Le Olimpiadi sostenibili, l’ultima retorica di un paese disperato
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Le Olimpiadi sostenibili, l’ultima retorica di un paese disperato

di Enzo SCANDURRA, da “il manifesto”, 27 giugno 2019

Siamo in emergenza climatica e non c’è alcun bisogno di scorrere i quotidiani e i telegiornali per accorgersene: l’emergenza sotto gli occhi di qualsiasi cittadino. La desertificazione colpisce oggi 3,2 miliardi di persone, 75 milioni sono i profughi in fuga dai loro paesi d’origine (diretti soprattutto verso i paesi confinanti), il Movimento di Greta Thunberg, Friday for Future, fa proseliti in tutto il mondo e nella sola Svezia sono nati i sostenitori del no-aereo, considerato grandemente inquinante. Né si riesce a venir fuori dall’accoppiata petrolio/auto che inquina le nostre città. In economia la crisi, almeno in Europa, sembra cronicizzata malgrado le nefaste misure dell’austerity e l’Italia rischia di diventare una sorvegliata speciale. In questo contesto d’epoca le olimpiadi sono un evento sostenibile?

Sono apparse stridenti le manifestazioni di giubilo del severo (in altre occasioni) Beppe Sala insieme ad una piccola folla, immortalato sulle principali testate di quotidiani e televisioni. La retorica recita sempre lo stesso ritornello: queste Olimpiadi sono low-cost, sono sostenibili, aiutano l’economia, fanno bene alla crescita, fanno bene al Paese (quello del Nord sempre più staccato dall’altro del Sud), aumentano il turismo (ce n’era proprio bisogno!), sono l’occasione di un vero e proprio rinascimento, sono una festa, favoriscono la felicità pubblica (anche questo è stato detto) e, soprattutto, promettono tanti occupati in più. Di fronte alla grancassa dei poteri in ballo, ogni tentativo di fare chiarezza è destinato a fallire e ogni persona che avanza dei dubbi può essere passibile di fucilazione sul campo.

Quindi lo sviluppo delle nostre città martoriate, Roma, Firenze, Venezia, Milano, è sempre più affidato a un turismo che le ha ridotte alla stregua di parchi a tema, ai Grandi Eventi e alle Grandi Opere con cui investire, privatizzare, far ripartire l’economia, modernizzare. Ma ammesso anche che questa vana retorica sia fondata su un qualche pur vago elemento di verità (uno studio recente ha dimostrato che tutte le città dove si sono svolte le Olimpiadi sono piene di debiti contratti in quelle circostanze), di che sviluppo si parla e quali luoghi sono interessati a questo sviluppo?

Cortina l’abbiamo sempre conosciuta come il luogo di ritrovo e residenza dei super ricchi e anche Milano forse di giochi olimpici non ne aveva poi un gran bisogno visto che aveva già celebrato l’Expo. Finalmente riparte l’edilizia tanto bistratta dai sostenitori del “consumo di suolo-zero”, ma dove riparte? Non dalle zone terremotate dove ce ne sarebbe davvero bisogno, ma proprio da quei luoghi dove non serve.

L’abbraccio irenico tra gli avversari: Sala del Pd, i governatori leghisti del Veneto Zaia e della Lombardia Fontana e il grande affabulatore Malagò, la dice lunga sul patto della “ricostruzione” e sul presunto rinascimento che si è già messo in moto per effetto dei giochi invernali. Basta poco perché destra e sinistra si trovino d’accordo e perseguano gli stessi obiettivi.

Le associazioni ambientaliste delle Dolomiti fanno notare che il “carico” antropico è tutt’altro che sostenibile poiché nelle ultime edizioni dei giochi gli atleti coinvolti sono stati oltre 3000 seguiti da altrettanto allenatori e tecnici di squadra con oltre 1000 commissari e tecnici Cio, cui vanno aggiunti i volontari e gli spettatori e tutto questo nel territorio dolomitico la cui bellezza è pari solo alla sua fragilità. Per la città di Cortina, inoltre, il Contratto (Host city contract, art. 33 Carta Olimpica) può diventare un contratto capestro con il quale il Cio detiene il manico del coltello e la città può stringere solo la lama, subordinandosi alle richieste.

Resta l’osso d’Italia, gli appennini condannati ad uno spopolamento infinito e, dunque, ad un degrado irreversibile; i mille paesi del sud che si stanno svuotando, le aree terremotate e quelle soggette a rischio idrogeologico. Per loro nessuno sviluppo, le olimpiadi invernali le vedranno in Tv, insieme agli effetti dei cambiamenti climatici, allo scioglimento dei ghiacci.

Molti anni fa Giovanni Franzoni, animatore della comunità di San Paolo (basilica della quale era stato abate) scrisse un libro: Fate riposare la terra; l’appello di una moratoria per le ferite inferte a questo pianeta che continuiamo a provocare.

Ma noi, passeggeri del Titanic, preferiamo continuare a ballare a suon di musica come nella festa tra (ex) avversari festanti per la grazia (loro) ricevuta.