La trasformazione della città dopo il coronavirus
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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La trasformazione della città dopo il coronavirus

di Francesco INDOVINA, da “il manifesto“, 5 maggio 2020

Ho sempre sostenuto che la città costituisce la nicchia ecologica della specie umana, cioè l’ambiente che ha permesso l’evoluzione stessa della specie. Una nicchia ecologica offre alla specie insediata occasioni positive, ma anche accidenti negativi che la specie deve superare pena la sua scomparsa.

Storicamente e sinteticamente possiamo dire che la città ha offerto grandi occasioni di evoluzione (l’ambiente e i rapporti sociali, gli strumenti di conoscenza, gli avanzamenti tecnici e scientifici, ecc.), ma anche accadimenti negativi (come le guerre, le pestilenze, la disoccupazione, la fame, ecc.), e che sostanzialmente la specie ha saputo affrontare e superare questi aspetti negativi, magari caricando gli esiti negativi su una sola parte della popolazione, e ogni volta, utilizzando la sua intelligenza e la collaborazione con i suoi simili e non raramente il «potere», ne è uscita più forte.

IN QUESTO PROCESSO una costante: la città ha costituito, per la specie umana, l’ambiente “rifugio”: il luogo di sempre crescente concentrazione e la zona adatta per continui rilanci verso livelli superiori di civiltà. Come sarà il dopo coronavirus, che forma e caratteristica avrà la città?

Intanto guardiamo alla città durante l’epidemia: la città vuota di persone fa impressione, anche perché viene negata una delle sue prerogative fondamentali: le strade e le piazze come luoghi di socializzazione. Ma pare interessante che i cittadini prendano coscienza che una città con uno scarso vissuto sociale è una contraddizione in termine, forse da questa consapevolezza possono, forse, scaturire comportamenti diversi.

Il secondo aspetto che molti osservatori declamano è la limpidezza dell’aria e dei corsi d’acqua. Il cielo è trasparente, le albe e i tramonti hanno una colorazione inusitata, le stesse nuvole, quando ci sono, ci appaiono diverse. L’assenza della circolazione automobilistica, la chiusura di molte fabbriche, la riduzione del riscaldamento domestico per effetto della buona stagione, sono tutte le cause di eliminazione dello smog e della conseguente limpidezza dell’aria.

Assumendo queste due variabili come sintomatiche della situazione delle città durante l’epidemia è possibile in modo del tutto ipotetico ragionare sulla eventuale trasformazione della città ad epidemia finita. Ma non ci si può nascondere dietro un dito, la possibilità di una riaffermazione che, contrariamente a quanto desiderato, tutto sarà come prima è reale. Perché tutto potrebbe essere come prima?

PERCHÉ MI PARE che il governo (italiano ma non solo) è animato dalla volontà di far ripartire il processo produttivo come era ex ante coronavirus, a parte di qualche generica affermazione il tema è quello di pompare risorse verso il sistema produttivo affinché riparta.

Inoltre, si può osservare, che la televisione mentre continua a elogiare i cittadini per il loro buon comportamento, e continua ad informarci sul numero dei contagiati, sul numero delle persone in terapia intensiva e sul numero dei decessi, poi e contemporaneamente ci somministra dose massicce di pubblicità come nel passato, sostanzialmente degli stessi prodotti e beni.

Il tutto come prima significa la riaffermazione di un liberismo, sul piano economico produttivo, la ripresa di un consumismo irragionevole, una distribuzione della ricchezza fortemente sperequata, una disoccupazione endemica, una povertà crescente.

E nella città questo non può non significare una ripresa e aumento della mobilità meccanica individuale, un ritorno dell’inquinamento dell’aria, una distribuzione della popolazione secondo il principio dell’organizzazione sociale dello spazio, determinato dalla rendita, la crescita dei poveri per strada, il deperimento crescente dei beni collettivi, quartieri marginali e in alternativa, per chi se li può permettere, zone molto attrezzate. Per non parlare di chi descrive le meraviglia di tornare ad abitare in piccoli borghi; ma lasciamo stare.

MA POTREBBE essere anche peggio. L’epidemia sta facendo sperimentare meccanismi di controllo della popolazione, oggi ci garantiscano che questi strumenti non comportano identificazione personale, ci credo, ma mi domando se una volta sperimentati questi strumenti di controllo non saranno applicati in modo generalizzato e segreto, per il «nostro» bene, privandoci da quote rilevanti di libertà. Costruendo nuovi muri invisibili.

Si potrebbe immaginare la trasformazione della città in senso ambientalista (non nella versione che considera l’ambientalismo come una possibilità di «affari»), per il quale in Italia, ma non solo, esistono forze, culture e, dopo il coronavirus, un’opinione diffusamente positiva. Un sentiero di questo tipo non mette in discussione il nostro sistema economico produttivo (è uno dei suoi limiti) ma, nel migliore dei casi ne indirizza le produzioni.

È evidente che questo tipo di soluzione prevede diverse linee di approfondimento, resta il fatto che una linea di questo tipo porta ad un miglioramento della città, ma intacca meno i processi sociali-produttivi.

Una terza soluzione potrebbe essere una che denominiamo genericamente socialista. Un sentiero di questo tipo presuppone delle modifiche sostanziali nella struttura economica-sociale.

SI TRATTA di un punto di vista che fa perno sui beni collettivi, a discapito di quelli individuali; che punta su un innalzamento culturale della popolazione (istruzione permanente), su un continuo tentativo di rendere reale un «buon vivere» per tutti, sullo sviluppo di un strutture sanitarie pubbliche adeguate alle necessità, di un sistema di infrastrutture di mobilità efficiente ed efficace, su un ambiente che recuperi molto delle opzioni del sentiero ambientale su un principio di uguaglianza al riparo di qualsiasi possibile discriminazione.

Ma come sarà dipenderà da noi, dalla volontà di cambiamento che si sarà in grado di introdurre nel dibattito politico e culturale, nell’organizzazione di forze determinate e capaci. In realtà continuiamo a cincischiare e non abbiamo consapevolezza di cosa sia necessario per cominciare a liberarci di alcune catene.