati, né il paesaggio storico, identitario, frutto delle differenze culturali e del genio delle comunità locali. Essa infatti è caratterizzata da una globale «occidentalizzazione del mondo», o meglio, come dice Latouche, da una universale «macdonaldizzazione del mondo», l’omologazione planetaria dei linguaggi, delle identità e anche delle immagini abitative, al modello unico dell’Occidente consumatore[14]. Il suo risvolto più evidente è un immenso processo di uniformizzazione dello spazio e una conformazione globale al paesaggio americano: paesaggio, che, come già denunciava Adorno, ha come connotato la semplificazione, «quell’assenza di mediazione culturale che caratterizza il tracciato delle strade, ampie e diritte, il cui nastro scintillante d’asfalto spicca violento contro la natura selvaggia». È una fuga in avanti, un nomadismo infinito che è stato spesso interpretato come simbolo di libertà e “viaggio facile”, ma che per Adorno è sintomo di una «barbarie inespressiva» che «ignora le orme dei passi e delle ruote, i dolci tratturi lungo i margini, i sentieri che scendono ai lati nella valle, quel che di morbido, mite, smussato delle cose su cui hanno agito le mani o i loro strumenti immediati»[15].

La “barbarie inespressiva” di cui parlava già Adorno distrugge la bellezza delle campagne, soffocate ormai da un reticolo di imprese, capannoni industriali, impianti energetici, centri commerciali, tracciati dell’alta velocità, linee elettriche, svincoli di autostrade, aree di rifornimento, parcheggi, terreni vaghi simili a discariche. Ma ancora di più aggredisce la bellezza delle città, in cui la proliferazione delle metastasi ha ormai sostituito, per dirla con Augè, ai “luoghi” – gli spazi tradizionali carichi di senso, relazioni, storia, memoria, affettività, e un sentimento di unicità che ti fa credere «che appartieni all’umanità perché appartieni a quel posto» –, i “non luoghi”, spazi senza identità, senza relazioni e senza senso, posti uniformi, giganti dal look interscambiabile, in cui transita e consuma, tra la folla dedita all’effimero, una individualità sempre più disperata e solitaria[16]. Sono spazi seriali di cui fanno le spese soprattutto i “luoghi comuni” disinteressati e solidali: le terre per gli usi civici, le aree per le giostre e le fiere, i mercatini di strada, le zone di margine, gli argini dei fiumi, i camminamenti selvatici, le fontane pubbliche per lavarsi, i posti per dormire all’aria aperta e per essere accolti, le strade per giocare, per passeggiare a piedi e senza obiettivi di consumo specializzati, le piazze per riunirsi e parlare senza organizzazioni autorizzate, le tracce di antiche civiltà, sempre più utilizzate per diventare “risorse” e “opportunità” per il grande business del turismo e del divertimento di massa.

Penalizzato è soprattutto il “vuoto” urbano. Lo spiega assai bene la citazione, riportata nel testo dell’ing. Labarile di Venera Maria Ardita (da “Nuovi scenari di progetto/nuovi luoghi della città”) che riprendo in parte: “È infatti nella categoria del paesaggio urbano che sono ascrivibili tutte quelle aree cosiddette marginali con situazioni spaziali non definite, i vuoti generati da una progettazione incompiuta, gli spazi ambigui tra forme definite, infrastrutture obsolete, aree dimesse. In particolare mi riferisco a tutte quelle aree dette interstiziali e di margine, imbrigliate tra le maglie delle infrastrutture della mobilità, create e immediatamente dimenticate dalla strada e che connotano gran parte delle periferie meridionali e non solo. Nella quotidiana esperienza urbana dell’attraversamento si percepiscono come spazi deboli della dispersione metropolitana, spazi liberi, terreni incolti, inedificati, provvisori, vere e proprie “bolle urbane”, disegnate da limiti discontinui e nascosti». Sono cioè spazi di latenza, su cui può accanirsi la speculazione, o il gesto narcisistico delle archistar o,, o anche la soluzione facile del degrado e della bruttezza.

Penalizzata, sempre di più, è anche l’accoglienza. Una nuova architettura “ostile” mette le mani sulla bellezza delle città cospargendola di dissuasori, puntoni per impedire di sedersi o braccioli sulle panchine per impedire di sdraiarsi: tutti arredi “belli”, decorativi, vocati in realtà a disciplinare l’accesso agli spazi pubblici di tutte le persone che si trovano in una situazione fragile [17]. Contro di essa dovrebbe fare una proposta forte la nuova legge regionale sulla bellezza, che, declinata con la solidarietà, possa trasformare questi “scarti urbani” in modelli di inclusione e di ospitalità ecologica, cooperativa, interculturale, contemplativa (con orti urbani e interculturali, giardini delle arti, aule didattiche all’aria aperta, spazi comuni della socialità, della festa e del gioco, usi civici, ecc. ecc.).

7. Penalizzata dai processi di uniformizzazione e semplificazione è soprattutto l’Europa che, negli anni passati, ha tentato di resistere, ponendo nei Forum mondiali dove si decidono le regole globali, una costante “eccezione culturale” (Forum di Seattle, 2003). La cultura europea è, nel bene e nel male, universale; ma è anche, dicono soprattutto i francesi e i tedeschi, nazionale, locale, come il formaggio Camembert e gli Gnomi della foresta nera. Conseguentemente anche la bellezza, il paesaggio, anzi soprattutto il paesaggio, deve rimanere “glocale”, essere cosmopolita ma nello stesso tempo mantenere la specifica “impronta” che distingue i diversi Paesi e fa assolutamente diversa la Norvegia dalla Grecia[18]. Una richiesta da cui è scaturito un Documento del Consiglio di Europa, “eccezionale” nel senso detto prima, nato dall’esigenza di “salvaguardare la cultura e l’identità europea dai processi di sradicamento della globalizzazione”, e di fare, appunto, eccezione alla omologazione americana. Si tratta de La Convenzione europea del paesaggio del 2000, ratificata da più di 30 Paesi europei, dall’Italia nel 2006, che, partendo da una definizione del paesaggio inteso come “una parte di territorio, così come è percepita dalla popolazione, i cui caratteri sono il risultato delle azioni naturali e umane e delle loro relazioni” (art.1) (un’ idea sistemica che, mettendo al centro i due concetti di “percezione sociale del paesaggio” e di “ambiente di vita”, riesce a legare i paesaggi naturali e i paesaggi culturali, correlandoli alla comunità sociale), rimarca la necessità di porre il paesaggio come uno dei “beni originali del Vecchio Continente da riconoscere giuridicamente e da valorizzare pedagogicamente.

Il paesaggio però non solo “concorre al consolidamento dell’identità europea”, ma anche “coopera all’elaborazione delle culture locali come espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità” (art.5). Per questo, essendo un fattore indispensabile “al benessere e alla soddisfazione degli esseri umani”, nonché “alla qualità della vita delle popolazioni”, il suo valore diventa non solo antropologico ma anche psicologico, contribuendo in maniera decisiva al benessere psichico sia delle comunità sia dei singoli individui, come una sorta di garanzia di una “ecologia dell’Io”[19]. Di conseguenza andrebbe tutelato non solo nelle aree artistiche o paesaggistiche di valore eccezionale, ma dovunque “l’uomo interagisca in armonia con l’ambiente” e costruisca affettivamente “la faccia della terra” (art.2), dovunque cioè vi sia, per l’uomo o la comunità, qualcosa dotato di memoria e di senso: sia esso il paese natio dove vengono conservati i dolci legami dell’infanzia, oppure il posto delle fragole nel bosco dove ci si è scambiati il primo bacio, o la collina della divinità, delle potenze protettrici, dei buoni morti, luogo “santo” da lasciare incontaminato perché, come nel bellissimo film di Herzog, possano ancora andare a sognare gli antichi dei, le “Formiche Verdi”.

Tale luogo per adempiere al suo compito non deve essere necessariamente bello, né particolarmente carico di arte o di storia. Meglio se ha il mare o la foresta come sfondo, ma anche se è solo una pietra o una fontana o un dirupo, lo stesso, in qualche modo, deve essere tutelato perché eliminarlo o modificarlo bruscamente significherebbe offendere l’Io, interrompere una conversazione ingenerando l’angoscia che può portare ad una frustrazione se non proprio, al limite, ad una catastrofe. Anche il cambiamento perciò deve contenere elementi di riconoscimento, nel quale l’individuo si percepisca sempre come parte in gioco. Lo insegna a noi razionalisti il beduino del deserto, per esempio, che ad ogni nuovo arrivo monta la tenda e la ricopre di tappeti istoriati della casa di provenienza ; o la nonna meridionale immigrata nella metropoli del Nord che si affretta ad allestire al suo arrivo un reliquiario di ninnoli, fotografie e icone, simboli del Paese da cui è stata sradicata. Entrambi lo spazio e quel paesaggio affettivo e mentale – un mindscape come nel bel libro di Vittorio Lingiardi – se lo portano addosso come una specie di placenta invisibile che li protegge dall’anomia e dallo sradicamento.

Ed è proprio qui che nasce la sfida della nostra legge e la sua volontà di concretizzarsi in un percorso attivo. Se la Convenzione, potenzialmente, ingiunge di tutelare tutto lo spazio che viene percepito come ambiente di vita, a decidere il limite dovranno essere le norme statali e internazionali (la Natura non è federalista e tanto meno il paesaggio), ma dentro processi partecipativi, nella negoziazione con le comunità, nell’efficacia della rioralizzazione e della vitalità della tradizione. Dovranno cioè essere le popolazioni (come già previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio) a custodire e, eventualmente, a decidere di valorizzare, la bellezza naturale, artistica, memoriale. Cosa che implica nuovi modelli di gestione, capaci di tutelare le peculiarità locali, specificamente pugliesi, con l’interesse nazionale e universale (i quattro siti pugliesi UNESCO, per esempio, hanno tutti “aromi locali” ma sono Beni Comuni dell’intera Umanità).

8. Alla negoziazione devono poter partecipare anche i nostri ospiti, gli stranieri invisibili nelle periferie, quanto nelle campagne. Perché di che “razza” è la bellezza del paesaggio italiano e, ancora di più, pugliese? Domanda però senza risposta perché, come scrive Piero Bevilacqua, “alla varietà incomparabile degli habitat naturali che la Penisola ospita nel suo seno”, si è aggiunta “la molteplicità e stratificazione delle impronte che tante e diverse civiltà hanno lasciato su questa ricchezza biologica”; ad “un patrimonio incomparabile di piante, di colori, di tipi di vegetazione, si sono sovrapposte, esaltandolo, una varietà di culture, la complessità storica: Greci, Etruschi, Normanni, Romani, Arabi che vi hanno impresso una impronta ecologica fornendo un contributo così ampio di nuove piante, tecniche di coltivazione, forme di piantagioni e recinzioni della terra, modi di captazione e uso dell’acqua, costruzioni e manufatti sparsi, incastonati negli habitat più diversi” [20]Ne è scaturito un mosaico interculturale di oasi, acquedotti, ponti, cisterne, fontane, pozzi, canali, mulini, frantoi, stalle, muretti a secco, terrazzamenti, e poi giardini e orti e malghe, ville, cascine, masserie, e intere città: città-paesaggio, “città giardino”, diffuse soprattutto a Sud e in tutti i Sud del mondo, come Matera, Laterza, Gravina, città inviscerate così simili a Petra, a Matmata, a San’a, che prendono a prestito il loro “stile” dall’acqua e dalla pietra, testimoni di una antichissima e materna “civiltà della natura”: città finora dispregiate e che oggi vengono assunte come “modelli di sostenibilità” anche dall’UNESCO, in quanto l’azione dell’uomo, i materiali utilizzati, le strutture edificate, marcano una completa sintonia con la natura, costituendo “beni comuni dell’umanità”[21]).

E anche grazie a loro che il paesaggio italiano, la sua bellezza, allarga il suo essere interculturale, spingendosi verso l’altro, verso l’incontro[22]. Se il paesaggio italiano dice l’Europa, se le sue Alpi sanno di Austria e di Francia, sulle sue sponde meridionali arrivavano le spezie, gli odori, i colori dell’Africa e la musica della malinconia slava o araba, rappresentando concretamente, architettonicamente, una inedita ospitalità, la capacità del meticciato e l’incomparabile valore di chi, consapevole di una identità, sa colloquiare con la differenza. Tale paesaggio perciò costituisce un presidio di dialogo e di pace in mezzo ad un mare dilaniato: un Mediterraneo che nei secoli passati era una koinè culturale perché dovunque, in ogni sponda, fiorivano, con la stessa bellezza, allo stesso modo, il fico, l’olivo e il melograno[23]. unificate da una bellezza comune che è “unica e a pezzetti”, insieme greca e slava, ebrea e normanna, magiara e magrebina, che “in ogni momento fa continuamente uno sberleffo alla purezza”[24].

[immagine in apertura: Mario Giacomelli , Puglia, 1958]

Note al testo

[1] Sul concetto di Heimat come patria/matria, mi permetto un rimando al mio La fiaba, la natura, la matria, Il Melangolo, Genova 2014.

[2] B. Croce, Relazione introduttiva alla Legge n.777, 1922, intitolata Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico.

[3] L. Bonesio, Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale, Diabasis, Reggio Emilia 2007.

[4] Come dice criticamente V. Emiliani in Il paesaggio italiano: letture e suggestioni, in «Urbanistica», 1987, p. 81.

[5] G. Salemi, Le Costituzioni delle repubbliche del dopoguerra, Edizioni Monte-Sacro, Roma 1946. E anche S. Settis, Paesaggio, costituzione, cemento, Einaudi, Torino 2010

[6] E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Einaudi, Torino 1961.

[7] E. De Martino, Il mondo magico, Boringhieri, Torino 2007.

[8] E. Turri, Il paesaggio e il silenzio, Marsilio, Venezia 2004, pp. 161-168.

[9] J. Lovelock, Gaia, nuove idee per l’ecologia, Boringhieri, Torino 1981.

[10] L’espressione è dell’architetto e urbanista J. Rikwert in La casa di Adamo in Paradiso, Adelphi, Milano 1972.

[11] G. Prestipino, in una lettera indirizzata a me, in qualità di Sottosegretario all’Ambiente, per l’elaborazione del Documento di indirizzo sulla tutela del paesaggio elaborato dal Ministero dell’Ambiente 2007 ora in (a cura di L. Marchetti) Alfabeti ecologici, Progedit, Bari 2013.

[12] G. Nebbia, Ecologia ed economia, Pacilli ed. 2017.

[13] G. Bateson, Mente e Natura, Adelphi, Milano 1984; (a cura di L. Marchetti e P. Zeller), La Madre, il Gioco, la Terra, Laterza, Bari 1992; (a cura di) M. Ceruti, E. Laszlo, Pysis. Abitare la terra, Feltrinelli, Milano 1998.

[14] S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo, Boringhieri, Torino 1992.

[15] T.W. Adorno, Paysage, in Minima moralia, Einaudi, Torino 1954, p. 39.

[16] M. Augè, Non luoghi. Introduzione ad una antropologia della surmodernità, Eleuthera, Milano 1996.

[17] I. Agostini, G. Attili, L. Decandia, E. Scandurra, La città e l’accoglienza, manifestolibri, Roma, 2017.

[18] Glocalismo è termine coniato da A. Mander e E. Goldsmith in Glocalismo. L’alternativa strategica alla globalizzazione, Arianna, Casalecchio 1998.

[19] V. Lingiardi, Mindscapes. Psiche nel paesaggio, Raffaello Cortina, Milano 2017.

[20] P. Bevilacqua, Tra natura e storia. Ambiente, economia e risorse in Italia, Donzelli, Roma 1996.

[21] P. Laureano, Giardini di pietra. I sassi di Matera e la civiltà mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1993.

[22] B. Castiglioni, A. De Nardi, Il paesaggio come mediatore culturale: il luogo di vita nelle percezioni e nelle attese dei giovani immigrati, in E. Moretti (a cura di), Lungo le sponde dell’Adriatico. Flussi migratori e percorsi d’integrazione, Franco Angeli, Milano 2008.

[23] F. Braudel, Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino 1976, p. 242.

[24] F. Cassano, Necessità del Mediterraneo, in L’alternativa mediterranea, Feltrinelli, Milano 2007, p. 79.